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"Cessate di uccidere i morti...lieta l'erba dove non passa l'uomo"

01-04-2021 07:51

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

"Cessate di uccidere i morti...lieta l'erba dove non passa l'uomo"

Riflessioni su Resurrezioni e dintorni

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La Pasqua è la festa più importante e antica della cristianità; a differenza del Natale, che si cominciò a celebrare intorno al IV secolo, l’annunzio della resurrezione di Cristo ha sempre costituito il cuore della dottrina cattolica.

 

Ma dal punto di vista simbolico, è stata la passione e soprattutto la morte di Gesù a dominare la scena.

 

Le sacre rappresentazioni medioevali, ad esempio, in cui affondano pure le radici della nostra lingua, riproducevano le ultime ore di vita del Nazareno: l’agonia nel Getsemani, il tradimento, il processo, la flagellazione, la salita al Calvario, la crocifissione.

 

Ogni liturgia o preghiera, inoltre, ha inizio e termine con il segno di croce, considerato sin dalle origini identificativo di questo credo.

 

E il Crocifisso campeggia tutt’oggi nelle aule scolastiche, in quelle giudiziarie e in altri luoghi pubblici, suscitando talora polemiche da parte di chi ne richiede la rimozione, in nome della laicità dello Stato. 
 

In Sicilia, la settimana prima di Pasqua ha tradizioni antichissime, conservatesi nel tempo, malgrado per il secondo anno consecutivo non sia possibile riproporle.

 

La sera del giovedì, la gente si riversa nelle strade per visitare e ammirare i cosiddetti sepolcri, allestiti nelle chiese, con sfarzo di fiori, drappi e luci.

 

Mentre il venerdì si svolgono dappertutto processioni, alcune molto suggestive e commoventi, o si inscena la passione del Signore, dopo settimane di prove e allestimenti.

 

Girando per il centro storico delle città, non è poi difficile incontrare edicole o cappelle monumentali dell’Ecce Homo, in cui si venera il Cristo coronato di spine, o dell’Addolorata.

 

Probabilmente si deve alla lunga dominazione spagnola tanta attenzione per la settimana santa, dal momento che essa si può riscontrare anche nella penisola iberica e nell’America latina.

 
Un’altra ragione che può aiutare a comprendere meglio tale fenomeno si trova nella riflessione di Soren Kierkegaard, filosofo danese dell’Ottocento, il quale annota nel suo diario che la novità apportata dal cristianesimo, rispetto alle altre religioni, è proprio la fede in un Dio che muore.

 

Dio, infatti, è per definizione immortale, anzi eterno.

 

Secondo Ludwig Feuerbach egli scaturisce addirittura dal desiderio di immortalità insito nell’uomo, una illusoria invenzione per oltrepassare i limiti dell’umana natura.

 

Pertanto Dio non può morire, se muore non è un Dio.

 

Il cristianesimo ha invece superato questa convinzione, rivelando un’identità nuova di Dio che, per amore, sacrifica il suo unigenito figlio, a lui consustanziale e quindi Dio egli stesso.

 

Nessuna mente umana, afferma Kierkegaard, neanche la più raffinata e fantasiosa, avrebbe mai potuto concepire una religione così. 
 

C’è ancora una spiegazione, meno dottrinale, che riguarda il rapporto speciale, direi singolare, che i Siciliani hanno con la morte.

 

Il convento dei Cappuccini a Palermo è forse l’unico posto al mondo, in cui migliaia di corpi mummificati sono diventati un’attrazione turistica.

 

Uno dei dipinti più visitati dell’isola è “Il trionfo della morte”, custodito nella Galleria Regionale di Palazzo Abatellis.

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Nei romanzi o film ambientati in questa terra, sono spesso riprodotti lutti e funerali, a volte anche in forma caricaturale. 


Noi siamo il popolo che ha associato la morte alla festa: il 2 novembre non commemoriamo i defunti, ma li festeggiamo, il paniere di frutta martorana, che un tempo si faceva trovare ai bambini, spiegando che l’avesse portato la notte prima un loro caro estinto, si chiamava “festa dei morti”.

Nel gergo mafioso, fare la festa a qualcuno significa ammazzarlo e quando una persona spira, specialmente se la sua dipartita avviene dopo una lunga malattia, si dice che “la festa si è fatta”. 


Le origini di queste espressioni sono riconducibili alla consuetudine cristiana di festeggiare un santo al termine di un triduo o di una novena.

In tal modo la festa ha cominciato a configurarsi come un evento conclusivo, finale, da qui la sua assimilazione alla morte.

Anche la propensione dei Siciliani al sonno, di cui parla Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo, oltre che alludere alla loro pigrizia, potrebbe essere interpretata in quest’ottica antropologica. 


Oggi l’approccio con la morte è contraddittorio, ibrido di indifferenza e compassione, si tende ad esorcizzarla, rimuovendola dai nostri discorsi ed eliminando pure quanto può evocarla.

 

Però esiste anche una sorta di voyerismo, che incolla milioni di telespettatori dinanzi alla tv, che si sofferma, in qualche caso anche morbosamente, sui dettagli macabri di tragedie consumate in famiglia o nei posti di lavoro.

 

Il lutto ha di certo perso la forza espressiva di una volta ed ha assunto toni decisamente più contenuti.

Ma si è pure verificato che la solidarietà abbia ceduto il posto agli interessi economici o che i contratti pubblicitari siano prevalsi sul dolore.

 

Il 23 maggio del 1992, poche ore dopo la strage di Capaci, suscitò sconcerto tra l’opinione pubblica la decisione di mandare in onda comunque il varietà previsto dalla programmazione di RAI1.

Ne seguì una valanga di sdegno che si abbatté sui conduttori e i dirigenti dell’azienda. 


Da un lato televisione e internet ci hanno assuefatto alla morte, dall’altro riescono ancora a sensibilizzarci profondamente.

 

Apprendiamo ormai con un certo distacco che in un naufragio sono annegate centinaia di persone e ci commuoviamo se però vediamo il corpo esanime di un bambino steso sulla battigia.

Sentire che in un giorno sono deceduti cinquecento malati di covid non ci impressiona più, ma le immagini delle bare trasportate dai camion dell’esercito ci compenetrano tremendamente. 


Don Luigi Ciotti ha meritoriamente ottenuto che il 21 marzo di ogni anno si ricordassero tutte le vittime innocenti di mafia e che i loro nomi venissero letti, uno per uno, dinanzi ai familiari e ai rappresentanti delle istituzioni.


Se vogliamo soddisfare il bisogno di prossimità, che ognuno avverte ad un anno dall’inizio della pandemia e recuperare la sincerità e l’intimità delle relazioni tra di noi, accogliamo il monito di Giuseppe Ungaretti, per il quale gli uomini potranno salvarsi riscoprendo il valore della pietà verso chi non è più con noi: 

 

«Cessate di uccidere i morti
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo»

 
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