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CARITAS: “C’È PIÙ GIOIA NEL DARE CHE NEL RICEVERE”

30-03-2022 09:00

Giornalisti del Futuro

Il Mediterraneo in miniatura,

CARITAS: “C’È PIÙ GIOIA NEL DARE CHE NEL RICEVERE”

La Caritas Italiana è l’organismo pastorale della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) per la promozione della carità. La sua principale missione è pedagogica..

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La Caritas Italiana è l’organismo pastorale della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) per la promozione della carità. La sua principale missione è pedagogica e pastorale: è un’esperienza di carità fatta di incontro, condivisione, partecipazione e scambio reciproco, affinché le persone e le comunità vengano coinvolte e sensibilizzate

di Grasso Flavia Carola e Pappalardo Lidia Maria

 

“C’è più gioia nel dare che nel ricevere”, è questa la filosofia su cui ogni operatore della Caritas si deve basare; concetto che viene più volte messo in evidenza da don Alfio Ranno nella sua intervista. Quest’ultimo, proprio per  evidenziarlo, fornendoci una testimonianza diretta, aggiunge che: “Nel momento in cui si è riusciti ad aiutare qualcuno, si ha un senso di soddisfazione che è difficile spiegare a parole, ma spesso si vede la presenza del Signore, perché Egli opera nel nostro quotidiano senza che noi ce ne rendiamo conto”.

 

La Caritas nasce nel 1971 per volere di Papa Paolo VI, che aveva a cuore la comunità cristiana e che desiderava diventasse un luogo accogliente, sensibile e attento soprattutto ai bisogni di coloro che, nella società, mancano di attenzioni. Negli anni ‘70, il presbitero padovano Giovanni Nervo fondò la  Caritas Italiana di cui egli stesso fu il primo presidente. Fin da subito venne accerchiato da operatori che possiamo considerare degli educatori alla carità e delle guide verso una sensibilizzazione della società, affinché quest’ultima possa aprire gli occhi alle difficoltà più prossime, ma nascoste di ogni uomo.

All’interno della diocesi di Catania ha un ruolo rilevante la Caritas vicariale che opera nell’ampio territorio di Paternò, un comune limitrofo alla città metropolita di Catania.  

 

Responsabile di questa Caritas territoriale è proprio il diacono don Alfio Ranno, al quale abbiamo fatto un’intervista che ci ha aiutato a scoprire, più da vicino, il ruolo che questo organismo ha nel territorio e allo stesso tempo ci ha permesso di mettere in luce l’autentica realtà della Caritas, che spesso, purtroppo, viene fraintesa, portando la gente ad assumere una concezione di essa ben differente da quella che realmente è; il più delle volte, infatti, viene intesa come un “distributore  di beni materiali”, mentre in realtà essa offre un servizio ampiamente variegato. 


“L'obiettivo primario delle Caritas - spiega Don Alfio -è quello di sostenere sia economicamente che moralmente le famiglie più disagiate che vivono nel territorio. Si cerca, infatti, di instaurare un dialogo con queste famiglie, al fine di poter comprendere bene le esigenze primarie che hanno, non  sempre di natura economica, ma spesso anche sociale e legate al loro modo di vivere da emarginati della società.


La stragrande maggioranza di queste famiglie vengono aiutate dalle varie Caritas parrocchiali, con la donazione di generi alimentari. Un altro tipo di aiuto che offre la Caritas è il sostegno morale dato dai centri di ascolto. 
Purtroppo, però, non tutti coloro che ne fanno parte hanno quella preparazione e quella sensibilità tale da capire il servizio delicato a cui si è chiamati a svolgere, trattando quindi i bisognosi con superficialità e guardandoli dall’alto verso il basso. Sono in tanti a cadere in questa "trappola", senza riuscire a capire che, in questo modo, si fa del male anziché del bene.


Di fronte a situazioni particolari non sempre si è in grado di capire come comportarsi e l'unica arma che abbiamo a disposizione è quella di rivolgerci allo Spirito Santo. Talvolta non si riesce a fare le cose giuste, ma se fatte in buona fede e, soprattutto, con l'umiltà di rendersi conto che siamo "servi inutili" (Lc 17,10), tutto quello che facciamo sarà guidato dal Signore”. 


La pandemia che ruolo ha avuto? 
“La pandemia ha fortemente contribuito a peggiorare le cose. Infatti, in un momento della nostra vita in cui venivano a mancare tante delle certezze che ci eravamo costruiti, mentre prima erano sostanzialmente i poveri coloro verso cui era rivolto il servizio, negli ultimi due anni anche il cosiddetto ceto medio si è visto costretto a bussare alle porte della Caritas, a causa di un notevole impoverimento dovuto alle condizioni lavorative, diventate precarie in seguito alla situazione pandemica.
Si è infatti registrata  una maggiore richiesta di aiuto economico, aiuto che è necessario fornire per far fronte all’aumento vertiginoso del costo energetico ed, in generale, della nostra vita, con un aggravio non indifferente sull'economia della famiglia stessa.


In fin dei conti, perciò, la pandemia ha fornito il suo contributo nell’aumentare quel divario sociale già esistente e che possiamo intendere come un “allargamento della forbice sociale”, in cui i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi”. 


Infine, per far sì che venga data un’esaustiva panoramica, abbiamo deciso di concludere l’intervista ponendo delle domande su due aspetti specifici: dal punto di vista del bisognoso e dal punto di vista dell’operatore Caritas: 
“La carità, sorprendentemente a quello che è il pensiero comune, educa le persone che la ricevono. Infatti, queste ringraziano sempre per il dono ricevuto e soprattutto non pretendono niente, anzi, spesso chiedono come poter essere utili per "sdebitarsi". Questo lo fanno soprattutto le persone che veramente hanno bisogno, purtroppo, però, esiste una cerchia di esse che, con i loro modi arroganti, sono convinti che tutto gli è dovuto. Ed è questa la sfida che impegna noi operatori Caritas, cioè quella di far capire che: non tutto ci è dovuto, ma che quello che ci è donato è frutto della Grazia di Dio”.
Così come riesce a trasmettere qualcosa al bisognoso, questo avviene anche per colui che dona: 
“La Caritas trasmette tanto anche agli operatori. Trasmette, innanzitutto, la consapevolezza che ognuno di noi si deve prendere cura di un fratello, nel rispetto del Vangelo che annunciamo, e senza guardare la condizione in cui, anche il meno fortunato, si trova”. 
 

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