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Te piace o presepe?” “No!”

18-12-2021 06:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

Te piace o presepe?” “No!”

Solo “il respiro di un bambino può farci volare”.

“Te piace o presepe?” “No!”.

Questo scambio di battute tra Luca Cupiello e suo figlio Tommasino è il leitmotiv di Natale in casa Cupiello, capolavoro assoluto della drammaturgia partenopea, scritto da Eduardo De Filippo nel 1931.

Il protagonista, da buon napoletano, è impegnato nella costruzione del presepe, nella quale vorrebbe coinvolgere il figlio, che però si oppone recisamente.

Il padre cerca almeno di strappargli un assenso, anche sotto minaccia, ma è tutto inutile, al ragazzo interessa solamente “a suppa e latte” a colazione. 
Con preveggente lucidità Eduardo costruisce una efficace metafora della società novecentesca, dominata da conflitti generazionali tra genitori e figli, crisi familiari e rifiuto delle tradizioni.

Il diniego di Tommasino non è, infatti, un mero dispetto, ma, privando il Natale del suo simbolo principale, ne prefigura il superamento come festa religiosa.

Alcuni decenni dopo, esso si sarebbe infatti trasformato in una feria invernale, parallela a quella estiva, in cui al mare si preferisce la montagna, alle spiagge i negozi e al gelato il panettone o il pandoro. 
Non sappiamo ancora come noi trascorreremo il Natale di quest’anno, il secondo al tempo del covid, probabilmente meno blindato di quello del 2020, ma ancora in un clima di ansia e incertezza, per l’impennata che la curva dei contagi ha avuto nelle ultime settimane.

Continuiamo ancora ad avvertire un senso di sopraffazione, molti lamentano la mancanza di libertà e ognuno subisce il condizionamento di un virus, che ci colpisce nella specificità del nostro essere umani: la relazione con gli altri.

Secondo Bernard Henry Lévy la pandemia avrebbe addirittura inciso nelle facoltà mentali, portandoci a una sorta di follia collettiva, in cui si sono perse “priorità, chiarezza di sguardo, obiettivi e capacità di giudizio”.
E tuttavia, questo clima pesante può paradossalmente farci riscoprire l’autenticità del Natale.

Non soltanto spiritualmente, come ha asserito papa Francesco, ma dal punto di vista culturale, o meglio antropologico.

Questa festa è da sempre associata ad una liberazione, la cui attesa è una componente così importante da essere, talora, leopardianamente preferita alla festa stessa.

Nell’antichità classica si aspettava il ritorno della luce e dunque la liberazione dal buio dell’inverno.

Duemila anni fa, in Palestina, gli Ebrei attendevano un Messia, che li emancipasse dai Romani.

I cristiani, per secoli, vi hanno celebrato l’incarnazione del Figlio di Dio, disceso nel mondo per affrancarli dalla schiavitù del peccato.

Ma ormai sono decenni che l’uomo non attende nessun liberatore, perché la liberazione è un concetto che non gli appartiene più, per lo meno non fa parte delle categorie esistenziali dell’occidente.

Il grado di efficienza, obiettivamente raggiunto da certi Paesi, è stato interpretato come totale autosufficienza e un delirio di onnipotenza si è impadronito dei nostri pensieri e dei nostri comportamenti.

In un’altra piece teatrale, Il visitatore, Éric Emmanuel Schmitt afferma che l’uomo del XX secolo ha smesso di sfidare Dio per sostituirsi a lui. 
Il dramma epocale che stiamo attraversando, con un bollettino di guerra che seguita inesorabilmente a comunicarci ogni giorno il numero dei decessi, ahimè ancora elevato, potrebbe però insegnarci che non esistono libertà definitive.

Che non si è liberi se circa il 40% della popolazione mondiale non ha ancora ricevuto la prima dose di vaccino; se duecentomila persone sono uccise ogni anno a causa della guerra; se oltre sei milioni di esseri umani muoiono tra 0 e 15 anni; se il 30% dei nostri giovani non ha un lavoro; se in Italia due genitori, da cinque anni e mezzo, chiedono invano di conoscere la verità sul proprio figlio torturato e ucciso all’estero. 
Il Natale può, invece, raccogliere questa speranza, che si impersona in un bambino, non solo per chi guarda a lui con fede, ma per tutti coloro che attendono di rinascere e credono, come recita Dario Fo, che solo “il respiro di un bambino può farci volare”.

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