A pochi giorni dalle elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura di domenica 8 e lunedì 9 luglio, vi proponiamo l’intervista che il nostro direttore Michela Petrina ha realizzato con Sebastiano Ardita procuratore aggiunto a Catania e candidato nella categoria Pm, pubblicata sul nostro giornale cartaceo. Ardita, magistrato giovane ma di grande esperienza, che proprio nel capoluogo etneo iniziò la sua esperienza, con anche l’inchiesta che azzerò il vertice della politica catanese è molto legato a Piercamillo Davigo, classe 1950, giudice appartenente al Pool di Mani Pulite che ha condotto l’inchiesta su “Tangentopoli”, e di fatto consentì la fine della “Prima Repubblica” con processi a tutta la classe politica e arresti illustri. Oggi Davigo è candidato al Csm per la categoria Cassazione. La terza categoria è quella dei Giudici di Merito

Il 9 aprile 2018 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha indetto – in attuazione della legge n. 195 del 1958 – per i giorni 8 e 9 luglio 2018 le elezioni per il rinnovo dei componenti togati del Consiglio, la cui scadenza è fissata a fine settembre 2018. Dovranno essere eletti 2 magistrati con funzioni di legittimità, 10 con funzioni giudicanti di merito e 4 con funzioni requirenti di merito. I primi due magistrati verranno scelti tra i candidati che esercitano la loro funzione presso la Suprema Corte, ovvero la Cassazione; i quattro con funzione requirente, tra procuratori aggiunti e sostituti procuratori; infine gli altri dieci, con funzione giudicante, tra giudici e consiglieri di Corte d’Appello.
Tra i candidati appunto Pier Camillo Davigo, già presidente di sezione presso la Corte di Cassazione e Sebastiano Ardita procuratore aggiunto alla Procura di Catania, che ha così risposto alle domande di Sud:
Proprio il 23 maggio 1993, ad un anno dalla strage di Capaci, cominciava la sua indagine che avrebbe portato, a Catania, a scoperchiare un sistema affaristico politico-mafioso e culminata con l’arresto di personaggi eccellenti. Ma da allora è come se ci fosse stata una battuta d’arresto nelle inchieste importanti. Cosa è cambiato dentro e fuori il Palazzo di Giustizia?
In Italia molte cose sono cambiate in questi anni. Nel 1993 lo tra scontro frontale con la mafia e i poteri illegali raggiunse il punto più alto, non solo per la reazione alle stragi, ma anche per via delle inchieste sulla corruzione che avevano travolto tutta una classe politica. Da li’ e’ partita una lenta e forte reazione contraria che ha avuto tra i suoi obiettivi il ridimensionamento della funzione di controllo della magistratura. Fino a quando si e’ trattato di fronteggiare proposte che apertamente volevano sottomettere i magistrati alla politica, l’opinione pubblica ha saputo reagire; ma quando l’attacco alla nostra indipendenza si e’ fatto più subdolo, tutto e’ cambiato.
Cosa vuol dire?
Voglio dire che la magistratura di oggi non e’ più la stessa, perché vive sulla sua pelle la crisi della giustizia che in gran parte e’ causata dal rifiuto della politica di intervenire con strumenti adeguati. La domanda di giustizia e’ drogata dal fatto che nel nostro paese conviene violare la legge. I processi sono interminabili e  finiscono per andare a vantaggio di chi ha torto. Questo fa crescere il contenzioso e rende difficile dare risposte nei tempi che i cittadini si attendono.  
Inoltre e’ molto più difficile rispetto al 1993 indagare sui potenti, non solo perché la la magistratura e’ cambiata –  ha un assetto più gerarchico ed e’ sommersa di carichi di lavoro ingestibili – ma perché il sistema di autogoverno tende a solidarizzare con gli altri poteri molto di più di quanto avveniva in passato, ed e’ disposto sempre meno a difendere i magistrati che operano come cani sciolti. 
Nel corso della settimana della legalità sono state realizzate tante manifestazioni contro la mafia ma di antimafia recentemente si sono riempiti la bocca in molti. Alcuni personaggi in particolare sono finiti nella rete degli investigatori, mi riferisco al sistema Montante portato alla luce dalla Procura di Caltanissetta, cosa ne pensa?  
Prescindendo del tutto dal merito delle inchieste in corso, possiamo dire che  l’”antimafia organizzata” alleata dei poteri forti, si e’ abituata alla passerella e parla il linguaggio “politicamente corretto” dell’establishment. Lancia qualche strale contro gli sconfitti della mafia militare e gira la testa dall’altra parte quando si tratta di riconoscere la mafia da “concorso esterno” che infesta il mondo degli affari e le istituzioni .
 E’ una cosa ben diversa da qual movimento rivoluzionario  e di minoranza che parlava un linguaggio di rottura e i cui esponenti, come Giuseppe Fava e Peppino Impastato, vivevano emarginati come nemici pubblici fino a perdere la vita.
Può questa città essere tornata a prima del 1993, ai tempi delle amicizie, dei favori, delle corruttele e connivenze tra politica, istituzioni e mafia, seppur in altre vesti, a scapito delle regole invece imposte ai cittadini onesti?
Certo che si. Tutta la mafia e’ tornata a prima del 1993 perché ha capito che il modello stragista era perdente. Si figuri se ciò non e avvenuto a Catania dove cosa nostra si e’ confusa spesso con le Istituzioni e dove e’ stato inventato il sistema  vincente della alleanza tra poteri. Ieri l’emergenza erano gli omicidi e le estorsioni, oggi e’ il concorso esterno, con tutti i limiti che incontra la sua repressione. I poteri illegali coinvolti in affari cercano  credibilita’  prendendo le distanze da una criminalita’ violenta che non e’ più il core business di cosa nostra. E cosi si finisce per aprire  la strada ad un nuovo razzismo: quello di chi punta l’indice contro i disagiati dei quartieri a rischio. Invece e’ proprio a San Giorgio a San Cristoforo e a Librino che le Istituzioni devono rifarsi una credibilita’. Bisogna parlare un linguaggio di inclusione che e’ esattamente l’opposto di quello sprezzante che viene utilizzato dagli pseudo antimafiosi e che gioca ad emarginare anziché a coinvolgere. Ci vuole un nuovo antagonismo culturale rispetto ai poteri forti  per riconoscere la mafia che si mimetizza dietro gli affari e la politica, altrimenti non ne usciremo. Bisogna riportare in vita ed attualizzare l’”eresia” di Fava ed Impastato per sconfiggere le ipocrisie del nostro tempo.
Secondo lei è possibile che questo avvenga a Catania, una città sempre più “affetta” dall’individualismo, dove ognuno rema per sé, anche a causa di una crisi economica che ha impoverito le nostre tasche e dove tirare a campare diventa sempre più complicato, i giovani scappano sempre più numerosi all’estero mentre quelli meno agiati scendono a compromessi attratti dai “soldi facili” della malavita? E se fosse possibile, da dove si dovrebbe partire, basterebbe solo un’informazione libera a risvegliare le coscienze?
Nulla e’ impossibile se mutano gli schemi di intervento sociale ed alla mera repressione si sostituisce l’investimento sui ceti più disagiati.  Ma se la cosa pubblica continua a subire il dominio del conflitto di interesse e ad essere condizionata dalle speculazioni e dal clientelismo,  non rimarranno molte speranze. L’informazione libera e’ uno strumento, ma da sola non basta. Occorre partire da chi non ha nulla e vive nei quartieri a rischio; da chi accetta i soldi facili della mafia solo perché non ha alternative. Ma prima dobbiamo avere il coraggio di ammettere che l’intervento sociale in questi anni non c’e stato e questa città e’ stata ingiusta e classista verso i catanesi più bisognosi.
Lei è candidato di punta della corrente Autonomia e Indipendenza per il Csm nelle elezioni del prossimo 8 e 9 luglio. Come sta vivendo questa esperienza e non le dispiace andare via da Catania che mai come in questo momento ha bisogno di magistrati impegnati ed energici?
Catania ha bisogno di magistrati impegnati, quanto la magistratura – non solo catanese – ha bisogno di un autogoverno che difenda l’autonomia di chi si batte per l’affermazione delle regole. Non solo nel penale ma anche nel civile. Sento che adesso questa seconda necessita’ sia più importante. C’e’ un tempo per tutto nella vita, basta volerlo.
La magistratura sembra ancora in mano alla politica, non a caso il vicepresidente che è colui che poi gestisce l’organismo, non è un togato. Come si dovrebbe allora garantire questa indipendenza?
Il problema non e’ che il vicepresidente sia un laico, perché questo lo vuole Costituzione per bilanciare la gestione dell’autogoverno.  Il problema e’ semmai che i laici siano sempre più politici attivi e militanti, anziché giuristi, come vorrebbe la Costituzione, e che i togati non siano capaci di arginare i tentativi della politica di limitare l’indipendenza dei magistrati con atti concreti. L’indipendenza non e’ una prerogativa individuale dei magistrati ma e’ un bene per la collettivita’. Oggi si arriva a sostenere che i giudici nel decidere devono “tenere conto dell’interesse dell’economia”, come e’ stato detto a proposito del caso ILVA. Noi dobbiamo difendere i diritti inviolabili dei cittadini che la Costituzione mette al primo posto. I membri togati del CSM avrebbero dovuto intervenire e protestare invece che rimanere inerti dinanzi a queste affermazioni per compiacere la politica.
Se dovesse dare un consiglio ai giovani che volessero rimanere a Catania cosa direbbe loro?
Direi loro di non smettere di credere ai loro sogni. Qualcuno di questi prima o poi si realizzerà e Catania ha bisogno di persone che hanno ancora voglia di sognare.

Sebastiano Ardita ha iniziato la carriera nella magistratura a Catania nel 1992 a cavallo delle stragi di mafia. Da giovane sostituto della DDA oltre ad occuparsi dell’organizzazione cosa nostra ha fatto parte del pool che nel 1993 ha azzerato il vertice della politica catanese, portando all’arresto dell’ex ministro Salvo Andò e degli onorevoli Nino Drago e Rino Nicolosi. Di quest’ultimo, ex presidente della Regione Sicilia, ha poi promosso la collaborazione con la giustizia che diede luogo alla operazione per l’appalto Ospedale Garibaldi I lotto, rientrante nel “tavolino” regionale gestito da Nicolosi attraverso l’imprenditore Filippo Salomone con l’intervento di Angelo Siino. Dal 2002 e’ stato poi direttore dell’Ufficio detenuti del DAP, dove si è distinto per le circolari sul trattamento penitenziario e la particolare serietà nella gestione del regime 41bis, il carcere duro contro i mafiosi e terroristi, che lo ha esposto a gravi minacce e, il 1 Aprile 2004, ad un attentato di matrice anarchica, in quanto destinatario di un pacco bomba idoneo ad uccidere. Suo il libro “ricatto allo Stato”, duro e documentato atto di accusa contro la gestione accomodante del regime speciale nel 1993 , utilizzato come base investigativa del procedimento sulla trattativa stato-mafia.
Il PM Nino di Matteo ha nominato Sebastiano Ardita suo difensore nel procedimento disciplinare – conclusosi con proscioglimento pieno da parte del CSM – avviato proprio mentre si apprendeva della condanna a morte da parte di Toto Riina contro il pm di Palermo.
Recentemente è tornato sulle prime pagine della cronaca giudiziaria per l’arresto del deputato Francantonio Genovese e per la successiva condanna a 11 anni di reclusione, nell’ambito della maxinchiesta sulla formazione professionale in Sicilia; nonché per l’operazione antimafia Beta, che ha portato alla luce una cellula occulta di cosa nostra siciliana collegata con poteri economici e massonici anche su scala nazionale.

Considerato il magistrato più vicino a Piercamillo Davigo, ha scritto saggi ed interviste ed è molto popolare tra i colleghi che rivendicano funzionalità del sistema giudiziario, effettività delle sanzioni e difesa del ruolo dei magistrati. Sua una delle interviste contenute nel libro-denuncia di Riccardo Iacona.

Ardita insieme a Piercamillo Davigo