Una festa religiosa diventa una pubblica umiliazione: il presule silenzia la voce civile e fa pagare ai fedeli tutta la propria irritazione.
Quando un arcivescovo sente il bisogno di ricordare pubblicamente che «chi presiede l’Eucaristia è l’arcivescovo», vuol dire che qualcosa è già andato storto.
E non necessariamente nella liturgia.
A Biancavilla, durante le solenni celebrazioni per la Madonna dell’Elemosina, monsignor Luigi Renna ha offerto uno spettacolo di supponenza difficilmente conciliabile con quella mitezza che un pastore dovrebbe almeno tentare di praticare, oltre che predicare.
Ha interrotto brutalmente il sindaco Antonio Bonanno, lo ha rimproverato davanti alla sua comunità e ha infine negato ai fedeli la prevista Benedizione Papale con annessa indulgenza plenaria.
Una ripicca?
Non possiamo entrare nella testa dell’arcivescovo.
Ma possiamo osservare la sequenza dei fatti.
E quella sequenza descrive esattamente una punizione inflitta a un’intera comunità perché il suo sindaco aveva osato pronunciare qualche parola in più.
Renna interrompe Bonanno davanti a tutta Biancavilla
La scena si è consumata domenica 30 agosto in piazza Collegiata, gremita di fedeli per la festa dedicata alla patrona e protettrice della città.
Sul sagrato della Basilica erano presenti il clero locale, le confraternite, le autorità civili e militari e l’eparca di Piana degli Albanesi Raffaele De Angelis.
È stato lo stesso Renna a invitare il sindaco Antonio Bonanno, in fascia tricolore, ad avvicinarsi alla Sacra Icona per il tradizionale omaggio floreale e l’Atto di affidamento della città.
Il primo cittadino ha parlato, per circa 5 minuti, delle radici di Biancavilla, dei giovani, degli anziani, delle persone con disabilità, delle famiglie, della depressione, della solitudine e delle fragilità sociali.
Ha ricordato anche la donna morta per un malore mentre si recava alla celebrazione.
Poi ha iniziato i ringraziamenti rivolti alle autorità religiose.
Ed è stato allora che il presule ha perso la pazienza e, soprattutto, il senso della misura.
«Bene, bene, solo la preghiera. È finito il discorso […] Non c’è neppure la benedizione papale», ha tagliato corto Renna, chiudendo precipitosamente la funzione.
Il sindaco è rimasto lì, pubblicamente mortificato, impietrito, mentre l’arcivescovo rientrava in Basilica e la piazza cercava di capire cosa fosse appena successo.
Una scena incredibile.
E incresciosa.
Il sindaco non si era imbucato: il suo intervento era previsto
L’aspetto più grottesco è che Antonio Bonanno non aveva occupato abusivamente il microfono.
Il programma ufficiale della Grande Festa Estiva 2026 prevedeva espressamente l’omaggio floreale e il rinnovo dell’Atto di affidamento della città pronunciato dal sindaco.
Nella riga immediatamente successiva era annunciato che l’arcivescovo avrebbe impartito «la Benedizione Papale con annessa indulgenza plenaria».
Quindi era tutto scritto.
Il ruolo del sindaco.
L’Atto di affidamento.
La Benedizione Papale.
Persino il programma conteneva un testo di Bonanno dedicato agli anziani, ai malati, ai giovani, alle famiglie e ai più fragili: esattamente gli argomenti ripresi sul sagrato.
Il sindaco ha inoltre affermato, (il suo post dignitoso ed amareggiato a seguire), che il testo integrale del suo intervento era stato inviato preventivamente all’arcivescovo senza ricevere alcuna obiezione.
Ha ricordato anche che negli anni precedenti, sempre alla presenza di Renna, aveva ringraziato la Chiesa locale e il prevosto senza essere mai censurato.
Se questa ricostruzione fosse falsa, la Curia dovrebbe smentirla e pubblicare le comunicazioni intercorse.
Se invece è vera, l’esibizione muscolare dell’arcivescovo diventa semplicemente indifendibile.
Le regole liturgiche non autorizzano l’umiliazione
Qualcuno ha provato a difendere Renna invocando il rispetto delle regole liturgiche e la necessità di evitare che una celebrazione religiosa diventi una passerella politica.
Obiezione legittima.
Durante una funzione ognuno deve rispettare ruolo, tempi e contenuti concordati.
Ma persino Maurizio Patriciello, intervenendo su Avvenire in difesa del rigore liturgico, ha riconosciuto che nessuno può sostenere che il sindaco volesse fare propaganda e ha aggiunto di non crederlo personalmente.
E allora, di grazia, quale sarebbe stato il crimine?
Un ringraziamento al prevosto?
Qualche parola sulla propria comunità?
Un intervento forse troppo lungo?
Un pastore autorevole avrebbe potuto attendere la conclusione e chiarire successivamente l’errore.
Un pastore paziente avrebbe potuto richiamare il sindaco in privato.
Un pastore intelligente avrebbe evitato di trasformare una festa mariana in un duello di autorità.
Renna ha invece scelto l’umiliazione pubblica.
La Benedizione Papale non è proprietà privata dell’arcivescovo
Ma il passaggio più grave resta la mancata Benedizione Papale.
Non si trattava di una cortesia personale destinata al sindaco.
Non era il premio per avere eseguito correttamente il compitino.
Era un momento religioso annunciato ufficialmente e destinato ai fedeli, con tanto di indulgenza plenaria.
Eppure Renna, subito dopo avere rimproverato Bonanno, ha annunciato che non l’avrebbe impartita.
Non conosciamo le intenzioni interiori del presule, ma conosciamo le parole pronunciate e il momento in cui sono state pronunciate.
La Benedizione Papale è stata cancellata nel mezzo della reprimenda, come conseguenza immediata dello “sconfinamento” attribuito al sindaco.
Se non è stata una ripicca, Renna spieghi pubblicamente quale ragione liturgica abbia imposto di privare i fedeli di un beneficio spirituale previsto dal programma.
Perché una benedizione non può diventare il manganello pastorale con cui colpire una comunità quando il vescovo si irrita.
Di cose di chiesa preferiremmo occuparci il meno possibile
A Sudpress non interessa certo inseguire ogni omelia e trasformarla in polemica permanente: abbiamo sempre avuto rispetto per chi rappresenta fedi e persino credenze, figuriamoci.
Il problema è che, ogni tanto, diventa impossibile far finta di niente. Dalle nostre parti si dice: “te le scippano dalle mani”.

Era già accaduto infatti proprio con questo vescovo il 28 aprile 2025, quando l’arcivescovo si era prestato a benedire la nuova sala Vip dell’aeroporto di Catania, al fianco dei vertici della contestatissima SAC e di qualche improbabile rappresentanza imprenditoriale.
Uno spazio di oltre 400 metri quadrati, con 200 posti, buffet, aree relax e accesso riservato ai titolari di carte premium o a chi fosse disposto a pagare l’ingresso giornaliero.
Proprio l’ambiente ideale, insomma, per testimoniare quella Chiesa povera per i poveri tanto invocata da Papa Francesco.
L’inaugurazione si svolse appena due giorni dopo i funerali del Pontefice, celebrati il 26 aprile, e proprio nel terzo giorno dei Novendiali, i nove giorni di messe in suffragio del Papa defunto.
Mentre la Chiesa universale piangeva Francesco, l’arcivescovo di Catania trovava evidentemente irrinunciabile impartire acqua benedetta alle poltrone della lounge aeroportuale.
Sudpress raccontò quella cerimonia come un indescrivibile atto di sudditanza al potere, celebrato in uno scalo nel quale i passeggeri ordinari sedevano sulle valigie mentre la governance inaugurava il salottino per privilegiati.
Una presenza tanto più imbarazzante perché offriva una patente religiosa a vertici aziendali da anni contestati per la gestione dell’aeroporto.
La sala Vip, peraltro, sarebbe stata chiusa poche settimane dopo a causa delle infiltrazioni d’acqua.
Evidentemente la benedizione episcopale non comprendeva l’impermeabilizzazione.
Il video di allora ve lo riproponiamo, tanto per capire di che parliamo…
Il teschio di Sant’Agata porto al sindaco: un invito impossibile da rifiutare
C’è poi un altro episodio recente sul quale Sudpress ha preferito sorvolare, per non alimentare uno spettacolo già sufficientemente macabro.
Durante le celebrazioni del 17 agosto per il nono centenario del ritorno delle reliquie di Sant’Agata, il cranio della martire è stato estratto dal busto reliquiario per la prima volta dopo circa sessant’anni.
Al termine della cerimonia, il sindaco di Catania Enrico Trantino, in fascia tricolore, è stato invitato a baciarlo.
È stato lo stesso primo cittadino a raccontare che l’arcivescovo gli aveva porto il cranio affinché lo baciasse.
Formalmente, certo, Trantino avrebbe potuto rifiutare.
Ma quando un arcivescovo, davanti a cardinali, vescovi, autorità e migliaia di fedeli, porge al sindaco il teschio della patrona, il margine per un rifiuto sereno e dignitoso diventa sostanzialmente inesistente.
Una devozione può essere autentica e profondissima.
Ma quando viene pubblicamente sollecitata nei confronti di un rappresentante istituzionale, rischia di trasformarsi in un’imposizione rituale.
Le immagini hanno fatto il giro del mondo e provocato reazioni durissime, tra chi ha parlato di devozione e chi ha giudicato la scena inquietante o macabra.
Renna, invece di riconoscere almeno la legittimità del disagio suscitato, ha risposto evocando le «squame di quel serpente» e l’azione del maligno contro chi criticava.
Il dissenso, evidentemente, non viene discusso.
Viene esorcizzato.
Con i potenti l’acquasantiera, con i sindaci il bastone
Tre episodi diversi, ma una sensazione sempre più difficile da ignorare.
Con la governance della SAC, Renna si presenta a benedire il salotto Vip mentre la Chiesa piange il Papa dei poveri.
Con Enrico Trantino, costruisce un gesto devozionale pubblico che il sindaco può difficilmente rifiutare senza essere accusato di offendere Sant’Agata.
Con Antonio Bonanno, invece, sfodera tutta l’autorità episcopale, lo interrompe davanti ai cittadini e fa saltare la Benedizione Papale destinata ai fedeli.
Con il potere si benedice.
Con chi non obbedisce si punisce.
Non è esattamente l’immagine evangelica del pastore che va in cerca della pecora smarrita.
Somiglia piuttosto a quella di chi pretende che il gregge marci in ordine e in silenzio, possibilmente senza fare domande.
Catania ha davvero bisogno di un simile “pastore”?
Nessuno chiede a Luigi Renna di essere simpatico.
Nessuno gli contesta il diritto di far rispettare le regole della liturgia.
Ma l’autorevolezza non coincide con l’arroganza.
Un pastore guida, non umilia.
Corregge, non mortifica.
Benedice, non utilizza la benedizione come sanzione.
E soprattutto non tratta le comunità come comparse chiamate ad applaudire mentre lui decide chi possa parlare, chi debba baciare e chi meriti la grazia.
Dopo la sala Vip benedetta nel lutto per Papa Francesco, il teschio di Sant’Agata porto al sindaco e la sceneggiata di Biancavilla, la domanda non è più evitabile.
In questa fase così fragile, segnata da povertà, disservizi, sfiducia e crisi delle istituzioni, le comunità catanesi hanno proprio bisogno di un simile “pastore”?











