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Il giorno della Memoria e delle ipocrisie

28-01-2023 06:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

Il giorno della Memoria e delle ipocrisie

Quante memorie dimenticate...

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Quante memorie dimenticate...

Ieri, in tutto il mondo, si è celebrata la giornata della memoria, per riflettere assieme sullo sterminio di sei milioni di Ebrei, durante la Seconda Guerra Mondiale, oltre che di centinaia di migliaia di omosessuali, rom e disabili.

 

L’intento è quello di prevenire il ripetersi di una delle immani tragedie della storia.

 

Con le leggi razziali, che purtroppo anche lo Stato italiano mise in atto nel 1938, aprendo una delle pagine più vergognose del suo recente passato, si raggiunse, infatti, un grado di abiezione politica e morale, che nessuno potrà mai cancellare.

 

La memoria, dunque è importante, perché è quella facoltà imprescindibile dell’uomo, che filosofi come Platone e Sant’Agostino consideravano indispensabile per la conoscenza della verità.

 

Di ogni verità, anche di quella che da sette anni chiedono Paola e Claudia Regeni, i genitori di Giulio, il ricercatore italiano, dottorando dell’Università di Cambridge, scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato esanime il 3 febbraio successivo.

Dalle indagini condotte finora, risultano delle evidenti responsabilità della polizia segreta egiziana, che avrebbe torturato il ragazzo, sottoponendolo a tali maltrattamenti da renderne irriconoscibile il corpo.

La madre dichiarò di avere potuto identificare il figlio dalla punta del naso e di avere visto nel suo volto massacrato “tutto il male del mondo”. Giulio sarebbe stato trattato come un sovversivo, infiltrato per fomentare una rivoluzione contro il regime di al-Sisi.

Nel 2021, la magistratura italiana ha rinviato a giudizio Tariq Sabir, Athar Kamel, Usham Helmi e Magdi Sharif, tutti ufficiali della National Security Agency, il servizio segreto interno egiziano.

Tuttavia, a fronte delle reiterate richieste del governo italiano, l’Egitto non ha mai collaborato per l’accertamento dell’accaduto.

E, come spesso accade quando si vuole mistificare la realtà, dopo il ritrovamento del cadavere, furono messe in giro voci, che alludevano ad una disinvolta attività sessuale del giovane, che gli sarebbe stata fatale in un Paese straniero.

Oppure ad un’aggressione subita da una banda di comuni delinquenti del Cairo, sfociata in un omicidio.

 

Ora, l’Italia è purtroppo abituata a misteri, rimasti insoluti, anche con la compiacenza di istituzioni deviate e per questo definiti “di Stato”. Sette anni non sono poi così tanti rispetto alle stragi di Ustica, Bologna, Capaci e Via D’Amelio.

 

Ma una domanda è legittima, oltre che doverosa.

In quest’arco di tempo si sono avvicendati quattro esecutivi, abbastanza eterogenei fra di loro.

Quali strumenti concreti ed efficaci hanno utilizzato per indurre le autorità egiziane a cooperare alla soluzione del caso?

Nessuno pretende una crisi politica o la rottura delle relazioni, che certamente non aiuterebbero le indagini.

Ma neanche questa lunga litania di promesse, strette di mano e sorrisi stereotipati, che dal 2016 hanno impegnato la nostra diplomazia.

 

Più volte mi è capitato di riferirmi ai politici del passato, della cosiddetta prima repubblica e alla loro capacità di difendere il prestigio del Paese e la sicurezza dei suoi cittadini.

 

Oggi vorrei evocare la figura di un uomo, per il quale non ho mai nutrito molta stima e neanche particolare simpatia: Bettino Craxi.

 

Ma non si può dimenticare il suo impegno in favore dei diritti umani, quando chiese con fermezza a Gorbaciov – e ottenne – che i coniugi Sacharov potessero lasciare l’Unione Sovietica e venire in Italia a curarsi.

O il suo discorso al Congresso americano, dove denunciò coraggiosamente l’illegittimità del regime di Pinochet, tanto gradito agli USA, e le sue leggi liberticide.

 

In questi sette anni risulta, invece, che l’Italia, tra le chiacchiere e la retorica di circostanza, abbia continuato, anzi abbia addirittura incrementato, la vendita di armi all’Egitto, malgrado la legge 185/90 vieti “l’esportazione di armamenti verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”.

 

È possibile che, come ha detto il ministro Tajani al question time, mantenere rapporti cordiali con il Cairo, possa effettivamente rispondere ad un interesse nazionale, evidentemente pecunia non olet!.

Ma, per favore, si lascino fuori da questo turpe mercimonio la dignità e il dolore delle persone, perché questi non hanno un prezzo.

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