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La "culture cancel" ed i "sugheri vaganti nel presente"

08-07-2021 07:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

La "culture cancel" ed i "sugheri vaganti nel presente"

Il preside dell'istituto salesiano Ranchibile di Palermo Nicola Filippone offre uno spunto di riflessione su un fenomeno culturale da non sottovalutare

Devo dire che ho creduto e sperato che fosse una delle tante fake news che circolano nel web, ma, non avendo letto finora alcuna smentita, temo che invece si tratti di una notizia fondata.

Sarei, comunque, felice se la smentita giungesse anche dopo la pubblicazione di questo pezzo al quale, in quel caso, ne seguirebbe un altro di scuse.

 

L’Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente (AIDAA) avrebbe giudicato “un inaccettabile insulto agli animali” La gallina, canzone di Cochi e Renato, scritta dal grande Enzo Jannacci.

 

 

Il motivo è legato al verso in cui si afferma che “la gallina non è un animale intelligente, lo si capisce da come guarda la gente”.

 

Secondo l’AIDAA, queste parole andrebbero espunte dal testo per non mancare di rispetto, cito testualmente, a “polli e galline”.

 

Ora, tra tanti problemi seri, che riguardano realmente la salute degli animali e la condizione in cui molti di loro versano, è possibile che un’associazione meritoria si sia potuta concentrare su di una canzone del 1973?

 

Tuttavia, al di là di tutte le considerazioni che una tale assurda richiesta possa suscitare, la vicenda offre degli importanti spunti di riflessione, che riguardano il dilagare della cosiddetta “cancel culture”, figlia, a sua volta, di un’aberrante interpretazione del politicamente corretto.

 

Nel caso specifico, c’è un errore di fondo, consistente nell’accostarsi al passato, pretendendo pure di giudicarlo, con le categorie del presente.

 

Una tale operazione risulta insulsa e pericolosa.

 

È insulsa perché non si possono ascrivere agli uomini di ieri sensibilità e responsabilità, che sono l’esito di un percorso articolato, complesso, talora pure travagliato, sviluppatosi nel tempo.

 

Esso si è, però, potuto realizzare anche grazie a quegli errori che oggi pretenderemmo di rimuovere.

 

È, al contrario, importante lasciarli dove sono, per apprezzare gli sforzi e i sacrifici, compiuti, proprio per raggiungere i livelli odierni di civiltà.

 

La furia iconoclasta, che recentemente si è abbattuta su alcuni personaggi storici, è una inammissibile forma di negazionismo, che va prontamente e severamente perseguita.

 

Abbattere il monumento di Winston Churchill, ad esempio, con l’accusa di razzismo, significa “negare” il ruolo decisivo che egli ha avuto nella vittoria contro il nazifascismo, senza la quale vestiremmo ancora la camicia nera.

 

Vandalizzare la statua di Indro Montanelli, per la stessa ragione, vuol dire dimenticare la grandezza di un intellettuale, che ha saputo fustigare i potenti, che non si è mai venduto alla politica e alla cui sequela si sono formate generazioni di ottimi giornalisti.

 

Ovviamente, quando vengono scoperte colpe pregresse, esse vanno denunciate, senza sconti per nessuno, senza però disconoscere i meriti, quando ci sono.

 

Non va, inoltre dimenticato, che qualcuno potrebbe pure avere cambiato idea, maturando nuove consapevolezze ed abbandonando, o addirittura rinnegando, improvvide scelte compiute da giovane.

 

Come Dario Fo, premio Nobel per la letteratura, che non nascose mai di avere aderito alla Repubblica di Salò a 17 anni.

 

O Luigi Pirandello, anch’egli insignito del Nobel, che nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali fascisti.

 

Vorremmo forse, per questo, non dedicare una via a due dei maggiori scrittori italiani?

O bruciarne gli scritti?

Siamo poi sicuri che gli improvvisati giudici siano dei moralisti dal passato limpido?

O dal presente irreprensibile?

 

Ma è pure un atteggiamento pericoloso che rischia di distruggere, o danneggiare, opere d’arte, come è accaduto durante alcune sommosse, nei secoli scorsi.

 

Per accelerare il processo di scristianizzazione della società francese, alla fine del Settecento, i rivoluzionari avevano pensato di radere al suolo Notre Dame, ritenuta il simbolo del potere ecclesiastico.

La grande cattedrale fu salvata dalla sua capienza, giudicata utile per lo svolgimento delle assemblee cittadine; furono però demolite o mutilate molte statue e devastati tanti capolavori risalenti al Medioevo.

 

A volte si ha la sensazione che ci sia una sorta di piano per cancellare dalla memoria e dalla conoscenza gli eventi del passato.

 

Si parla con sempre maggiore insistenza di ridurre da cinque a quattro gli anni della scuola secondaria di secondo grado.

Al biennio la storia e la geografia, un tempo separate, sono state fuse in un’unica materia, che si chiama geostoria, formata da tre sole ore settimanali, che rischia di lasciare lacune profonde in entrambe le discipline.

 

Al terzo e quarto anno del liceo scientifico le ore di storia sono scese da tre a due, con ripercussioni inevitabili sui programmi, specialmente per ciò che riguarda il Medioevo e il Rinascimento.

 

Nel 2019 è stata pure tolta la traccia di storia dagli esami di Stato, sollevando un vespaio di polemiche e appelli da più parti a ripensarci, di cui nessuno ha mai tenuto conto.

 

Non meravigliamoci se poi, in un programma televisivo molto seguito, i concorrenti collocano Hitler e Mussolini negli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

 

Mi chiedo con quanta consapevolezza essi – e temo molti altri – possano partecipare alla Giornata della memoria o alla festa della Liberazione.

 

A tal proposito, vorrei citare tre suggestioni piccole ed efficaci di altrettanti intellettuali.

 

La prima è di Gustavo Zagrebelsky per il quale “la riduzione ai minimi termini della conoscenza e della coscienza storiche ha un effetto sui giovani: trasformarli in sugheri vaganti nel presente, senza domande sul passato e sul futuro, individui senza individualità, pezzi disponibili a essere utilizzati come tecnici esecutori inconsapevoli e passivi”.

 

La seconda è di Roberto Saviano, convinto che “non studiare la Storia fa vivere in un eterno presente in cui non solo semplicemente non sai da dove vieni ma non andrai mai in nessuna direzione. Nella logica del social conta solo ora, qui, l’istante. Il resto non è mai esistito e non esisterà”.

 

L’ultima è di uno storico del V secolo a.C,, Tucidide, il quale sosteneva che se la medicina cura il corpo individuale, la storia cura il corpo sociale.

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