Il 28 settembre 1979, e sono passati quasi 40 anni, su “L’Avanti” viene pubblicato un intervento dell’allora segretario del Partito Socialista. Si riferiva agli esordi dell’ottava legislatura e ne dipingeva un quadro lucidissimo ed allarmante che potrebbe riferirsi, senza cambiarne una virgola, all’avvio di questa diciottesima del 2018. Di legislature ne sono passate ben 10 da allora e pare non essere cambiato niente. Anzi, nel frattempo il Paese praticamente non esiste più, la classe dirigente è ormai una casta patetica di parassiti che sta cannibalizando ogni risorsa, aprendo la strada ad un degrado morale e persino istituzionale che comincia già a portare con sé i prodromi di una violenza sociale distruttiva e senza prospettive. Sono passati 40 anni e se si arrivano a rimpiangere leader come Craxi, per di più lontanissimi dalla propria cultura politica, è molto probabile che si sia superato ogni limite e la situazione sia davvero pericolosa.

“Piuttosto che inseguire le polemiche quotidiane che si aggirano in ambiti sempre più ristretti, conviene forse allargare lo sguardo allo stato di salute reale della nostra democrazia e ai doveri che ne derivano alle forze politiche che con essa e con le sue sorti vogliono interamente identificarsi.

Sarà necessario allora ed in primo luogo interrogarsi sul destino dell’ottava legislatura repubblicana, nata da un aspro travaglio che il post-elezioni ha reso ancora più acuto e la cui vita è sospesa ad un tenue filo.

In assenza di nuove prospettive, in mancanza di un punto di riferimento tale da suscitare nuove collaborazioni, convergenze e confronti, e quindi un ancoraggio stabile ed aderente ai problemi attuali della società e dello Stato, questo filo rischia di spezzarsi in modo irrimediabile.

Si aprirà così il varco verso una fase più oscura della crisi politica e della crisi del sistema; il fossato della sfiducia che separa ed allontana i cittadini dalle istituzioni si allargherà ancor più e pericolosamente.

Di questo rischio non paiono consapevoli coloro che lo dovrebbero essere. Non tutti almeno. Un clima rissoso sta bruciando rapidamente i tempi di una tregua immaginata come una fase di riflessione e di costruzione di un nuovo tessuto di relazioni tra le forze politiche. Gran parte del formulario corrente come mezzo di scambio e di confronto tra i partiti sembra galleggiare lontano dalla realtà della società, dai suoi conflitti che tendono ad inasprirsi dalle contraddizioni che la scuotono con intensità crescente.

I bizantinismi e i tatticismi in cui si rotolano esponenti politici, partiti e frazioni di partiti appartengono alla categoria del politicismo, mostrano un aspetto di decadenza del sistema o di una parte almeno dei suoi gruppi dirigenti.

Quando tutto si riduce alla alchimia delle formule, alla manovra attorno alle combinazioni, alla lotta per un potere in gran parte corroso, paralizzato o male utilizzato, siamo ad un passo dal cretinismo parlamentare e a due passi dalla crisi delle istituzioni.

L’Italia non attraversa una crisi congiunturale di emergenza. Dobbiamo certo affrontare in modo eccezionale i nostri drammi quotidiani che si chiamano principalmente disoccupazione e crisi giovanile, sanguinose imprese terroristiche, recrudescenza della malavita grande e piccola, persistenza dei fenomeni mafiosi, ma non possiamo ignorare che anch’essi si legano a radici profonde.

L’Italia è piuttosto ad un bivio storico dove attorno alle questioni strutturali si misurano le sue possibilità e le sue capacità di reazione e si definisce, in un quadro internazionale sempre più complesso ed imprevedibile, il suo avvenire prossimo.

Gli anni dell’ottava legislatura repubblicana non possono perciò essere vissuti alla giornata, né del resto, potrebbero esserlo, così come non potranno essere il teatro di nostalgiche involuzioni.

Una legislatura già nata sotto cattivi auspici, minata dal pericolo di un voto politico puramente distruttivo vivrà invece con successo se diventerà la legislatura di una grande Riforma. Non riforme settoriali, episodiche, e in taluni casi mal calcolate e destinate a risolversi in risultati deludenti, ma una riforma unitaria nella sua logica, nei suoi principi, nei suoi indirizzi fondamentali.

Ciò che occorre è un processo di riforma che abbracci insieme l’ambito istituzionale, amministrativo, economico-sociale e morale.

Attorno ad un processo di riforma si dovrebbero mobilitare tutte le energie migliori, utilizzando tutta la ricchezza e la creatività delle intelligenze che nel paese non mancano richiamando, in uno sforzo convergente ed organico, la responsabilità e l’impegno di tutte le forze politiche e sociali disponibili, per un’opera di trasformazione istituzionale, sociale e di progresso. Una riforma che ponga tutti di fronte ad una prospettiva di largo respiro e trovi le sue basi di appoggio, non nella fragile diplomazia delle opportunità contingenti ma partendo da una robusta chiarificazione politica fra le forze rappresentative in campo. Molti segnali significativi, ipotesi progettuali ed impulsi importanti si sono già manifestati ed operano verso una simile direzione.

La Riforma su cui impegnare l’ottava legislatura non partirebbe da zero, non nascerebbe in un deserto arido di idee e di propositi. La riforma costituzionale rientra nei poteri del Parlamento e la necessità di un bilancio e di una verifica storica è ormai fortemente sentita. Anche gli edifici più solidi e meglio costruiti, ed il nostro edificio costituzionale ha dimostrato di esserlo, si misurano con il logorio del tempo. Le esperienze fatte e vissute possono guidare la mano di una accorta revisione che ponga nelle migliori condizioni di funzionamento i fondamentali poteri dello Stato democratico, consolidi i diritti dei cittadini, favorisca il miglioramento delle relazioni sociali.

Vi sono problemi che riguardano l’esercizio del potere legislativo, la stabilità e l’efficacia dell’esecutivo, riadeguamento di istituti e di strutture amministrative alle nuove realtà ed alle nuove esigenze funzionali.

In questa materia il «presidenzialismo» può essere considerato come una superficiale fuga verso una ipotetica Provvidenza, ma l’immobilismo è ormai diventato dannoso.

La riforma deve investire la Pubblica Amministrazione al centro come alla periferia. Non vi è chi non veda che la crisi dello Stato è da tempo ormai un fattore di accelerazione della crisi economico-sociale. Il risanamento finanziario e la riorganizzazione dello Stato, una moderna e razionale riforma degli ordinamenti locali, augurano da troppo tempo nella agenda dei buoni propositi senza che venga dato in modo organico un seguito concreto e risolutivo. Non sono neppure mancati spunti e iniziative di buona volontà, ma di certo e in conclusione hanno sempre finito con il prevalere le resistenze e il sabotaggio delle forze politiche e burocratiche della conservazione. E, tuttavia, questa rimane la via maestra per mantenere l’Italia in Europa e per aprire all’Italia nuove vie del mondo. Avvicinarsi, nell’arco di alcuni anni, agli standard europei di efficienza, produttività, ampiezza e qualità dei servizi prestati dalla Pubblica Amministrazione, in una cornice di riqualificazione dell’impegno e della professionalità pubblica non è una impresa fuori della realtà, anzi, è ad un tempo un dovere e una necessità fondamentale.

Anche l’economia e la vita sociale soffrono delle politiche di corto raggio, dei tamponamenti assistenziali, dell’assenza di programmazione, della rincorsa giornaliera di mali che inesorabilmente si aggravano.

Le condizioni economiche del paese sono oggi molto probabilmente migliori di quanto non dicano le statistiche e le opinioni correnti, ma parimenti assai poco diffusa la consapevolezza di quante e quali incognite gravino sulle prospettive, quanta incertezza pericolosa pesi sul nostro futuro, quante difficoltà si preparano e quali conseguenze negative esse comportano se ci troveremo ad affrontare a mani alzate senza corrette previsioni e predisposizioni adeguate.

II nostro sistema di economia mista può sembrare a prima vista il prodotto di una intelligente ed armoniosa virtù mediana tra i mali del capitalismo selvaggio e i vizi del capitalismo burocratico. Diviene un sistema pericoloso quando rischia di assommare insieme i mali dell’uno ed i vizi dell’altro. Di qui la necessità non di fuoriuscire dal sistema pluralistico di una economia a più settori, ma di allargare da un lato l’arco della responsabilità sociale, la coscienza della solidarietà e dei doveri verso la collettività, dall’altro lato di accrescere l’efficienza e l’attaccamento ai valori del lavoro e della cosa pubblica. Si tratta di aumentare l’influenza dei lavoratori nella vita produttiva per ricevere l’impulso positivo di una partecipazione responsabile e non per aumentare il peso di controlli paralizzanti.

Si tratta di correggere le contraddizioni più vistose che vedono congestionate le aree del nord e i vuoti nelle regioni meridionali. Si tratta di sorreggere ed incoraggiare tutte le forze sane della produzione creando le condizioni migliori per il loro sviluppo interno e per la loro espansione internazionale. Vanno contrastate le tendenze egemoniche dei grandi gruppi economici portati a farsi una legge propria, a ritagliarsi un regno nella Repubblica; va affrontata l’area del privilegio corporativo e della speculazione incontrollata, vanno affermate per tutti le regole di una più rigorosa disciplina sociale.

Ma val la pena di ricordare che l’interesse di ciascuno e di tutti si difende e si sviluppa meglio non con impostazioni arcaico-statalistiche, sovente fonte di diseconomie e di corruttela, quanto piuttosto sburocratizzando e socializzando sempre più la vita produttiva.

Si sente anche un grande bisogno di tanti cambiamenti nella vita pubblica che in sintesi corrispondono alla esigenza di una riforma morale. Si sente un grande bisogno di ristabilire una nobiltà della politica che abbia le sue fondamenta nella coscienza storica di rappresentare la guida e di rispondere delle sorti e del progresso di un grande e vitalissimo paese.

La classe politica democratica deve riconquistare autorevolezza e credito principalmente di fronte alle nuove generazioni, rinnovando uomini e metodi, cultura e linguaggio.

Deve essere ristabilito il primato della giustizia e della verità che vicende trascorse e vicende attuali mantengono in uno stato di umiliazione e di offesa. Solo se avanzerà una riforma morale potrà estendersi una più nitida coscienza ed un più vivo attaccamento a tutti i valori che sono consentiti ed espressi dal nostro regime di libertà. Si è scritto giustamente che l’Italia è uno dei paesi più liberi del mondo, ma troppe immoralità e tanto cattivo uso della libertà stessa fanno velo ad una presa di coscienza collettiva che possa rendere il paese più unito, più solidale, più impegnato nella costruzione del proprio futuro.

L’Ottava legislatura repubblicana ha di fronte a sé una via aperta.

Sta alle forze politiche decidere se percorrerla con coraggio ricercando in modo flessibile, senza pretese di mera continuità egemonica, nelle forme possibili, il terreno su cui dare vita ad una sostanziale «alleanza riformatrice».

Se all’idea della Riforma e di un procedere spedito alla definizione prima ed alla attuazione poi di tutti gli aspetti che debbono essere coinvolti in un processo di reale e profondo rinnovamento, se alla necessità di una «alleanza riformatrice» tra le forze politiche disponibili che possa avvalersi del concorso decisivo delle forze culturali e sociali che rappresentano altrettanti capisaldi della nostra vita democratica, si continuerà a contrapporre il gioco delle formule e la lotta dei particolarismi dietro cui si nasconde a mala pena la realtà di un sistema in crisi, non è difficile prevedere quanto aspri si faranno i conflitti sociali e politici. Tutto sarà allora imprevedibile tranne l’aggravarsi della ingovernabilità del paese e di un più acuto e paralizzante logorio delle istituzioni.

Battendosi contro questi pericoli, e ricercando con pazienza e con lungimiranza interlocutori ed alleati disponibili a concorrere in un equilibrato rapporto di competizione-collaborazione alla necessaria opera di risanamento e di riforma, che il movimento dei lavoratori assolverà al suo compito storico di liberazione delle classi subalterne e di eguaglianza e di libero progresso per tutti. Il Partito socialista continuerà ad approfondire questa riflessione nei modi dovuti ed offrirà concretamente alle forze politiche ed al paese un contributo di chiarificazione e la lealtà del suo impegno democratico.”

Bettino Craxi su l’«Avanti!» del 28 settembre 1979 con il titolo “Ottava legislatura”.