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"Basta lacrime e sangue, basta!"

20-05-2021 07:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

"Basta lacrime e sangue, basta!"

Conflitto israelo-palestinese: come nacque l'odio ed il momento in cui si fu più vicini alla pace

Il preside dell'Istituto salesiano Ranchibile di Palermo ricorda come nacque l'odio ed il momento in cui si fu più vicini alla pace: e da lì si deve ripartire.

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Nonostante da più parti sia stato invocato il cessate il fuoco, sono ormai trascorsi più di dieci giorni da quando Israeliani e Palestinesi hanno ripreso le ostilità in Medio Oriente e il bilancio delle vittime è purtroppo in continuo aumento.

 

In Italia le forze politiche si sono subito polarizzate tra coloro che hanno condannato la violenza dello Stato ebraico contro un popolo martoriato, cui viene negata da sempre una patria e chi, invece, ne sostiene il diritto di difendersi dalle aggressioni terroristiche di Hamas.

 

Ancora una volta, si assiste ad una divisione manichea del mondo, retaggio forse di quella pratica bieca, cui ricorrevano i maestri delle scuole elementari anni fa, quando, prima di uscire dall’aula, trasceglievano un alunno e lo istigavano alla peggiore delle pratiche: scrivere alla lavagna i nomi dei compagni buoni e di quelli cattivi. 
 

La vicenda ha pure provocato una spaccatura in seno alla sinistra italiana: la radicale si è schierata con gli Arabi, perché ritenuti i più deboli e oppressi, e ha stigmatizzato il segretario del PD, Enrico Letta, che ha manifestato in favore di Israele, al fianco di Salvini e Tajani.
 

In effetti, se la questione viene analizzata nel contesto da cui è emersa, non è facile trovare un “cattivo” da contrapporre ad un “buono”.

 

Ai due contendenti vanno riconosciute ragioni valide e fondate, ma entrambi hanno pure accumulato nel tempo pesanti e imperdonabili responsabilità, che hanno ostacolato e, in qualche caso, inficiato, il processo di pace.

 

Noi, che non siamo politici e non dobbiamo, pertanto, trovare compromessi, proviamo a raccontare i fatti e a ricondurli alle radici del problema. 
 

Il conflitto è incentrato sul possesso di una terra, in cui sono nate le tre religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islam.

 

Per non perderci nei meandri della storia, partiamo dal 70 d. C., quando Gerusalemme fu distrutta da Tito, figlio dell’imperatore romano Vespasiano e, qualche tempo dopo, suo successore.

 

In quella occasione venne demolito il tempio, sancta sanctorum dell’ebraismo e simbolo dell’identità israelita.

 

Con questi eventi ebbe inizio la diaspora del popolo eletto, che da allora si disperse nel mondo e, per circa duemila anni, non ebbe più una patria. 
 

Intorno al VII secolo, la Palestina venne occupata dagli Arabi, anch’essi, come gli Ebrei, discendenti da Abramo, non dalla moglie Sara, bensì dalla schiava Agar.

 

Secondo la narrazione biblica, infatti, il vecchio patriarca ebbe con lei un figlio, Ismaele, capostipite degli Arabi, per questo detti anche Ismaeliti.

 

Quando Sara partorì Isacco, spinse il marito a ripudiare la schiava e il bambino, che furono abbandonati nel deserto.

 

Tra i due figli sorse quindi un’avversione, tramandata alle rispettive progenie fino ai giorni nostri.
 

Gli Ismaeliti occuparono, dunque, il Medio Oriente, tuttavia nel XVI secolo la regione, pur rimanendo musulmana, passò sotto l’egemonia dell’Impero Ottomano.

 

Nell’Ottocento, un ebreo ungherese, Theodor Hertzl, fondò un movimento politico, chiamato “sionismo”, che teorizzava il rientro in Palestina degli Ebrei (Sion è l’altura sulla quale sorge Gerusalemme).

 

Quello era un periodo di forte antisemitismo in Europa, basti pensare all’affaire Dreyfus o al fantomatico complotto internazionale dei Protocolli dei Savi di Sion, rivelatosi poi una fake news.

 

L’auspicio di Hertzl non riscontrò, pertanto, molta accoglienza, né tra l’opinione pubblica e nemmeno nelle cancellerie europee.

 

Sortì dapprima un flusso migratorio verso il Medio Oriente e, successivamente, strappò ai Britannici l’impegno a favorire la nascita di uno Stato nazionale in quella regione. 
 

Durante il Primo Conflitto Mondiale, un’analoga promessa fu fatta dagli Inglesi alle tribù arabe, a condizione che insorgessero contro l’ormai vacillante Impero Turco.

 

Ma quando a Sevres, nel 1920, le potenze vincitrici della Grande Guerra si riunirono per decidere le sorti di quest’area geografica, Inglesi e Francesi, di fatto, acquisirono tutti quei territori, non mantenendo fede a quanto pattuito.

 

Il loro neocolonialismo fu ratificato dalla Società delle Nazioni (l’antenata dell’ONU), che assegnò ad entrambi un “mandato”, ovvero un’assistenza amministrativa provvisoria, in vista dell’indipendenza.
 

Questo è un evento decisivo, che configura l’occidente vero responsabile del sangue versato in quella regione fino ad oggi e della sua atavica instabilità politica.

 

Pensiamo, ad esempio, all’importanza che avrebbe avuto per gli Ebrei uno Stato sovrano in cui rifugiarsi o dal quale potere, comunque, essere difesi, nel corso delle persecuzioni naziste.

 

Riflettiamo, d’altro canto, sull’opportunità di dotare il mondo arabo di istituzioni democratiche, sin dagli inizi del Novecento, premessa necessaria per una partnership politica ed economica, specialmente dopo la scoperta dei giacimenti petroliferi. 
 

Il trattato di Sevres, che gli studenti di quinto anno dovrebbero studiare e meditare bene, è stato un’occasione sprecata anche per Kurdi e Armeni.

 

Questi due popoli, che da allora attendono una patria, hanno subito, e continuano tuttora a subire, crudeli vessazioni dalla Turchia e dall’Iraq, soprattutto nell’era di Saddam Hussein.

 

Nonostante la Conferenza di Parigi avesse delimitato i confini del Kurdestan e dell’Armenia, Mustafa Kemal riuscì ad annettere alla Turchia questi territori, accanendosi contro gli Armeni e mettendo in atto uno dei peggiori e, ahimè, più dimenticati genocidi dell’età contemporanea. 
 

È chiaro che ormai non si può tornare indietro e che il problema è talmente inveterato che una soluzione definitiva è realisticamente difficile da studiare e realizzare.

 

Le ultime generazioni sono cresciute con la cultura della guerra, penso abbiamo visto tutti bambini imbracciare il mitra come fosse un giocattolo.

 

Il rapporto di fiducia con l’Europa e, in generale, con l’occidente è seriamente compromesso e non saranno le logiche di profitto, che spesso ispirano la politica estera, a recuperarlo.

 

E tuttavia, poiché ci viene spesso chiesto di non lasciarci rubare la speranza, preferiamo concludere ricordando due protagonisti del processo di pace arabo-israeliano: Yitzchak Rabin e Yasser Arafat, premi Nobel nel 1994.

 

Dopo essersi combattuti per anni, il 13 settembre 1993 essi firmarono a Washington un accordo che rappresenta, ancora oggi, il momento in cui i due popoli sono stati più vicini ad una pace definitiva.

 

In quella straordinaria circostanza pronunciarono parole, che ci auguriamo possano interpellare, nelle prossime ore, le coscienze di chi ha responsabilità politiche e militari.

 

Il primo ebbe a dire: “Noi, i soldati tornati dalle battaglie segnate dal sangue; noi che abbiamo visto i nostri parenti e amici uccisi davanti ai nostri occhi, che abbiamo seguito i loro funerali e che non riusciamo a guardare negli occhi i loro genitori; noi che siamo venuti da una terra dove i genitori seppelliscono i propri figli; noi oggi diciamo con voce chiara e forte: basta lacrime e sangue, basta”.

 

Subito dopo gli fece eco il leader palestinese: “Il nostro popolo non ritiene che, esercitando il diritto di autodeterminazione, potrebbe violare i diritti dei suoi vicini o violare la loro sicurezza. Piuttosto, accantonando i suoi sentimenti di avere subito un torto e di aver sofferto un’ingiustizia storica, offre la garanzia più solida per raggiungere la coesistenza e un’apertura illimitata fra i nostri due popoli e le generazioni future. I nostri due popoli attendono oggi la realizzazione di questa speranza storica e vogliono dare alla pace una reale occasione”.

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