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"La famiglia non gode di buona salute"

18-06-2022 06:55

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

"La famiglia non gode di buona salute"

Negli ultimi 10 anni in Italia 131 stragi familiari con 287 vittime, in 13 anni 447 infanticidi

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L’infanticidio di Mascalucia, dove una giovane madre ha prima ucciso la figlia di cinque anni e poi occultato il cadavere, è stato al centro della cronaca degli ultimi giorni.

 

Molti di noi saranno andati indietro con i ricordi di una ventina d’anni, al delitto di Cogne.

 

Anche allora la vittima fu un bambino, di tre anni, molto probabilmente assassinato dalla madre, che però non ha mai confessato, nonostante la condanna definitiva in Cassazione.

 

A differenza di quanto accaduto in Valle d’Aosta, questa volta i contorni del delitto appaiono un po’ più chiari, grazie alle ammissioni della madre e gli inquirenti non escludono che essa abbia compiuto il delitto per arrecare sofferenza al padre della bambina, dal quale si era separata e che ormai convive con un’altra compagna.

 

Questa supposizione ha indotto alcuni specialisti a parlare di “sindrome di Medea”, la protagonista dell’omonima tragedia di Euripide, che sopprime i figli, avuti da Giasone, dopo che questi aveva preferito sposare la figlia del Re di Corinto, per succedergli al trono.

 

Ora, non sappiamo cosa sia realmente passato nella mente di questa madre omicida e dubito che si riuscirà mai a saperlo con certezza.

Per questo ci asteniamo da ogni commento sulla vicenda e ci limitiamo ad offrire alcuni sommessi spunti di riflessione.
 

I dati riguardanti l’infanticidio in Italia sono agghiaccianti: secondo l’Eures, tra il 2004 e il 2017, i bambini uccisi dai loro genitori o da qualcuno dei familiari sono stati 447.

Dei figlicidi, termine che si fa fatica a scrivere e a pronunciare, sei volte su dieci è responsabile la madre.

Negli ultimi dieci anni le stragi familiari sono state 131, con 287 vittime.

Nel 90% dei casi colpevole è un uomo, mentre il 60% delle vittime sono donne.

Senza contare i pestaggi, gli abusi sessuali e tutte le forme di violenza psicologica che si consumano all’interno delle mura domestiche, difficili da quantificare per una diffusa ritrosia dei malcapitati a denunciare gli aggressori. 


Tutto questo denota che la famiglia non gode di buona salute, anzi, possiamo dire, che versa in condizioni molto precarie.

E non si può dire che le istituzioni non ne siano al corrente, se da anni esiste pure un ministero apposito.

 

Temo, però, che le terapie finora adottate non siano state efficaci, forse perché le diagnosi non sono state adeguate. Purtroppo, si tende ormai a leggere qualsiasi problema in chiave economica e, di conseguenza, si pensa di risolverlo attraverso diverse modalità di assistenza materiale.

Assegni, bonus, rimborsi, detrazioni appaiono come la panacea di tutti i mali, ignorando che, nella maggior parte delle situazioni, vi è una matrice culturale o psicologica da cui converrebbe partire.

Gli psichiatri, ad esempio, distinguono cinque tipi di figlicidio: oltre alla già citata sindrome di Medea, si può uccidere un figlio per non vederlo più soffrire, oppure perché non era stato desiderato, o quando si è in preda ad un raptus, o in maniera accidentale.

Nessuna di queste motivazioni è riconducibile direttamente a cause economiche. 
 

La dimensione più carente, in seno alle dinamiche familiari, è invece quella affettivo-relazionale.

Ciò è dovuto innanzitutto alla contingenza di una vita frenetica e stressante, che ha ridotto moltissimo i momenti di condivisione, confidenza e dialogo tra i coniugi e tra loro e i figli.

 

Durante il primo lockdown divenne virale una vignetta nella quale un bambino, dinanzi ai suoi genitori, affermava stupito: “Dicono di essere mio padre e mia madre, ma io non li ho mai visti prima”.

 

Dovrebbe inquietare anche il titolo di un film del 2016, cinico, ma terribilmente verosimile: “Perfetti sconosciuti”.

Il regista, Paolo Genovese, rappresenta il rischio, ahimè assai frequente, che in seno alla coppia, i cellulari possano favorire e alla fine contenere una vita parallela a quella matrimoniale.

 

Nella Amoris laetitia, il Papa esorta gli sposi cristiani a ritagliarsi spazi abbondanti di confronto, preparati da letture significative e non banali, profonde e non superficiali.

D’altro canto, la televisione, benché non sia più il “focolare” cantato da Arbore in uno storico programma di grande successo, è responsabile di una programmazione che, negli ultimi tempi, ha proposto liti furibonde tra familiari.

 

Un’emittente nazionale trasmette, per ore e ore, scene di adulterio o di delitti, che avvengono in casa.

E anche la scuola farebbe bene a istituzionalizzare corsi di educazione all’affettività che, oltre ad accompagnare gli alunni in una graduale e delicata scoperta della propria sessualità, curassero molto la relazione interpersonale.

Amicizia, fedeltà, lealtà, altruismo, ma anche dovere, sacrificio, dedizione sono dimensioni imprescindibili della vita sociale, la cui importanza è necessario spiegare fin dai primi anni dell’istruzione.

Quest’ultima, poi, dovrebbe restituire centralità agli studi incentrati sulla persona umana, per comprenderne, apprezzarne e rispettarne la sacralità.

E se “sacralità”, secondo alcuni, non è più politicamente corretto, preoccupiamoci quanto meno della sua dignità!
 

Quando si parla di emergenza educativa ci si riferisce ad un coacervo di questioni che, pur riguardando nell’immediato il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, ben presto si riverbereranno in quello degli adulti, con conseguenze irreversibili.

Non dimentichiamolo!    

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