Questo è un omaggio della testata, dichiarato, ad un consigliere che si è distinto per preparazione, indipendenza e coraggio, ma è anche un rimprovero perché si è sottratta una risorsa preziosa ad una città che ha disperato bisogno nelle sue istituzioni di amministratori che la amino. Mentre si aprono i seggi elettorali, se possono esserci ancora ragionevoli dubbi sull’esito finale, di certo possono infatti già registrarsi alcune sconfitte, quelle più amare, che travolgono un’intera comunità nel momento in cui alcuni, capaci e per bene, decidono di desistere dalla lotta per l’affermazione delle proprie idee nella gestione della città. La prima sconfitta, per la comunità catanese, più ancora che per loro, è stata la scomparsa della “sinistra antagonista” che non è riuscita neanche a presentare una lista. Lo dico da liberale lontanissimo da quelle idee, ma convinto che rappresenti un vulnus gravissimo e pericoloso per la dialettica democratica, per una sana competizione politica, che una componente così importante e certamente alternativa all’establishment dominante, si tiri fuori dalla rappresentanza istituzionale. Altra sconfitta, per Catania, la decisione di non ricandidarsi di uno dei più preparati e battaglieri consiglieri comunali ormai in scadenza, Niccolò Notarbartolo, il commercialista protagonista di mille coraggiose denunce che ha rassegnato una lunga riflessione alla sua pagina FB…

“Oggi è il mio ultimo giorno da consigliere comunale.

In questi anni ho provato a esercitare questo ruolo con tutto l’impegno che mi era possibile.

E sono stato rigoroso, come probabilmente non sono riuscito a essere in tante altre vicende della mia vita.

A un certo punto, però, mi sono smarrito: ho perso il mio partito, (il Partito Democratico, ndr) a cui non riconoscevo più la funzione storica e sociale che gli avevo sempre attribuito, e ci sono cose delle quali ero certo e di cui, ora, non lo sono più.

Mi sono interrogato sul significato del fare politica e del credere nelle istituzioni, oggi, a Catania. Mi sono chiesto a cosa debbano servire e quali risposte debbano dare a una società profondamente cambiata e, probabilmente, anch’essa smarrita.

Non ricandidarmi è stata una decisione sofferta, davvero.

Avrei voluto continuare un percorso a Palazzo degli elefanti, ma non avevo chiaro a cosa potesse servire. Ho capito che una mia candidatura al di fuori di un progetto che io ritenessi attuale – e utile – non aveva senso. La politica rimane una passione: oggi ho più strumenti per capirla e una diversa consapevolezza che mi permette di cogliere la profonda disonestà intellettuale sottesa ai tanti proclami sentiti in questa campagna elettorale. Non credo negli slogan per la risoluzione di problemi complessi; non sopporto l’approccio snob di chi pretende di avere risposte anche quando non ha chiare le domande; sono convinto che sia un errore puntare il dito sugli altri, giudicandoli, senza sforzarsi di capirli.

In questi anni ho conosciuto centinaia di persone, molte delle quali straordinariamente in gamba. Distillati di professionalità e umanità che mi hanno insegnato tanto. Adesso conosco la macchina amministrativa, ne ho sperimentato le dinamiche, ho appreso molto sulla spesa pubblica, so chi ne fruisce e chi ne è escluso. Tutte conoscenze che non voglio pensare debbano andare disperse. Ma credo che questo sia anche il tempo dell’autocritica, perché è da quella che si parte per ricominciare. Mi è stato detto spesso che non sono stato un consigliere «che unisce». E certamente è stato vero. I miei interventi in Consiglio lo testimoniano: ho vissuto momenti entusiasmanti e ho ottenuto risultati che rivendico. Ho cercato di difendere ciò che ritenevo giusto; e, se necessario, ho denunciato quello che invece pensavo non lo fosse. Sempre senza fare calcoli di convenienza personale.

Penso però di sapere ciò che mi è mancato. Quello che avrei dovuto fare, fin dall’inizio, era guardare con un’attenzione diversa alle realtà che riempiono di energia la città. Sono tantissime: esempi virtuosi di impegno e partecipazione che, in questa campagna elettorale, non hanno trovato spazio. O, se lo hanno avuto, si sono dissolti in mille rivoli. Eppure la loro forza sarebbe stata l’unità. Nel corso di questi cinque anni, non avrei dovuto essere solo la voce di numerose e legittime istanze, ma anche un elemento di collegamento tra tutte. Mi sono accorto che ho collaborato con tanti mondi ma che questi mondi, per parecchio tempo, non si sono parlati. Non sono riuscito a tenere insieme quel bellissimo gruppo di ragazze e ragazzi, pieni di voglia, talento e capacità, riuniti sotto il nome di «Catania in movimento», che mi hanno sostenuto cinque anni fa e grazie ai quali ho potuto fare questa esperienza.

Ho capito tardi che la partecipazione va alimentata e che, concentrandomi con tutte le mie energie sull’attività consiliare, mi sono impegnato sui singoli temi ma ho dimenticato di costruire l’insieme. E ho rischiato di perdere per strada le ragioni e le motivazioni che riempivano di significati il mio desiderio di continuare a fare politica. Oggi so che la città ha il disperato bisogno di trovare un percorso da intraprendere, e prospettive da immaginare. Eppure sembra, in questo momento, che si stia guardando indietro anziché avanti. Nonostante qualche eccezione, questa campagna elettorale ci ha mostrato la pochezza, l’immaturità e l’inconsapevolezza di chi si propone di gestire (o ri-gestire) la cosa pubblica.

C’è un libro a cui sono molto affezionato, si chiama «Recuperare Catania». È un librone spesso e pieno di vecchie fotografie, dall’alto, della nostra città. Non mi piace soltanto guardarle per riconoscere le strade, le piazze e le cupole — che pure è un esercizio che mi appassiona —, mi piace immaginare quel «recupero» di Catania di cui si parla nel titolo.

“Recuperare Catania” non dev’essere soltanto un proposito per oggi, ma dev’essere un’idea per domani.

Recuperarne gli spazi risparmiando loro degrado, incuria e automobili. Recuperarne la comunità sottraendola all’esasperato individualismo di questi tempi. Recuperare il rispetto dei luoghi e delle istituzioni, farne comprendere il valore, al di là del disinteresse, e del disprezzo, che poi sono i sentimenti prevalenti in un’ampia fetta di popolazione. Comprendendo che, se tante persone la pensano in quel modo, la responsabilità è anche di una classe politica scadente e inadeguata che ha usato le istituzioni piuttosto che servirle.

Chiudo questa esperienza consiliare e continuo ad amare la politica e a pensare che farla sia un bel modo per restituire un po’ di quello che prendiamo. Continuo a pensare che la risposta al voto di scambio siano i servizi sociali; che non ci si possa lamentare dell’inciviltà dei catanesi e del poco rispetto di ciò che è di tutti, ma contemporaneamente disinvestire su scuola e formazione; che i rifiuti per strada non siano folklore; che le società partecipate debbano offrire servizi in maniera economica ed efficiente e non, invece, spartire prebende.

Non mi sono candidato, ma non dico addio alla politica. Mi impegno, anche al di fuori delle istituzioni, a perseguire l’obiettivo che immagino quando sfoglio il libro di cui parlavo sopra: aggregare persone, competenze, idee, ragionare sulle cose, elaborare politica. Capire quali siano le ambizioni che può darsi la città e studiare come raggiungerle.

Perché l’orizzonte, per me, è quello: recuperare Catania.

D’ora in avanti.”

Niccolò Notarbartolo