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Intervista ad Antonio Balsamo, presidente del Tribunale di Palermo

24-05-2022 07:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

Intervista ad Antonio Balsamo, presidente del Tribunale di Palermo

"Perché, di tanto in tanto, si parla di separare le due carriere?""Me lo chiedo anch’io. "

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Buongiorno Presidente, Lei è tornato a Palermo dopo avere ricoperto degli importanti incarichi internazionali, vogliamo ricordarli?


In effetti sono tornato a lavorare al Tribunale di Palermo a luglio dell’anno scorso, dopo un lungo periodo in cui ho svolto a Vienna l’incarico di Consigliere Giuridico della Rappresentanza Permanente di Italia presso le Nazioni Unite.

Anche a Vienna, ho trovato tante persone che avevano come propria fonte di ispirazione la visione anticipatrice di un magistrato che ha costruito il futuro della nostra città e che è divenuto per tutti i Paesi il simbolo dell’impegno per la giustizia: Giovanni Falcone, il quale si recava spesso proprio a Vienna, nella consapevolezza del ruolo centrale che le Nazioni Unite possono svolgere per il contrasto a fenomeni criminali che non conoscono confini.

Falcone andò a Vienna per l’ultima volta il 21 aprile 1992, per la prima sessione di lavoro della Commissione ONU per la prevenzione della criminalità e la giustizia penale, dove diede avvio a quel percorso che avrebbe portato, nel 2000, alla Convenzione di Palermo, oggi considerata da tutti i Paesi come il principale strumento di cooperazione giudiziaria internazionale.

A quella stessa sessione partecipò, in rappresentanza della Bulgaria, la magistrata che poi sarebbe divenuta la presidente del Tribunale Speciale per il Kosovo, a L’Aja, dove dal 2017 ho svolto un altro incarico internazionale, quello di Giudice della Corte Costituzionale.

In entrambe queste attività esercitate fuori dai confini del nostro Paese, per me è stato emozionante vedere come le idee e il metodo di Giovanni Falcone continuino a essere dei grandi punti di riferimento a livello internazionale. 

 

Si aspettava una guerra in Europa?


Assolutamente no.

L’aggressione commessa contro un intero popolo ci ha riportato a una situazione drammatica, che credevamo appartenesse ad un passato che mai si sarebbe ripetuto. 

 

La storia ci insegna che, spesso, i criminali di guerra vengono giudicati soltanto se sono sconfitti, ritiene che anche in questo caso sarà così?


Quello che posso dirvi è che la Corte Penale Internazionale, con sede a L’Aja, ha sicuramente la competenza per giudicare su tutti i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi nel conflitto bellico in corso: una competenza che discende dal fatto che l’Ucraina ha accettato la giurisdizione della Corte sui reati commessi sul suo territorio.

 

È stato alla Conferenza europea dei Procuratori generali? È significativo che si sia tenuta a Palermo.


Ho partecipato alla Conferenza europea dei Procuratori generali, dove sono anche intervenuto sulle potenzialità della Convenzione di Palermo nel contrasto al cybercrime sulla base delle linee-guida tracciate nella “risoluzione Falcone”.

Credo che la Procura Generale della Corte di Cassazione, diretta da Giovanni Salvi, e il Consiglio d’Europa, a conclusione della sua presidenza italiana, abbiano fatto davvero una scelta di grande significato nell’organizzare questa Conferenza internazionale a Palermo.

Si è valorizzata con forza la valenza innovatrice dell’esperienza giudiziaria italiana.

La Conferenza ha visto momenti di intensa commozione – come l’intervento del Procuratore Generale dell’Ucraina – e si è conclusa nell’aula bunker dove fu celebrato il maxiprocesso, con un intenso ricordo collettivo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, la cui esperienza è divenuta un grande messaggio di speranza per tutti quei popoli che oggi si trovano in una condizione analoga all’Italia di quegli anni.

 

In Italia Lei è stato, ed è tuttora, un magistrato giudicante, ma ha pure esercitato l’ufficio di sostituto Procuratore.

Perché, di tanto in tanto, si parla di separare le due carriere?


Me lo chiedo anch’io. 

 

A Caltanissetta, Lei ha presieduto i processi sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio, cosa può raccontarci di quegli anni e di quelle inchieste?


Sono stati processi dove si toccava con mano l’ansia di verità che univa tutti, magistrati e avvocati.

Ho un ricordo bellissimo dell’ambiente giudiziario di Caltanissetta, dove ho avuto la possibilità di collaborare con colleghi dei quali ho una grandissima stima, dal presidente del Tribunale Claudio Dall’Acqua ai giudici a latere che insieme a me hanno fatto parte della Corte d’Assise e della Sezione Misure di Prevenzione.

Ne cito uno per tutti: la collega Graziella Luparello, un magistrato che la passione per la giustizia – quella vera – l’ha avuta sin da bambina, quando scriveva delle lettere a Enzo Tortora perché era convinta della sua assoluta innocenza (e ci aveva visto giusto, a differenza di tanti altri magistrati).

Il padre di Rosario Livatino trascorse il suo ultimo Natale con lei e la sua famiglia.

Subito dopo avere iniziato il suo lavoro al Tribunale di Caltanissetta, la collega ha dato un contributo fondamentale alla ricostruzione della convergenza di interessi tra “Cosa Nostra” e ambienti esterni che, secondo gli ultimi accertamenti giudiziari, sta alla base della strage di Capaci e della strategia del “terrorismo mafioso”, per poi impegnarsi con coraggio nella descrizione del volto più recente della criminalità organizzata.

 

In genere, quando si trovano gli autori di un delitto, il caso si considera chiuso, ma con le stragi non sempre è così. E non solo per quelle di mafia, Falcone parlava di “menti raffinatissime”, che idea si è fatta Lei? E a che punto siamo dalla loro identificazione?


L’espressione da lei menzionata è stata usata dallo stesso Giovanni Falcone parlando del fallito attentato commesso contro di lui all’Addaura il 21 giugno 1989.
In quella occasione, dopo il rinvenimento della borsa contenente l’esplosivo, “Cosa Nostra” mise in moto una vera e propria “macchina del fango” contro il giudice Falcone, al duplice fine di realizzare un depistaggio delle indagini sull’attentato, e, al contempo, di ostacolare tutte le sue iniziative di contrasto alla criminalità organizzata.
Mentre gli ambienti più diversi stavano conducendo o comunque condividendo una pesantissima opera di delegittimazione del giudice Falcone, quest’ultimo, conversando con il giornalista Saverio Lodato, ruppe la sua abituale riservatezza e tracciò una prospettiva tanto vera quanto inquietante: “ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.

E aggiunse: “si tratta anche di riciclaggio”.
Nello scenario che inquadrava l’attentato dell’Addaura come il risultato di una convergenza di interessi tra il sodalizio mafioso e “menti raffinatissime”, collocate al suo esterno, una forte rilevanza poteva senz’altro essere attribuita all’enorme dimensione economica del riciclaggio internazionale dei proventi del narcotraffico, il cui giro di affari era stato stimato in circa 300 miliardi di dollari all’anno dalle Nazioni Unite nel 1987: una cifra che superava di gran lunga il PIL di parecchi Paesi, e che poteva essere utilizzata per condizionare il destino di svariate aree del mondo. 
Proprio in quella fase, Giovanni Falcone aveva acquisito una autorevolezza straordinaria, divenendo un interlocutore privilegiato di alcuni dei massimi leader mondiali, come il Presidente degli U.S.A.: una autorevolezza, e una rete di rapporti fondati sulla reciproca fiducia, che non potevano non suscitare una forte preoccupazione in altri contesti territoriali, rappresentando un serio pericolo per gli interessi di poteri criminali di altissimo livello.
Sempre nello stesso periodo in cui venne predisposto l’attentato, Giovanni Falcone stava apprestandosi a concludere la sua istruttoria sull’omicidio di Piersanti Mattarella, indirizzando le proprie indagini su quel mondo dell’eversione nera dal quale sarebbe poi venuto fuori uno dei protagonisti meno noti, ma più indispensabili, della strage di Capaci: quello destinato al ruolo di “artificiere”.

 

Nel 1992, era un giovanissimo magistrato; quello è stato un “annus horribilis”: dopo la sentenza della Cassazione, l’uccisione di Salvo Lima e poi le bombe in autostrada e in città. Ha dei ricordi personali?


Tanti.

Ne cito soltanto uno, che riguarda il primo momento in cui io e gli altri giovani magistrati allora in tirocinio a Palermo, tra cui Nino Di Matteo, abbiamo indossato la toga, quell’abito che Piero Calamandrei definiva come la «veste simbolica del coraggio civile, dell'altruismo e della solidarietà umana» che unisce magistrati avvocati.
Per noi, questa prima volta è stata nella notte del 24 maggio 1992, quando siamo andati a fare il picchetto davanti ai corpi straziati delle vittime della strage di Capaci, nella camera ardente al piano terreno del palazzo di giustizia di Palermo. 
In quella notte, le vittime della strage non furono lasciate mai sole, neppure per un minuto.

Tanti palermitani si fermavano in raccoglimento davanti a loro, a qualsiasi ora.

Diversi sentimenti si affollavano nel nostro animo: dolore, rabbia, allarme e preoccupazione per il futuro del paese, ma anche una fortissima voglia di riscatto, un desiderio di riscrivere collettivamente la storia della nostra terra.

Ricordo ancora le parole piene di emozione e consapevolezza dette in quei giorni da colleghi con cui in questi ultimi mesi ho avuto la fortuna di riprendere a lavorare qui al Tribunale di Palermo, come Fabrizio La Cascia.
Ancora non sapevamo quanto quel giorno avrebbe inciso nella costruzione della identità della nostra generazione, e della identità collettiva di tutto il paese.

Lo avremmo capito soltanto anni dopo, ed è una lezione che non si può dimenticare.
La toga che ho indossato in quella notte mi era stata data da Sergio Lari, il magistrato cui ero affidato per il tirocinio alla Pretura penale.

Ventidue anni dopo, il 23 maggio 2014, ci saremmo ritrovati insieme a Caltanissetta, lui come pubblico ministero e io come giudice, nell’aula di udienza dove iniziava il nuovo processo sulla strage di Capaci.

 

Ha conosciuto personalmente Falcone e Borsellino?


Sì, proprio durante il tirocinio alla Procura di Palermo, dove Paolo Borsellino era appena tornato con l’incarico di Procuratore aggiunto, e Giovanni Falcone andava a trovare il sabato mattina i magistrati cui era più legato, come Alfredo Morvillo.

Erano momenti drammatici, ma loro trovavano sempre il tempo per fermarsi a parlare con noi, uditori giudiziari appena arrivati, con una carica umana, una simpatia e un’ironia davvero indimenticabili.

 

La ringrazio molto Presidente e buon lavoro.


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