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Il Creato in scadenza: "THE EARTH HAS A DEADLINE!"

05-08-2021 07:00

Nicola Filippone

Cronaca, HOMEPAGE IN EVIDENZA,

Il Creato in scadenza: "THE EARTH HAS A DEADLINE!"

La riflessione del preside dell'istituto salesiano Ranchibile di Palermo

Le vacanze estive, che ormai sono iniziate per quasi tutti gli Italiani, hanno un sottofondo comune: il rombo dei canadair, impegnati a spegnere gli incendi, che divampano sull’intero territorio nazionale.

 

Migliaia e migliaia di ettari di macchia mediterranea, ogni anno, vanno in fumo e un inestimabile patrimonio naturalistico, per realizzare il quale sono occorsi decenni, si perde per sempre in poche ore.

 

E il fenomeno non è solo italiano.

 

È stato calcolato, ad esempio, che in Europa scoppiano, mediamente, circa 65.000 incendi l’anno, che bruciano 5000 chilometri quadrati di superficie.

Nell’ultimo ventennio, le fiamme hanno toccato un territorio di 85.000 chilometri quadrati, pari all’estensione dell’Austria e ad un quarto dell’Italia.

 

Nel nostro Paese, a partire dal 1970, si sono persi 50.000 chilometri quadrati, corrispondenti ad un terzo dei boschi. 
 

Secondo le statistiche, il responsabile di un incendio è, nel 95% dei casi, l’uomo: i dolosi si stimano intorno al 30%, mentre il 40% non sarebbe provocato intenzionalmente.

 

Uno studio, pubblicato su Nature Climate Change, include tra le cause anche il riscaldamento del pianeta. 
 

Basterebbe riferirsi alle difficoltà nelle quali, penso, un po’ tutti ci siamo imbattuti, quando abbiamo provato ad accendere la brace di un barbecue, per renderci conto di quanto improbabile siano gli incendi spontanei o accidentali.

 

Nella maggior parte dei casi c’è, purtroppo, la mano infausta dell’uomo che, agendo, provoca danni incalcolabili e di gran lunga maggiori di quelli visibili.

 

Il 2% degli incendi scoppiati in Europa determina addirittura l’80% dei danni in termini di territorio colpito.

 

Varie sono le ragioni che spingono l’essere umano ad un comportamento così criminale e distruttivo: la necessità di disboscare per destinare nuovi terreni alle coltivazioni, al pascolo o all’edilizia; il bisogno di procacciarsi giornate lavorative, venendo reclutati nelle squadre antincendio; lo spopolamento delle zone collinari o di montagna, che ha diminuito le misure di prevenzione; vendette tra privati; proteste contro le restrizioni venatorie o i vincoli ambientali. 
 

A queste devono aggiungersi anche quelle culturali, alle quali credo, anzi, vada data la precedenza, per il nesso che esiste tra pensiero e azione.

La prima di esse è, senza dubbio, il primato che al profitto, è riconosciuto dalla società nella quale viviamo.

Ormai le azioni sono generalmente e spregiudicatamente orientate a conseguire guadagni.

Talora c’è il bisogno reale di gente disoccupata, alla ricerca disperata di un lavoro, che non esita ad usare qualunque mezzo, per guadagnare una paga.

 

Ma spesso ci sono interessi più grandi, perseguiti da poche persone senza scrupoli, che pur di realizzare i loro sciagurati progetti, mettono a repentaglio la salute del pianeta e dunque di tutti noi.
 

Tra gli effetti di questo comportamento irresponsabile c’è anche la deturpazione di paesaggi deliziosi, che arricchiscono visuali e panorami, osservando i quali, l’occhio umano trova sollievo e prova un godimento estetico e spirituale.

 

Gli uomini, infatti, hanno bisogno della bellezza, Dostoevskij, ne I demoni, scrive che “l’umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere”.

 

Eppure di essa non ci si cura più, molti spettacoli televisivi sono vere e proprie liturgie del brutto, del cattivo gusto o, come si dice oggi, del trash.

 

Social e chat sono spesso veicoli di spazzatura, che circola da un dispositivo all’altro, riscuotendo, talora, consenso e apprezzamento. 
 

Alla deriva etica, che da tempo dilaga e travolge, non poteva non aggiungersene anche una estetica, perché il “buono” e il “bello” nascono come un unico concetto.

 

Nella lingua ebraica si usa lo stesso termine per designare entrambi i significati: “tob”.

 

Nella cultura greca esiste un’espressione, “kalokagathia”, che associa la bellezza fisica a quella morale.

 

Era, perciò, inevitabile che, al decadere dell’una, sarebbe decaduta pure l’altra. 
 

Recuperare la dimensione del bello è il modo migliore e più efficace di ripensare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, reimpostandolo su basi nuove, in un’ottica di rispetto e di salvaguardia.

 

Ma soprattutto occorre una diversa concezione della natura.

 

Non sarebbe male che essa si tornasse a chiamare “creato”, riconoscendo, in tal modo, che è stata originata, ha una provenienza e dunque ci appartiene, non in forza di un diritto, ma quale esito di un dono. 
 

Benedetto XVI non dubitava che nel mondo ci sono risorse bastevoli per tutti, dipende solo da come esse vengono utilizzate e distribuite. 

Il Climate Clock, l’orologio digitale che a New York segna il tempo che rimane per salvare il mondo, ha fissato la scadenza a gennaio 2028.

Dunque, non rimane molto.

 

Ancora una volta ci congediamo dai nostri lettori con un appello ad agire prima che sia troppo tardi.

 

Oggi, però, non ci rivolgiamo ad una istituzione in particolare, ma alla coscienza di ciascuno di noi:

 

THE EARTH HAS A DEADLINE!  

Registrazione Tribunale di Catania n. 18/2010 – PIVA 04818090872
Edito da: Sudpress S.r.l. zona industriale, c.da Giancata s.n. – 95121 Catania

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