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Ferragosto dedicato alla memoria delle vittime di mafia. Quelle dimenticate

15-08-2021 07:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

Ferragosto dedicato alla memoria delle vittime di mafia. Quelle dimenticate

Da quel sangue, da quei morti, da un lato "morì la speranza dei siciliani onesti", da un altro cominciò un percorso di lotta e riscatto

Se non è vero che la mafia uccide solo d’estate, basta ricordare il delitto Mattarella per smentirlo (6 gennaio 1980), è pur vero che nei mesi caldi è concentrata la maggior parte degli omicidi commessi da Cosa Nostra.

 

Il 1982, ad esempio, che molti associano ai Mondiali di calcio in Spagna, vinti dalla Nazionale allenata da Enzo Bearzot, è purtroppo anche l’anno in cui a Palermo hanno perso la vita l’on. Pio La Torre e l’autista Rosario Di Salvo, il 30 aprile, giorno in cui si insediava il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, tra i vincitori della guerra combattuta dallo Stato contro le Brigate Rosse.

 

Egli stesso sarà massacrato, assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo, il 3 settembre.

 

L’11 agosto fu ucciso da quattro killer il prof. Paolo Giaccone, direttore dell’Istituto di Medicina legale del Policlinico, che oggi porta giustamente il suo nome, e docente ordinario alle facoltà di Giurisprudenza e Medicina.

 

I primi due erano vecchi nemici della mafia, che avevano direttamente contrastato da antica data, anche se con ruoli e mezzi diversi.

La Torre aveva alle spalle lunghi trascorsi di tenace impegno contro le ingiustizie e i soprusi dei prepotenti, dapprima come sindacalista coraggioso e battagliero e successivamente come  parlamentare audace e lungimirante del PCI.

In questa veste aveva ideato una legge, che introdusse il reato di associazione mafiosa e misure restrittive, anche di tipo patrimoniale.

 

Dalla Chiesa, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, era stato a Corleone, col grado di capitano, dove aveva comandato la compagnia Carabinieri, riuscendo ad arrestare un giovane Luciano Liggio, accusato di avere ucciso Placido Rizzotto, segretario della locale Camera del Lavoro.

Tra gli anni Sessanta e Settanta, da capo della Legione Palermo, aveva indagato sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro e sulla morte del procuratore Pietro Scaglione.

Dopo avere affrontato e, in parte, sconfitto il terrorismo a Torino e Milano, era tornato in Sicilia, con la nomina di prefetto e l’incarico di occuparsi della criminalità organizzata, con la promessa di poteri speciali, che, però, non gli furono mai conferiti, benché gli fossero stati assicurati.


Paolo Giaccone era, invece, sempre stato un uomo di studio e di scienza, preparatissimo di balistica, criminologia, tanatologia, analisi del guanto di paraffina ed ematologia forense.

Conclusi con lode gli studi universitari a Palermo nel 1953, era stato a Parigi per continuare e perfezionare la ricerca scientifica.

Rientrato nella sua città, per la riconosciuta e apprezzata competenza, era stato nominato consulente del Tribunale, firmando le perizie di alcuni famosi omicidi, quali Mattarella, Terranova, Costa, Basile, Russo, Reina e Francese.

 

Era molto stimato da studenti, amici e colleghi, per la cultura, la conoscenza delle lingue straniere (inglese, francese e tedesco), il talento artistico (dipingeva e suonava benissimo), la passione sportiva per la scherma, gli interessi filatelici e ornitologici.

Grazie al suo spiccato altruismo, aveva fondato, assieme al prof. Ideale Del Carpio, l’AVIS (Associazione Volontari di Sangue), di cui era stato nominato presidente regionale nel 1981.  
 

Quando i magistrati gli sottoposero l’esame di un’impronta digitale, Giaccone fornì loro la prova che incastrava Giuseppe Marchese, esponente della famiglia mafiosa di Corso dei Mille e tra gli artefici della strage di Natale, compiuta a Bagheria nel 1981, per ridefinire i nuovi equilibri di potere, sotto la guida dei Corleonesi.

Con questi ultimi Marchese si era pure imparentato, dopo il matrimonio tra sua sorella Vincenza e Leoluca Bagarella. 
 

L’insigne professionista subì reiterate e minacciose pressioni per “aggiustare” l’esito del suo lavoro, che egli respinse decisamente, non piegandosi ad alcun ricatto e divenendo, in tal modo, un personaggio inviso alle cosche del tempo.
 

Paolo Giaccone, come anche Mario Francese, Libero Grassi, Pino Puglisi, non avevano il compito di perseguire i criminali, ma di difendere la verità, che essi stessi avevano contribuito ad accertare o che professavano per fede.

 

In una pagina dattiloscritta su carta intestata e firma autografa, risalente al periodo in cui era stato docente incaricato di Antropologia Criminale, Giaccone annovera, tra le virtù del medico, l’esperienza, il buon senso, la riservatezza, la serietà, l’umiltà e “la valutazione dell’interesse pubblico e dell’interesse del singolo nelle varie contingenze della professione quotidiana”.

 

Egli parla anche della “necessità di seguire la professione (o forse sarà meglio dire in futuro di adempiere il servizio?) di medico”, accettando “non solo di risolvere tutte le difficoltà tecniche di questa insostituibile attività, ma anche – magari ignorandola – di adempiere a tutti i doveri connessi, enormemente maggiori dei pochi diritti concessi”. 
Da queste lucidissime considerazioni discende un ideale altissimo di professionista (e non solo medico): moralmente integro, dedito totalmente ai bisogni degli altri, consapevole della propria dignità, costantemente in ascolto della sua coscienza, ma soprattutto libero e onesto. Cosa Nostra ne decise, dunque, l’eliminazione, ovviamente per le prove che egli aveva dato agli inquirenti, ma anche per condurre lo scontro sul piano culturale, accanendosi con ferocia spietata e assassina verso chi opponeva alla logica della violenza quella del dono, alla forza della prevaricazione, il primato del diritto e dell’etica. 

 

Il giorno dopo l’uccisione del generale Dalla Chiesa, in Via Carini fu trovata una scritta agghiacciante: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.

 

Parole che sapevano di resa, di rassegnazione, di sfiducia nella capacità e nella forza dello Stato di reagire e ripristinare la giustizia.

 

Si deve al sacrificio di uomini nobili, retti e credibili come Paolo Giaccone se oggi possiamo affermare che esse, alla fine, non si sono avverate.

 

E che, anzi, proprio da quel sangue è nato in Sicilia un forte desiderio di rinascita, di legalità e di giustizia. 

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