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"Non illudiamoci di poter tornare indietro nel tempo come nulla fosse accaduto"

25-03-2021 06:54

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

"Non illudiamoci di poter tornare indietro nel tempo come nulla fosse accaduto"

Occorre "reimpostare il concetto di normalità"

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Si è capito subito che l’immagine sarebbe rimasta nella storia, perché aveva l’efficacia e la potenza iconica di quelle riprese famose, che identificano un evento o un periodo storico.

 

Come lo studente cinese davanti ai carri armati a Piazza Tienanmen, o Martin Luther King al Lincoln Memorial di Washington, o i giovani berlinesi mentre picconano il muro che divideva la città. 
 

Mi riferisco a papa Francesco, che esattamente un anno fa, il 27 marzo 2020, sotto una pioggia battente, saliva, mesto e ieratico, il “ventaglio” di una Piazza San Pietro completamente deserta.

 

In quel luogo, vuoto e desolato, poco dopo il lockdown decretato dal governo italiano, Bergoglio aveva convocato il mondo, per unirsi a lui nella preghiera di liberazione dalla pandemia.

 

Qualche giorno prima, il 15 marzo, aveva preso un’altra importante iniziativa, anch’essa immortalata da uno scatto, che lo ritrae in Via del Corso, dirigersi a piedi alla chiesa di San Marcello, in cui è custodito il Crocefisso che, secondo la tradizione, scacciò la peste da Roma nel 1522. Si era però trattato di un gesto compiuto in forma privata, da semplice pellegrino, che tuttavia il Vaticano aveva voluto rendere noto a mo’ di testimonianza. 
 

La liturgia che si è svolta tra le colonne del Bernini ha invece avuto un carattere pubblico, è stata trasmessa in diretta dalle televisioni di tutto il globo e, solo in Italia, ha riscosso 18 milioni di telespettatori, senza contare coloro che l’hanno seguita sui social. Non meraviglia che di fronte ad un pericolo inatteso e incontrollabile come il coronavirus, si senta il bisogno di affidarsi al trascendente per chiedere aiuto. Inoltre, va sottolineato che questo Pontefice gode di un vastissimo consenso anche tra i non credenti, molti dei quali avranno voluto ascoltarlo comunque. 
 

Dopo la lettura del Vangelo, il Papa ha rivolto una preghiera nella quale, ammettendo di fronte a Dio il comportamento inappropriato avuto dagli uomini negli ultimi tempi, li ha implicitamente esortati a un maggiore senso di responsabilità e a un radicale cambiamento di vita: “In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. 
 

Una volta, la naturale conseguenza di questa premessa sarebbe stata l’idea che il virus sia una punizione di Dio, invece Bergoglio ha continuato precisando che “non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è.

 

È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri”. 
In altre parole, se ci troviamo in questa situazione è perché l’abbiamo voluto noi, non Dio, bistrattando il pianeta in cui viviamo, dimenticandoci della nostra finitudine e credendo di avere raggiunto un grado tale di efficienza e benessere da potere agire senza più limiti.

 

Nella "Fratelli tutti," l’enciclica uscita il 4 ottobre 2020 e ispirata a Francesco d’Assisi, il Papa sarebbe di nuovo tornato su tale tema, ribadendo che “è difficile pensare che questo disastro mondiale non sia in rapporto con il nostro modo di porci rispetto alla realtà, pretendendo di essere padroni assoluti della propria vita e di tutto ciò che esiste. Non voglio dire che si tratta di una sorta di castigo divino. E neppure basterebbe affermare che il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi.

 

È la realtà stessa che geme e si ribella”. 
 

Eravamo assai lontani, allora, dalla sola ipotesi di avere un vaccino anticovid, che, secondo le previsioni degli esperti, sarebbe arrivato dopo anni. In realtà l’abbiamo avuto molto prima, grazie allo sforzo meritorio compiuto dai ricercatori delle maggiori Università e, riconosciamolo pure, alla possibilità di guadagni ingenti e immediati, rincorsa da alcune case farmaceutiche. Ma le parole del Pontefice vanno ben oltre gli effetti di un antidoto, esse chiedono, anzi gridano, con forza un profondo cambiamento di mentalità. Il legittimo desiderio di tornare alla normalità deve passare per una rivisitazione del concetto stesso di normalità.

 

Non illudiamoci di poter tornare indietro nel tempo, sembra voler dire, assumiamo, piuttosto, atteggiamenti nuovi, costruttivi, umili e rispettosi, inclini alla solidarietà e all’accoglienza, alla condivisione e all’altruismo. La tragedia che stiamo vivendo dovrebbe essere per il Papa un’occasione per rivedere il rapporto dell’uomo con Dio, con gli altri uomini e con l’ambiente.

 

La fede, spiega, “non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te”. Bergoglio vorrebbe un’umanità più fiduciosa e speranzosa, non depressa e uggiosa, ottimista e non catastrofista, propositiva e non disfattista.

Nel contempo, si batte per un mondo più giusto, in cui si riscopra una fratellanza universale, anche tra chi professa religioni diverse, senza diseguaglianze o discriminazioni, senza guerre o iniquità, in cui non si muoia più né di fame, né di banali malattie.

 

Per questo si spinge ad affermare che la proprietà privata non è un diritto primario, assoluto e intoccabile, ma subordinato a garantire a ciascuno il necessario ad una vita dignitosa.

Dalle sue considerazioni è addirittura scaturita una serie di incontri tra economisti, imprenditori, teologi e altri studiosi internazionali, nota come “Economy of Francesco”, che si prefigge di studiare una nuova economia a misura d’uomo.

 

Il confronto, tenuto prevalentemente on line, ha riguardato anche un’analisi attenta e realistica dello stato di salute del pianeta.

Nell’alveo tracciato dal Santo da cui ha mutuato il nome, Francesco ha dato al suo magistero una svolta ecologica, ribadendo il dovere di ogni uomo – e di ogni cristiano in particolare – di preservare il creato e di scorgere in esso un riverbero della bellezza divina. 
 

Una riflessione seria e matura sulla pandemia potrebbe orientare il mondo nella direzione tracciata da Bergoglio e preludere, dunque, ad una sorta di contromutazione antropologica, rispetto a quella denunciata da Pier Paolo Pasolini più di quarant’anni fa, effetto, invece, della società dei consumi.

 

In una serie di editoriali pubblicati tra il 1974 e il 1975 sul Corriere della sera e su Il Mondo, il grande scrittore e regista parlava di un contesto sociale “interamente occupato al centro dal ciclo produzione-consumo, che avesse come lingua la sola lingua tecnologica”.

 

In tal modo, proseguiva Pasolini, le esistenze si riducono a cose da gestire e amministrare, secondo la propria convenienza. 
 

Il Papa, al contrario, oppone alla logica dell’opulenza e dell’utile il paradosso della croce, simbolo di sofferenza e di amore, di solitudine e d’incontro, di mancanza e di pienezza.

 

Un anno fa concludeva così la sua preghiera: “Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza”.

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