La Famiglia Pernice ha perso tutto in una sola notte. Una storia assurda che denuncia l’intollerabile incapacità di dipendenti pubblici, pagati per risolvere i problemi dei cittadini, che in realtà non riescono a far altro che complicargli la vita. Cercheremo di capire chi sono i dipendenti che si sono occupati di questa “pratica”, perché è bene che i datori di lavoro, i cittadini, conoscano le loro facce.

Era il primo novembre del 2015 e il violento nubifragio che in quelle ore colpiva la nostra provincia provocava un danno irreparabile alla loro casa, frutto di tanti sacrifici e tanto lavoro.

L’abitazione, situata in via San Leone nella zona di San Nullo, è stata dichiarata inagibile a seguito dell’allagamento, e i Pernice sono stati costretti ad abbandonarla.

Abbiamo perso tutto, dalla casa ai mobili nuovi, dai vestiti ai giocattoli dei bambini, tutto. Dodici anni di sacrifici sono andati persi nel corso di mezza nottata” ci racconta Sebastiano Pernice con le lacrime agli occhi.

Da quel momento in poi nulla è stato più lo stesso: passando da una sistemazione abitativa precaria ad un’altra ancora più inadeguata e sovraffollata, le loro vicissitudini si sono susseguite senza sosta e senza soluzione di continuità.

Ascoltando le loro vicende si ha come l’impressione di rivivere la storia dei Malavoglia, solo che purtroppo questa è la realtà, e in gioco ci sono responsabilità e colpe che non possono essere imputate alla sola “provvidenza”o al fato.

Dopo anni passati in B&B provvisori e in abitazioni sovraffolate ecco la goccia che fa traboccare il vaso: l’assessorato alle politiche sociali decide di separare i membri della famiglia. A Sebastiano viene assegnato il dormitorio della Chiesa dei Miracoli in via Umberto, dove può stare solamente dalle 19 e 30 alle 6 del mattino; mentre invece Eleonora e i bambini vengono assegnati ad una comunità antiviolenza protetta.

Dopo aver subito le conseguenze di una catastrofe naturale, essere anche separati è davvero troppo: in seguito a questo evento i Pernice hanno deciso di protestare, occupando la sede dei servizi sociali di via Dusmet 163 nella notte del 19 febbraio.

“E’ dal 22 dicembre scorso che ci hanno spostati in posti diversi. Abbiamo passato il Natale e il Capodanno separati. Tutto abbiamo perso in questi anni, abbiamo solo noi stessi, la nostra famiglia, e ora ci hanno pure diviso!” Racconta Sebastiano Pernice con le lacrime agli occhi, e prosegue:

“Mi devono solo dare la possibilità di stare con la mia famiglia. So che non sono state prese decisioni contro di noi, che la situazione è questa e non ci sono soluzioni abitative buone al momento, tra l’altro c’è il dissesto e lo piangiamo noi cittadini. Ma io voglio la mia famiglia unita. Voglio ringraziare chi ci sta aiutando, e anche chi non lo sta facendo. Come chi durante la protesta ha rifiutato di far entrare il mangiare per i miei figli, o come chi ci ha minacciato di toglierci la custodia dei bambini se continuavamo la protesta”

“I bambini ovviamente stanno risentendo di questa situazione” – prosegue Eleonora -” La recente lontanzanza dal padre, i continui cambiamenti di abitazione e la mancanza di certezze, tutto questo è ovvio che li destabilizza. Inoltre in questa comunità antiviolenza dove sto adesso vengono a contatto con storie e realtà molto difficili da accettare, molto traumatiche. Mio figlio per lo stress ha la psoriasi, e mia figlia soffre di iperinsulinismo e attacchi di panico”

I Pernice sono andati decine e decine di volte al comune per avere chiarimenti e risposte relativamente alla loro situazione, ma ancora non è stata trovata una soluzione davvero definitiva e di lungo periodo.

Seguiti e aiutati dalla dottoressa Carmela Campione, Responsabile della Direzione Famiglia e Politiche Sociali, hanno tentato di verificare più volte la loro situazione e le graduatorie, ed è emersa una particolare anomalia: Eleonora Pernice è passata dal quarto posto al centocinquantacinquesimo, e se esiste un criterio per questo misterioso spostamento, sicuramente non è stato ancora spiegato.

In attesa di risposte concrete e di chiarimenti, quello che resta è la storia di una famiglia che sta soffrendo da molto tempo, e che adesso meriterebbe un pò di pace e di risposte.

“Vogliamo stabilitià, vogliamo una sistemazione, voglio difendere il nostro diritto di stare insieme. Per questo stiamo protestando. Ho perso tutto, ma la mia dignità no. Vado sempre avanti a testa alta a lottare per ciò che è giusto per la mia famiglia e per i diritti dei miei figli, e non mi fermerò mai” conclude Eleonora.