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50 anni fa veniva ammazzato a Ragusa un giornalista di 25 anni: Giovanni Spampinato, che raccontava la verità

30-10-2022 07:00

Pierluigi Di Rosa

Cronaca, Focus,

50 anni fa veniva ammazzato a Ragusa un giornalista di 25 anni: Giovanni Spampinato, che raccontava la verità

Può accadere di essere ammazzati per la verità, ma non deve accadere che sia dimenticato

Raccogliamo l'invito rivolto da Stefano Massini nel corso della trasmissione Piazza Pulita di questo venerdì.

 

Lo facciamo perché stimiamo Massini,  autore, drammaturgo e interprete di levatura eccezionale, pluripremiato e riconosciuto forse più all'estero che in Italia, primo autore teatrale italiano ad aver vinto un Tony Award, l'Oscar del Teatro, tanto per dire, sempre attentissimo a porre temi difficili, ostici ed a farlo in maniera eccelsa.

 

Lo facciamo anche perché la storia che propone è di prima grandezza, di enorme importanza.

 

È la storia di un giovanissimo ragusano, Giovanni Spampinato, che viene ammazzato a soli 25 anni per aver voluto ostinatamente fare il mestiere che ambiva di fare: il giornalista.

E non era neanche iscritto all'Ordine, lo divenne solo postumo.

 

Venne ammazzato perché si trovò a svelare complicate trame eversive di ambienti della destra fascista e terrorista che coinvolgevano l'altà società degli intoccabili proprio della sperduta Ragusa, che a quell'epoca, siamo agli inizi degli anni '70, si ritrovò ad essere il rifugio preferito di alcuni esponenti di primo piano di quelle bande politico-criminali che tanto sangue sparsero nella difficile stagione degli anni di piombo.

 

Stefano Massini, si diceva, lo ricorda nel suo spazio durante la puntata del 27 ottobre di Piazza Pulita, stesso giorno in cui, nel 1972, veniva ammazzato Giovanni Spampinato, alle 18 della sera.

 

Prima di entrare nel vivo del ricordo, Massini apre una parentesi, con una domanda: "Cosa vuol dire, che cos'è fare il giornalista?"

 

Risponde prendendo a prestito un aforisma di George Orwell: "Il giornalista è colui che dice alla gente le cose che la gente non vuole sentire."

Almeno "alcuna gente", si potrebbe chiosare.

 

E continua Massini: "Il giornalista è una figura distaccata, una figura scomoda, probabilmente antipatica, necessariamente antipatica, perché il giornalismo è quella parte dell'informazione che fa luce su ciò che non è illuminato di già, su ciò che sta nell'ombra, su ciò che sta nel buio."

 

Ancora: "Avrebbe detto Sigmund Freud che il giornalista sta alla Comunità come dentro di te sta quella parte che sa, che sente la verità che non vuoi sentire, che eviti di ascoltare, perché è quella parte che ti mette in crisi.

Ecco, il bravo giornalista, non il leccaculo, il bravo giornalista è quello che ti mette in crisi."

 

 

Riproponiamo l'intervento di Massini, che potrete anche rivedere in migliore qualità direttamente sul sito della trasmissione.

 

 


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GIOVANNI SPAMPINATO

(Ragusa 6 novembre 1946 - 27 ottobre 1972)

 

Giornalista italiano, ammazzato a 25 anni per le sue inchieste sul neofascismo a Ragusa e i suoi rapporti coi traffici della mafia siciliana.

 

Era corrispondente per la provincia di Ragusa del glorioso quotidiano militante palermitano L'Ora.

 

Quando fu ucciso non era ancora iscritto all'Ordine dei giornalisti, che gli riconobbe il titolo dopo la morte.

Nella biografia si legge che Giovanni crebbe in una Ragusa che nell'immediato dopoguerra era ricca di giacimenti di petrolio, tanto da guadagnarsi il titolo di "capitale italiana del petrolio", attirando molti per le indubbie opportunità di lavoro e arricchimento.

Anche per via del relativo benessere assicurato dai giacimenti petroliferi, la provincia era considerata tranquilla, una "provincia babba".

 

Suo padre Peppino era stato un valoroso comandante partigiano sui monti della Jugoslavia.

I suoi atti d’eroismo erano stati compensati con due medaglie d’argento al valor militare.

Poi era stato uno dei fondatori del PCI di Ragusa e uno dei dirigenti più noti.

 

Su piano della militanza politica, Giovanni si era sempre distinto da lui, benché ne avesse ereditato le idee di sinistra.

 

I suoi ideali, i suoi principi erano quelli più nobili del Sessantotto: giustizia, uguaglianza sociale, diritto allo studio, diritto al lavoro, politica partecipata dalla base e volontariato sociale: nel 1968, dopo il terremoto che distrusse interi paesi e causò oltre mille morti, andò nella Valle del Belice con i soccorritori.

 

Ottenuta la maturità, si iscrisse alla facoltà di Filosofia dell'Università di Catania, coltivando la sua passione per il giornalismo.

 

Il fatto di essere figlio di un comunista gli causò qualche problema, dato che la stampa siciliana a quei tempi era schierata su posizioni anticomuniste.

Ricordato come schivo, riservato, impegnato, e dal cuore grande, la delusione del mondo e delle persone lo portò spesso a periodi di solitudine.

 

Una volta confidò: "L'ironia, l'autoironia mi ha salvato da molti momenti di crisi. Ma anche il vivere così comporta dei rischi: se mi fossi preso più sul serio avrei realizzato qualcosa, non avrei sbandato".

 

Nel 1969 Spampinato cominciò a scrivere per il quotidiano "L'Ora" di Palermo, fino a diventarne il corrispondente da Ragusa.

 

Giornale molto prestigioso, diffuso a Palermo, "L'Ora" a Ragusa era letto però solo da una piccola élite, poiché veniva stampato la mattina a Palermo e arrivava a Ragusa solo la sera, in prossimità della chiusura delle edicole.

Veniva acquistato, dunque, solo da chi era particolarmente motivato e interessato a leggere il punto di vista di sinistra sulle vicende siciliane, da chi era interessato ad un giornalismo di denuncia e di inchiesta, fatto da giornalisti che non avevano paura di parlare di notizie scomode e di mafia.

Fu un giornale impegnato in battaglie civili, che diede voce a tutti e che, anche se politicamente schierato, non rinunciò mai alla sua autonomia redazionale.

 

Giovanni visse con un po' di frustrazione il fatto di scrivere da Ragusa per un giornale che lì leggevano in pochi, ma vedere i suoi articoli pubblicati lo ripagò sempre.

Scrisse anche per "L'Opposizione di Sinistra" e per "l'Unità" dal 1969 al 1972.

Tuttavia, il tesserino di pubblicista gli venne assegnato dall'Ordine dei Giornalisti solo dopo la sua morte.

 

Ragusa passava per "provincia babba" ma non lo era per niente, come proprio le inchieste  di Giovanni Spampinato cominciarono a rivelare.  


Spampinato cominciò infatti a scavare a fondo sui fatti in provincia di Ragusa.

Il contesto in cui si trovava ad operare era quello della Guerra Fredda, quindi generalmente ostile a un giornalista di sinistra come lui.

A maggior ragione quando cominciò a interessarsi ai traffici illeciti che avvenivano nelle acque siciliane, dove si svolgeva non solo un contrabbando di sigarette (i sigarettari erano in genere uomini di estrema destra), ma dove sbarcavano anche navi cariche di armi.

Non solo: Giovanni iniziò a indagare anche sul traffico di reperti archeologici, intuendo che in queste lucrose attività non erano coinvolti solo delinquenti, ma personalità importanti della società; e che tutti questi traffici avevano un collegamento con la Destra.

 

Ragusa non era dunque una città tranquilla in una provincia babba: la facilità dei collegamenti tramite il porto consentì, in quegli anni, intensi traffici di contrabbando di sigarette, armi e droga.

In questa apparente tranquilla cittadina dilagò il neofascismo.

 

Spampinato non si occupava tuttavia solo di traffici e di estrema destra: fu molto legato ai giovani, all'istruzione, e ai fermenti del '68 che animarono gli animi: "I giovani così, i giovani colà. È facile astrarre, creare nuove categorie. Ma il più delle volte ci si dimentica di andare a vedere da vicino questi marziani, non si pensa nemmeno di cercare di capire chi sono e cosa vogliono. Ma vogliamo farglielo dire a loro, chi sono e cosa vogliono?"

 

E ancora, si interessò ai lavoratori e stette sempre dalla loro parte: scrisse della crisi dell’agricoltura, e delle condizioni in cui gli uomini erano costretti a lavorare nelle serre. Si interessò a problematiche cittadine, prima fra tutte la carenza di risorse idriche. Si occupò anche di analisi economiche e sociali, politiche, di cronaca.

 

Spampinato scrisse anche di speculazione edilizia, dell’interesse di alcuni giovani neofascisti per reperti archeologici, del prosperare del malaffare in quella parte della Sicilia che riguardava Ragusa (dai rapporti con la mafia fino al traffico di armi e droga).

Città in cui si radicava un estremismo di destra attraverso campi di addestramento di forze paramilitari e organizzazioni neofasciste. I suoi furono articoli clamorosi.

 

Tra la fine del 1970 e l’inizio del 1971 Spampinato raccolse una serie di informazioni che rivelarono un intreccio nascosto tra politica, affari, traffici illeciti e attività eversive, che riguardarono in particolare il triangolo Ragusa – Siracusa – Catania, e che si realizzarono nel silenzio delle attività investigative.


Ed è qui che subisce una svolta drammatica l'esperienza professionale di Giovanni, quando si trova ad indagare su un misterioso omicidio.

 

Giovanni Spampinato pagò con la vita la sua ricerca della verità, ad appena venticinque anni.

 

Stava indagando sull'omicidio di un commerciante di antiquariato, l'ingegnere Angelo Tumino, da sempre fascista ed ex consigliere al consiglio comunale del Movimento Sociale Italiano.

Un caso che riguardò la collusione tra malaffare e istituzioni.

 

Per fare luce sulla morte dell’ingegnere Tumino, trovato morto il 26 febbraio 1972 nelle campagne di Contrada Ciarberi, a pochi chilometri da Ragusa, Spampinato capì che bisognava indagare negli ambienti frequentati dall’ingegnere: tra la borghesia cittadina e i neofascisti del Movimento Sociale Italiano.

 

Tumino tra l'altro venne ucciso proprio nei giorni in cui Giovanni, durante le sue inchieste sul neofascismo, rivelò la presenza a Ragusa del latitante Stefano Delle Chiaie, detto il “bombardiere nero”, ricercato per le bombe del 12 dicembre 1969 all’Altare della Patria, e di altri neofascisti (come Vittorio Quintavalle) legati a Junio Valerio Borghese, il "principe nero" che aveva tentato un colpo di Stato, nel dicembre 1970.

 

Giovanni si appassionò fortemente a quel delitto, dato che Tumino non era un delinquente qualunque ma trafficava reperti archeologici.

Tre giorni dopo il delitto Giovanni scrisse di una pista che portava fin dentro il Palazzo di Giustizia: scoprì che subito dopo il ritrovamento del corpo dell’ingegnere, il sostituto procuratore incaricato delle indagini aveva interrogato un amico della vittima, figlio di un magistrato di Ragusa nonché presidente del Tribunale: Roberto Campria, uno con una passione spasmodica per le armi, e che intratteneva rapporti con trafficanti di opere d’arte.

 

Campria venne convocato dalle forze dell’ordine, confermando di essere amico dell’ingegnere Tumino ma di non sapere che fosse morto.

Parlò delle persone che frequentavano entrambi, sempre nell’ambito di acquisto e commercio di materiale antico.

Quello dell’ingegnere Tumino rimase a lungo un omicidio irrisolto.

Secondo Spampinato questo accadeva perché si voleva tenere nascosta la responsabilità di qualcuno molto noto, così raccolse informazioni e si rese conto che l’omicidio Tumino era maturato all'interno degli ambienti di estrema destra ma soprattutto in quello del traffico di reperti archeologici.

Non si trattava di un omicidio commesso dagli ambienti delinquenziali, ma probabilmente ordinato o voluto da un “intoccabile”.

Tuttavia, nessuno osò però scavare e andare affondo a quel delitto.

 

Giovanni indagò a lungo su quell’omicidio e si pose domande fondamentali: come mai il corpo di Tumino venne rivestito e sistemato con cura?

L’ingegnere Tumino venne ucciso in contrada Ciarberi o vi fu portato già morto?

Come mai, poco dopo l’omicidio, la macchina (che dalle testimonianze risultò essere proprio quella di Tumino) percorse per due volte a tutta velocità e a fari spenti quella strada?

Un uomo da solo poteva spostare un corpo di più di cento chili?

 

Secondo Spampinato vi era la probabilità che l’assassino non avesse agito da solo.

Attraverso varie testimonianze raccolte, il giovane giornalista scoprì diversi elementi: il testimone Gino Pollicita rivelò di aver visto, la mattina del delitto, Tumino insieme al magistrato Saverio Campria (padre di Roberto) e la moglie (notizia che la Procura di Ragusa non approfondì).

In secondo luogo, la sera dell’omicidio, la Guardia di Finanza fermò una macchina (probabilmente quella dell’ingegnere Tumino) guidata però da Vittorio Quintavalle (pochi giorni dopo il giudice istruttore smentì di tutta fretta questo verbale).

E ancora, i contadini descrissero la figura di Roberto Campria nella persona che era stata vista insieme a Tumino nelle campagne e nel giorno del delitto.


Tante furono le stranezze che Giovanni scoprì su Campria: subito dopo la morte dell’ingegner Tumino egli si trovava a casa dell’assassinato per rovistare tra le sue carte; inoltre Campria si trovava con Tumino lungo il tragitto che portava al luogo del ritrovamento del cadavere. Campria non fu mai né formalmente accusato né formalmente indagato. Spampinato fu l’unico a segnalare le anomalie che riguardarono le modalità di indagine del Palazzo di giustizia, ma in questa ricerca della verità venne lasciato solo.


In seguito ad un suo articolo, Campria lo querelò per diffamazione, salvo poi non presentarsi al processo e quindi far decadere la querela.

 

L’idea che si fece Giovanni dell’omicidio Tumino fu questa: l’ingegnere si era messo in traffici illeciti, gestiti dalla mafia, e poi quando decise di uscirne fu ucciso. Giovanni era sicuro che Campria centrasse in prima persona in quell’omicidio, nonostante quest’ultimo dichiarasse la sua estraneità ai fatti, e anzi si avvicinò spesso a Giovanni per chiedergli di scrivere articoli che sottolineassero l’innocenza della sua persona. Giovanni non gli credette mai e anzi cercò di convincerlo a confessare. A seguito di questi tentativi Campria maturò l'omicidio di Spampinato.


Il 27 ottobre 1972 Campria telefonò a Spampinato per chiedergli di incontrarsi, facendogli intuire la possibilità di una confessione; Giovanni, benché avesse un po’ timore di quell’uomo non cedette alla paura e andò. Tuttavia, il neofascista lo uccise con cinque colpi di pistola nella sua auto, e si costituì subito dopo. I giornali l'indomani titolarono: “Assassinato perché cercava la verità”.


Per l’omicidio di Giovanni Spampinato si tenne il processo nel 1975 a Siracusa, al termine del quale Campria fu condannato a 21 anni di prigione.


Durante il processo di appello, il pm Auletta dirà: «Campria aveva paura non per quello che #Spampinato aveva scritto, ma per quanto non aveva ancora scritto sulle trame dei fascisti e sui pericolosi traffici nei quali erano coinvolti sia Tumino che Campria. Il delitto è stato una prova di fedeltà a quel mondo».

Prova richiesta da chi? E perché? Ad oggi non vi sono ancora risposte a queste domande.

 

Il 7 maggio 1977 la Corte di Appello di Catania escluse l'attenuante della provocazione per Campria:

Giovanni Spampinato pubblicò notizie che rispecchiano la verità, nell'esercizio del suo diritto-dovere di cronaca. […] Non sussiste quindi la provocazione. […] La Corte di Assise di Appello, in riforma della sentenza della Corte di Assise di Siracusa del 7 luglio 1975 esclude l'attenuante della provocazione.

Tuttavia, la pena venne ridotta da 21 a 14 anni di reclusione dalla Corte d’Appello di Catania, che riconobbe la seminfermità mentale per Campria.

 


Nella sentenza del 3 ottobre 1978 venne rigettata la richiesta di ottenere l'attenuante della provocazione per l'omicida Campria:

"Una cosa è certa: le dicerie di un piccolo ambiente (com'è quello di Ragusa) non sono attribuibili all'attività giornalistica, peraltro legittima della vittima, sicché, non è invocabile l'attenuante in esame"

 

Campria alla fine scontò solamente 8 anni, nel manicomio di Barcellona Pozzo di Gotto..

 

Accuse gravi alla giustizia ragusana vennero mosse da Achille Occhetto e Miriam Mafai, dai giornalisti Etrio Fidora, Mario Genco, Vittorio Nisticò, e numerosi altri, ma, con una mite condanna per Campria e l’inevitabile archiviazione del caso Tumino, calò su tutta la vicenda un silenzio fitto.

 

Nessun giornalista pubblicò più indiscrezioni sul delitto Tumino, le indagini finirono nel nulla e nel 2006 furono archiviate ad opera di ignoti, tra l’altro per decisione dello stesso magistrato che aveva svolto le prime indagini, Agostino Fera, divenuto intanto procuratore della Repubblica di Ragusa. Le indagini sul delitto Tumino sono state riaperte .


Fino al 2007 il caso Spampinato venne trattato come un delitto comune.

La narrazione è iniziata a cambiare quando gli è stato assegnato il Premio Saint-Vincent di Giornalismo alla memoria, alla presenza dell'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nello stesso anno venne fondato “Ossigeno per l’informazione”, l’osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia (promosso dalla FNSI e dall’Ordine dei Giornalisti) e il premio giornalistico Mario Francese si svolse a Ragusa, in omaggio a Giovanni.

 

Nel 2008 andò in scena lo spettacolo teatrale “Il Caso Spampinato”, di Danilo Schininà e Roberto S. Rossi. Nel 2012 lo spettacolo fu riportato in scena con diverse innovazioni.

 

Il 13 gennaio 2010 nacque l’Archivio Spampinato, voluto dall’Associazione Giovanni Spampinato, che raccoglie documenti, articoli, pubblicazioni, fotografie e altro.

Il 26 aprile dello stesso anno, nella Sala AVIS di Ragusa, ebbe luogo il convegno “Noi e Giovanni, una vittima dimenticata e il dovere della memoria. Ricordi, testimonianze, proposte” in memoria di Giovanni Spampinato, con la presenza di don Luigi Ciotti.

 

Il 27 ottobre 2011, Radio Itaca (Marsala) dedicò la prima puntata del programma radiofonico “Itaca ricorda” alla storia di Giovanni Spampinato. Nello stesso anno la quinta edizione del “Master in giornalismo investigativo e analisi delle fonti documentarie” di Milano è stato intitolato a Giovanni Spampinato.

 

Nel 2012, all’interno del Palazzo della Provincia di Ragusa, venne riaperta la sala stampa dedicata a Giovanni Spampinato nel 1995.

 

Il 29 ottobre 2015, a distanza di 43 anni dalla morte di Giovanni Spampinato, venne organizzato a Ragusa il convegno “Spampinato 43”. Nel corso di quest’ultimo fu rivelata una notizia che fino a quel momento era stata tenuta in riserbo dalla famiglia e dalla magistratura: nel 2008 venne inviata una lettera anonima, scritta a macchina, in cui si rivelavano particolari sull’omicidio Tumino.

 

E adesso, a 50 anni dal delitto, l'appello di Stefano Massini per uscire dall'oblio la storia di Giovanni Spampinato, di 25 anni, ammazzato perché cercava la verità.

 

Può accadere, infatti, di essere ammazzati per la verità, ma non deve accadere che sia dimenticato.

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