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I "grandi della Terra", il COP 26 e niente di buono per il futuro del pianeta

06-11-2021 06:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

I "grandi della Terra", il COP 26 e niente di buono per il futuro del pianeta

Winston Churcill affermava: "Finché si parla non si spara", ma se si parla troppo non si conclude niente.

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La Cop 26, in corso a Glasgow dallo scorso 31 ottobre e in programma fino al prossimo 12 novembre, ci induce a occuparci di nuovo dello stato di salute non eccellente del nostro pianeta.

 

E non possiamo non esprimere il dispiacere di come essa si sta svolgendo e lo scetticismo circa la possibilità concreta, che dal summit escano provvedimenti efficaci per migliorare la situazione complessiva della Terra.

 

La conferenza è infatti nata monca dell’autorevole presenza di Elisabetta II, la padrona di casa, costretta a casa da una decisione dei medici, presa a causa degli acciacchi dovuti, probabilmente, all’età della Regina.

 

La sovrana aveva dimostrato una spiccata sensibilità verso i temi ecologici, con iniziative significative ed esemplari.

 

Nel 2007 aderì alla richiesta avanzata da Capital Radio di spegnere le luci dalle 21 alle 22 del 21 giugno (Earth Hour).

 

Nel 2018 abolì il consumo della plastica a Buckingham Palace e all’interno delle sue proprietà, al suo posto si cominciarono ad utilizzare imballaggi biodegradabili.

Nel 2019 decise di non indossare più pellicce originali, ma solo modelli sintetici.

Nel 2020, tramite il figlio Carlo, definì l’inquinamento un male peggiore del coronavirus.

 

E poche settimane fa aveva strigliato i politici mondiali di parlare tanto ma di agire poco, venendo assimilata, per questo, a Greta Thunberg e alle sue accuse di bla bla bla, rivolte a chi non ha ancora saputo, o voluto, fare nulla per ridurre l’emissione di gas nell’atmosfera.

La sovrana ha comunque inviato un videomessaggio ai partecipanti, esortandoli a non indugiare: “Il tempo delle parole è finito, è ora di agire. Facciamolo per i nostri nipoti”.
 

Un’altra illustre assenza è quella del leader cinese Xi Jinping, capo di una delle nazioni più inquinanti, che aveva già disertato il precedente G20 di Roma.

Paradossalmente la Cina è forse lo Stato in grado di mantenere meglio degli altri le decisioni assunte.

 

Uno dei limiti più gravi di questi vertici internazionali, infatti, riguarda la tenuta politica di chi vi interviene.

 

Quasi sicuramente, nel giro di qualche anno, di coloro che firmeranno il documento conclusivo, non ci sarà più nessuno al proprio posto.

È la legge della democrazia, che non prevede mandati a vita.

 

Questo vuol dire che i loro successori potrebbero non rispettare quanto convenuto oggi. A meno di sorprese o imprevisti, Xi Jinping, invece, sarà al suo posto per un po’ di tempo ancora e quindi, se volesse, potrebbe mantenere in futuro un impegno preso in questo momento.

 

Ma il confronto con i suoi colleghi, l’imbarazzo di potere incontrare la stampa internazionale e soprattutto le sue inquietanti mire espansionistiche a Taiwan, gli hanno consigliato di limitarsi ad inviare un videomessaggio a Roma e un comunicato scritto a Glasgow, giacché, secondo indiscrezioni di stampa, il collegamento a distanza non gli sarebbe stato consentito. 
 

Dal canto suo, Joe Biden, tra una pennichella e l’altra, ha dimostrato di avere le idee ben chiare su quello che occorrerebbe fare, ma poi ha preferito ribadire la leadership mondiale degli Stati Uniti e rivendicare i meriti economici della sua amministrazione, anziché annunciare importanti decisioni in favore dell’ambiente.

Anzi, proprio lui, con il calo vertiginoso di popolarità che lo riguarda e l’età avanzata che si ritrova, è il politico che offre minori garanzie di futuro.

Del resto gli USA sono soliti tornare sugli impegni presi, quando cambia l’inquilino della Casa Bianca.

 

Durante la Cop 3 di Kyoto, nel 1997, fu redatto un celebre protocollo, firmato pure dal presidente Bill Clinton, che non fu mai ratificato, dopo l’elezione dell’ineffabile George W. Bush
 

Un importante messaggio è arrivato anche da papa Francesco, molto attento alle sorti del pianeta, che attraverso il suo segretario di Stato, cardinale Parolin, ha ricordato che “non c’è più tempo per aspettare; sono troppi, ormai, i volti umani sofferenti di questa crisi climatica, bisogna agire con urgenza, coraggio e responsabilità. Agire anche per preparare un futuro nel quale l’umanità sia in grado di prendersi cura di sé stessa e della natura”. 
 

L’Italia ha partecipato con il presidente del consiglio Mario Draghi, che ha invitato a non dividere i Paesi in buoni e cattivi, dal momento che i primi sono pochissimi e i secondi moltissimi.

Il suo auspicio è che si accantonino gli interessi di parte e si pensi all’avvenire dei nostri figli. 
 

Finora, l’unico obiettivo degno di nota, raggiunto dalla Cop, è stato l’intesa contro la deforestazione: entro il 2030, gli Stati interessati ad oltre l’86% delle foreste globali, dovrebbero investire 19,2 miliardi di euro, di cui 1 miliardo sarà versato dall’Unione Europea.

Non è molto, anzi è pochissimo, per il resto solo profonde e inconciliabili divergenze.

 

E tuttavia, riunirsi e discutere per due settimane del futuro della Terra, benché sia insufficiente, è comunque apprezzabile.

Considerate le forti tensioni sociali e politiche che il surriscaldamento potrebbe ancora suscitare, mi viene in mente una celebre constatazione del grande statista britannico Winston Churchill: “Finché si parla non si spara”.

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