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Intervista a Lia Sava, nuovo Procuratore Generale di Palermo

02-05-2022 06:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

Intervista a Lia Sava, nuovo Procuratore Generale di Palermo

La prima donna a ricoprire nel capoluogo siciliano questo altissimo incarico

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Buongiorno Dottoressa Sava e grazie di avere accettato il nostro invito.

Sia pure con un ruolo diverso e con maggiori responsabilità, per Lei si tratta di un ritorno a Palermo. Come ha trovato la città dopo tanti anni? 


Palermo è una città bellissima che amo profondamente come tutto ciò che si sceglie spontaneamente, senza alcuna imposizione.

Ed io l’ho scelta, tanti e tanti anni fa, proprio perché dopo le Stragi non si poteva restare indifferenti.

Molti giovani magistrati (ed io ero fra quelli) scelsero di venire a lavorare a Palermo.

La città è affascinante e resta tale.

Ciò che mi colpisce è, semmai, il contrasto fra la magnificenza di certe strade del centro, ricche di vetrine e luccicanti di colori, e la povertà di alcune periferie dove, più che in passato, c’è forte disagio miscelato con la miseria di altre etnie. Questo mi preoccupa perché è terreno fertile per nuove e perniciose forme di criminalità.

Infatti, dove c’è miseria la tentazione dell’offerta deviante del crimine diventa pressoché irresistibile.

E questo finisce per giovare e rafforzare Cosa Nostra.

Dove la politica non risolve e quando la magistratura fornisce risposte in tempi rallentati, si inserisce il boss di quartiere attraverso il controllo a tappeto del territorio, con le conseguenze drammatiche che tutti conosciamo.

Padre Puglisi questo l’aveva ben compreso quando, a Brancaccio, provò a dare risposte al disagio, offrendo un’alternativa al potere mafioso ed ha pagato con la vita.  
  
Falcone diceva che la gente faceva il tifo per loro, pensa che sia ancora così? 


Credo che l’epoca storica che stiamo vivendo sia profondamente differente da trent’anni fa.

Soprattutto dopo le Stragi, a Palermo ci fu un grande movimento popolare, che si ispirava ai “lenzuoli bianchi”, stesi ai balconi per dimostrare la voglia di pulizia morale, conseguente all’orrore delle esplosioni di Capaci e via D’Amelio.

Ed allora ci fu la forte reazione dello Stato, la cattura di numerosi latitanti, le importanti collaborazioni con la giustizia.

Ci fu uno scatto di orgoglio collettivo che adesso, dopo tanti anni, sembra, a tratti, smarrito.

Ma io sono certa che, nonostante forme più o meno evidenti di sfiducia da parte della società civile, la magistratura è un corpo sano che è composto da uomini e donne che fanno con coscienza, ed anche a prezzo di grandi sacrifici, il proprio dovere. 

 

Lei incontra spesso i ragazzi nelle scuole, che percezione ha dei giovani? Ritiene che abbiano una adeguata consapevolezza del fenomeno mafioso? Purtroppo risulta che, per molti di loro, Gaetano Costa, Pio La Torre, Emanuele Basile, Libero Grassi, sono degli sconosciuti. Come si può rimediare a questa mancanza e soprattutto come si può combattere una certa indifferenza diffusa nella società di oggi (e non solo tra i più giovani)? 


Vado in giro per le scuole da trent’anni.

Subito dopo le Stragi, abbiamo proseguito il percorso che fu di Rocco Chinnici, degli stessi Falcone e Borsellino, che impone di andare a parlare nelle scuole di “educazione alla legalità”.

Ho incontrato studenti da nord a sud del nostro paese e molti di quei ragazzi adesso sono magistrati, avvocati, esponenti delle Forze dell’Ordine.

Certo, allora era più facile farsi capire, era più semplice raccontare l’orrore dell’offerta deviante del crimine organizzato, perché quell’ orrore era ancora vicinissimo.

Adesso è tutto più complicato, specie se, in famiglia, non si è educati al rispetto delle regole.

Il rispetto delle regole sociali, infatti, si impara prima di tutto a casa, poi deve proseguire a scuola, negli oratori, in ogni centro di aggregazione,  ma senza l’incipit all’interno delle mura domestiche è più difficile far capire ai giovani che la mafia altro non è che scempio di regole statuali.

E le regole statuali sono a tutela di tutti, non a vantaggio del  privilegio di pochi.

Al contrario, i boss mafiosi, che sottomettono interi  quartieri al loro volere e tutte le attività economiche al pagamento del pizzo, realizzano unicamente i loro putridi interessi  criminali.
 
La giustizia riparativa è applicabile ai reati di mafia?  


Credo che la giustizia riparativa, intesa ovviamente in senso molto lato e non tecnico, in tema di reati di mafia, sia concretamente possibile solo se un aderente a Cosa Nostra avvia un serio percorso di collaborazione con la giustizia, con ammissione di responsabilità e indicazione di complici. 

 

Qual è il Suo rapporto con la verità? In una società liquida dove tutto è mutevole, si può ancora credere in una verità definitiva? 


La verità è un obiettivo che ogni uomo deve perseguire.

Verità intesa come luce che fa chiarezza e si contrappone al buio della menzogna e dell’ambiguità.

Ma il magistrato è consapevole che la verità sostanziale può essere diversa dalla verità processuale (quella verità che riesco a dimostrare in un’aula di giustizia e che può essere anche differente  dalla realtà sostanziale).

Ovviamente, l’obiettivo di ogni magistrato è cercare di far coincidere la verità sostanziale con quella processuale, lavorando con scrupolo e dedizione per la ricerca di prove su come sono andati i fatti oggetto del processo. 
 
Lei crede in Dio? 


Credo in Dio fermamente. Ho il dono della Fede, che mi ha sostenuto in tanti (direi in tutti) i momenti della mia esistenza. Provengo da una famiglia praticante, che mi ha insegnato ad andare a Messa, a pregare, a recitare il Santo Rosario.

Ho frequentato, per circa dieci anni, una scuola cattolica che ha contribuito alla mia formazione in modo significativo.

La Suora, mia professoressa di Italiano e Latino alle scuole medie inferiori, la sento ancora oggi, a distanza di oltre 40 anni e mi ha insegnato a guardare a Maria in tutte le molteplici tempeste della vita.

E mi creda, chi sceglie di fare il mio lavoro, di momenti esistenziali complessi ne attraversa davvero tanti, inevitabilmente.
 
Che ruolo ha avuto Dio nel Suo lavoro? 


Dio è il punto di riferimento in ogni settore della mia vita.

Nello svolgimento della professione ho cercato di non smarrire la “compassione” per chi cade, per chi “delinque”.

Qualunque reato si commetta, qualsiasi sia la  pena da comminare in rapporto al disvalore del fatto, tutti meritano il massimo rispetto.  

Ed ho constatato che l’etica del “rispetto per l’altro”, anche quando delinque, è valore assolutamente comune a chi fa il mio lavoro, anche se non crede in Dio.

Per me, che credo, è anche il frutto del mio “essere cristiana”.

 

Lei si è laureata nella stessa Università in cui ha studiato Aldo Moro e che oggi porta il suo nome. Dopo tanti anni si discute ancora se lo Stato abbia fatto bene a non trattare con le Brigate Rosse per salvarlo. A Suo giudizio, quando c’è in gioco una vita umana, si può dialogare con degli assassini? 


La domanda è complessa. La premessa è che Aldo Moro ha segnato la mia formazione umana e culturale.

Mio padre aveva svolto la sua tesi di laurea proprio con il professore Moro e gli fu molto legato.

Quando Moro venne rapito io avevo 15 anni e ricordo che mio padre era annichilito dal dolore.

All’università il mio esame di Filosofia del diritto lo preparai proprio su un testo di Aldo Moro.

Ma sono assolutamente certa che non si possa e non si debba  trattare con chi delinque, con chi semina morte.

Lo Stato non può cedere a ricatti, mai.

Lo Stato che cedesse al ricatto negherebbe se stesso.
 
Cosa significa, per Lia Sava, essere la prima donna a ricoprire l’ufficio di Procuratore generale? 

 

Sicuramente una grande responsabilità ed un forte impegno al quale assolvere con determinazione e mettendo in conto sacrifici personali che, però, non mi hanno mai spaventato. Amo profondamente il mio lavoro e mi ritengo fortunata, perché ogni mattina mi sveglio con la consapevolezza che, se darò il massimo, potrò contribuire al miglioramento del “servizio giustizia”, che per il cittadino significa “miglioramento della qualità di vita”. 
 
La prima persona venutaLe in mente subito dopo la nomina? 


Mia madre, alla quale ero legatissima.

A seguire mio padre, al quale somiglio nell’approccio esistenziale, a mio fratello, morto giovanissimo, ed ai miei nonni che, per motivi differenti, mi hanno insegnato la tenacia e la pazienza, doti indispensabili per andare avanti nelle difficoltà quotidiane.

Loro non ci sono più da tempo, ma sono vivi nel mio cuore, nella mia mente, sono sempre con me. 

 

Come hanno accolto la notizia i Suoi familiari? 


Con soddisfazione e con gioia anche perché, dopo tanti anni, siamo di nuovo insieme.  

 

Quanto ha influito il sacrificio di tanti Suoi colleghi nelle Sue scelte professionali?

 

Tantissimo. Se non ci fossero state le Stragi, non sarei mai venuta in Sicilia e non avrei mai fatto il pubblico ministero.

Nel 1992 ero giudice civile a Roma e non avevo alcun progetto di vita che implicasse la Sicilia, terra dove non ero mai stata. Le Stragi hanno cambiato la mia vita, che ha un prima ed un dopo.

Il dopo significa, appunto : “dopo i fatti di Capaci e via D’Amelio”.

 

Ricorda dove si trovava quando ha saputo di Capaci e via D’Amelio? 


Assolutamente sì. Il 23 maggio 1992 ero a casa, a Bari, e stavo redigendo la minuta di una sentenza civile.

Ero nello studio e mia madre mi avvertì che in televisione avevano dato la notizia con una edizione straordinaria del tg.

Io smisi di scrivere, sentii qualche collega al telefono e ci siamo ritrovati in piazza per un corteo.

Avevo le lacrime agli occhi, ma non sgorgavano.

Erano intrappolate nello sgomento. 
Il 19 luglio del 1992 ero, invece, al mare.

Ricordo che quando si diffuse la notizia, ho raccolto le mie cose e come in apnea ho vissuto i giorni a seguire.

Peraltro, avevo vivo il ricordo di Paolo Borsellino che avevo incontrato, fine giugno 1992, ad un convegno.

I suoi occhi non potrò mai dimenticarli.

E quando, negli anni, mi sono occupata dei processi per le Stragi di Capaci e Via D’Amelio, più volte ho ripensato a quell’incontro e, soprattutto, a quegli occhi, trasparenti, come acqua che sgorga  dalla fonte e, ad un tempo, tristissimi, come chi sente addosso il fiato fetido del male che lo sta per annientare.    
  
Quanto c’è ancora da scoprire su queste stragi? 


Dopo trent’anni abbiamo individuato gli autori materiali ed i mandanti mafiosi delle Stragi di Capaci e via D’Amelio.

Manca, però, ancora la verità a 360 gradi, perché si prosegue nelle indagini volte ad individuare responsabilità di possibili “concorrenti esterni”, cioè soggetti non appartenenti a Cosa Nostra, che potrebbero aver avuto interessi convergenti ad eliminare Falcone e Borsellino.

Per questo ho detto più volte, sia in sede processuale che in alcune interviste, che non ci fermeremo mai nella ricerca della completa verità sulle Stragi.

Lo dobbiamo ai morti ed ai loro familiari, lo dobbiamo a questo Paese, lo dobbiamo a noi stessi.
   
Oggi cosa rischia concretamente chi non paga il pizzo in Sicilia? 


Chi viene avvicinato con richieste di pizzo rischia se non denuncia immediatamente.

Al pizzo non si deve cedere, ma si deve ricorrere alla magistratura ed alle Forze dell’Ordine.

Se non lo si fa, si finisce per perdere tutto, anche i termini economici.

I costi dell’illegalità connessi al pizzo finiscono per diventare insostenibili e frequentemente l’imposizione del “quantum” mensile è solo il primo passo, al quale segue l’acquisizione da parte di Cosa Nostra della stessa attività economica.

Altro che “libertà di impresa”!

Se, invece, si reagisce e si denuncia non si perde la propria attività economica, né la propria dignità. 

In questa direzione non bisogna avere tentennamenti, ma occorre avere massima fiducia nelle Istituzioni.

Peraltro, se tutti, in maniera compatta, denunciassero, se tutti dicessero un “NO” chiaro, rivolgendosi allo Stato invece che aderire all’imposizione di Cosa Nostra, il problema sarebbe risolto in radice. 

 

C’è speranza per questa terra, che Borsellino definiva “bellissima e disgraziata”?

 

Assolutamente sì.

Se compiamo tutti insieme il salto etico, ne verremo fuori.

Diceva Falcone che la mafia è un fatto umano, che come tutti i fatti umani ha un principio ed una fine.

Ed io, in questo, credo fermamente.

Sono consapevole che non sarà facile, sono consapevole che il percorso potrà essere ancora assai difficoltoso, ma sono assolutamente sicura che arriveremo a respirare l’aria fresca di libertà che, come diceva Borsellino, si contrappone al puzzo del compromesso.

Ognuno, in questa direzione,  deve fare la sua parte.

Nessuno escluso.   

 

Grazie ancora Dottoressa, tante congratulazioni e buon lavoro.

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