È andata in scena, ieri sera a Catania, la prima rappresentazione della stagione lirica 2017 del teatro Massimo Bellini. Troppe incrinature hanno reso lo spettacolo discontinuo e schizofrenico. Troppe sostituzioni nel cast e una cantante ha cantato in buca perché non conosceva l’opera e doveva leggere la parte. Orchestra fuori fuoco e scene incomplete.

Come primo titolo si è scelta un’opera del sommo compositore catanese Vincenzo Bellini, La straniera.

Un’opera lirica intensa e bellissima, quanto complicata; tanto bella che la prima rappresentazione, nel 1829, alla Scala di Milano fu un grande successo. Il pubblico, che all’epoca nei teatri, durante le esecuzioni degli spettacoli, faceva di tutto, dal gozzovigliare al giocare a carte, rimase in silenzio ad ascoltare la musica e cercare di comprendere i caratteri complessi dei personaggi, che Felice Romani delineò nel suo libretto e i loro intrecci.

Un’opera decisamente d’avanguardia, per quei tempi, che si discostava dai canoni classici delineati dai compositori che avevano preceduto Bellini e che seguiva un nuovo corso, già tracciato con Il Pirata, che scavava a fondo la psiche dei protagonisti.
Un’opera d’avanguardia anche per la struttura, che non prevede aree chiuse né per il soprano, né per il tenore e, cosa piuttosto insolita, che proietta con vigore nel panorama operistico il baritono e gli da luce, precedendo di qualche decennio quelli che saranno i grandi ruoli dei baritoni verdiani.
Opera lirica, non dimentichiamolo, che Wagner studiò attentamente, prima di scrivere i suoi capolavori.

La straniera mancava dal nostro teatro da tre lustri. Ultima esecuzione nel 2002, con Alexandrina Pendatchanska nel ruolo di Alaide. Ma certamente non dimentichiamo la precedente rappresentata nel 1988, con Lucia Aliberti acclamata e applaudita dal pubblico catanese del turno A, solitamente freddo all’epoca.

La prima, svoltasi durante l’umida e fredda serata di ieri, ha visto una moltitudine d’inghippi, complicazioni e colpi di scena, nelle settimane che l’hanno preceduta; a partire dalla sostituzione del primo direttore d’orchestra, che per un’improvvisa indisposizione si è trovato costretto a cancellare e ad esser sostituito dal maestro Rolli, già noto al pubblico catanese per l’esecuzione della Sonnambula nel corso della passata stagione.

Poi una moltitudine di sostituzioni di artisti e, non ultimo i ritardi nella consegna di scene, costumi e quant’altro, hanno messo in grande difficoltà la produzione, rischiando di far addirittura slittare la prima recita.

Probabilmente per questo motivo orchestra e coro, solitamente puntuali e precisi, si sono trovati più volte, durante l’esecuzione dell’opera, fuori fuoco e poco sincroni. L’impressione è che si trovino, mi si passi il paragone calcistico, in ritardo di preparazione.

Sicuramente sia il maestro Rolli, direttore della prima compagnia, sia il maestro Catalanotto, che si occupa della seconda, sapranno organizzare meglio l’opera nella sua interezza e coordinare orchestra e coro.

Come detto, tanti impedimenti hanno accompagnato l’evento nel corso della preparazione e ieri, anche in occasione della prima, sembra proprio che la sfortunata serie d’intoppi non abbia voluto abbandonare questa Straniera.

Ahimè l’atteso debutto nel ruolo di Alaide del soprano Daniela Schillaci, tanto cara al pubblico catanese, è stato obtorto collo rimandato per un problema alle vie respiratorie. Peccato davvero. Il pubblico l’aspettava, memore soprattutto del suo recente trionfo nel ruolo belliniano di Norma. Speriamo che possa riprendersi velocemente e deliziare i suoi concittadini alla prossima esecuzione.

La sostituta, Francesca Tiburzi, ha molto ben cantato, tenuto conto soprattutto del fatto che era reduce da una difficile prova generale, il giorno precedente. Un giorno di riposo le sarebbe certamente giovato. Ha comunque superato bene le difficoltà del ruolo ed è stata giustamente applaudita. Il pubblico ha gradito e non era necessario l’esagerata enfasi di alcuni elementi in sala. Avrebbe ricevuto comunque il giusto consenso.

Altro protagonista della serata è stato il capace e puntuale tenore Emanuele D’Aguanno.
Il ruolo di Arturo, sottovalutato, perché spesso lo si confronta con Pollione, Elvino o con l’altro Arturo, quello dei Puritani, è tutt’altro che semplice e richiede perizia equilibrio e uniformità di voce.
Una linea di canto elegante, accompagnata a una voce chiara e dei bei centri e, ciliegina sulla torta, facilità nei sovracuti, hanno consentito al D’Aguanno di affrontare con agio il ruolo che fu di Reina prima e del grande Rubini successivamente.
Bravo davvero.

Per quanto concerne Isoletta, altro personaggio cardine dell’opera belliniana, sembra di aver assistito ad una telenovela della quale desidero risparmiare i dettagli. Una sfilza di mezzosoprani si sono avvicendati nel nostro teatro durante le prove. Qui la dirigenza non è riuscita a mettere una toppa in questa grossa falla, arrivando impreparata alla prima.

È venuta in soccorso del teatro Sonia Fortunato, mezzosoprano che ha già calcato le scene del Bellini, in ruoli di appoggio, sempre ben eseguiti.
Non conoscendo l’opera, si è trovata costretta a cantare in buca, sostenuta dal direttore Rolli (così recitava il comunicato). In scena un’attrice si muoveva in sua vece, mimando.
Ogni commento è davvero superfluo; meglio focalizzare l’attenzione sulla prova vocale della Fortunato, giustamente applaudita, che ha consentito comunque l’esecuzione dell’opera.
A lei va il ringraziamento degli abbonati e del pubblico pagante.

Il barone di Valdeburgo è stato affidato, dopo un ennesimo immancabile forfait, al baritono Enrico Marrucci.
Il Marrucci ha affrontato il ruolo con serietà e gusto. La voce, ben messa, gli ha consentito di trovarsi a suo agio e ricevere il meritato applauso.

Il signore di Montolino, è stato ben interpretato da Alessandro Vargetto, così come e il priore degli Spedalieri da Maurizio Muscolino. Entrambi sempre affidabili.
Anche Riccardo Palazzo ha ben fatto, eseguendo con puntualità e sicurezza il ruolo di Osburgo.

Bella e pittoresca la regia di Andrea Cigni. Belle le scene, di grande effetto.
Anche qui va detto che l’avvicendarsi degli artisti e i ritardi di consegne non hanno consentito ai cantanti e alle masse di integrarsi perfettamente nel contesto scenografico, bello ma non facile.

Troppe incrinature hanno reso lo spettacolo discontinuo e schizofrenico.
Sarà necessario rivederlo fra qualche giorno per comprendere se la macchina si fermerà lasciando i passeggeri per strada o, come si spera, arriverà a fine corsa.
In sette recite si può forse sistemare ciò che non va di questa produzione.

Lo merita il pubblico.

Lo merita la città.