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La Chiesa e il Quirinale

23-01-2022 06:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

La Chiesa e il Quirinale

L'impegno politico come carità e l'intuizione di affermare il primato dell'essere umano

Mentre le forze politiche continuano a confrontarsi sui possibili candidati alla presidenza della Repubblica, vogliamo ricordare il centotreesimo anniversario della fondazione del Partito Popolare Italiano, avvenuta a Roma il 18 gennaio 1919, grazie a don Luigi Sturzo. 
Si tratta del primo soggetto politico italiano di ispirazione cristiana, frutto di quella dottrina sociale, che papa Leone XIII aveva inaugurato, promulgando nel 1891 la Rerum novarum.

Dopo anni di pregiudizi nutriti dalla Chiesa contro lo Stato unitario, reo di avere “sbrecciato” il suo potere temporale a Porta Pia, l’enciclica esortava i cattolici ad un impegno che non escludesse più la partecipazione alla vita politica.

Lo sguardo del Pontefice trascendeva la situazione italiana e si rivolgeva al mondo intero.

Egli prendeva atto che la secolarizzazione fosse un processo ormai irreversibile, ma non voleva rinunciare ad una società cristiana, non più nel senso identitario, ma in quanto fondata su alcuni principi ritenuti, oltre che evangelici, umani.

Il messaggio leoniano si poteva così riassumere in un antropocentrismo, dovuto alla consapevolezza che la persona, in quanto figlia di Dio, creata a sua immagine e somiglianza, ha una dignità connaturata, che va posta a fondamento di qualsiasi istituzione.

Imprenditori ed operai, proprietari terrieri e contadini, sono tutti meritevoli del rispetto e del riconoscimento dei propri diritti; non sono ammesse, pertanto, né le prevaricazioni dei padroni, né la violenza rivoluzionaria dei lavoratori. 
I primi ad accogliere le istanze del Papa furono alcuni sacerdoti, definiti per questo “leoniani” o “sociali”, i quali lavoreranno con slancio missionario, in una meritoria attività di promozione umana.

Incontreranno i più deboli, gli sfruttati ed emarginati, fonderanno casse di risparmio, li sosterranno nelle varie rivendicazioni. 
Uno di loro fu don Luigi Sturzo, che nel 1905 fu nominato pro sindaco di Caltagirone, carica che ricoprì fino al 1920.

Durante questa lunga e proficua esperienza di amministratore, si astenne dalla predicazione e dal confessare, per non esporre il suo ministero alle critiche di chi avrebbe potuto accusarlo di strumentalizzare il pulpito e il confessionale a scopo propagandistico e per non allontanare dalla riconciliazione con Dio coloro che avessero commesso reati, e dunque peccati, contro la cosa pubblica. 
Quest’atteggiamento indusse il santo papa Pio X, all’inizio del Novecento, a rilanciare la figura del prete pastore, concentrato più sull’impegno catechetico e sacramentale che su quello civico.

Ciò non deve però far pensare che i presbiteri come don Sturzo trascurassero, o addirittura tradissero, il proprio ufficio.

Al contrario, lo incarnavano in un modo nuovo, inedito, reso necessario dai profondi cambiamenti sociali del tempo e dall’ostilità delle forze anticlericali.

Questa generazione anticipò quanto successivamente avrebbe costituito il magistero petrino di Montini o Woityla, che cioè la politica è una forma di carità nella quale si può arrivare a lasciare sì Dio, ma per Dio, secondo il noto adagio di Vincenzo de’ Paoli. 
Mario e Luigi Sturzo, il primo vescovo di Piazza Armerina, sono stati due fratelli, artefici e testimoni di un rinnovamento e di una lungimiranza del pensiero cattolico, che approderà all’importante risultato di più di cento anni fa. 
Purtroppo la crisi del sistema liberale, seguita al primo conflitto mondiale, avrà anche altri interpreti, che non permetteranno all’Italia di gestire democraticamente questa fase.

L’avvento del fascismo costrinse infatti Sturzo all’esilio ed ingannò tanti ecclesiastici sulla figura “provvidenziale” di Mussolini nella scena politica.

Ma la dittatura e le conseguenti persecuzioni dei dissidenti, porteranno, vent’anni dopo, all’esaltante periodo della Resistenza, dove, ancora una volta, non mancherà l’apporto dei cattolici. 
Anche nella Costituente, i “professorini” democristiani, alcuni dei quali allievi virtuali del sacerdote calatino, riuscirono a raccogliere il massimo dei consensi, non in ragione di una superiorità numerica, ma per la qualità e la forza delle loro idee.

La Democrazia Cristiana, che assumerà la guida del Paese per un quarantennio, riuscirà, fino ad un certo punto, a promuovere la centralità della persona e a garantire il carattere cristiano, nel senso antropologico, della nazione italiana.

Le pressioni provenienti da potenze straniere, la mancanza di una valida alternanza di governo e soprattutto l’eliminazione di Aldo Moro, hanno determinato la fine di questo processo. 
Quando negli anni Novanta scoppiò l’inchiesta “mani pulite” e gli avvisi di garanzia sommersero i vecchi partiti, per la DC fu come staccare la spina ad un malato terminale.

Ma il coraggio e l’intuizione di don Sturzo rimangono attuali, in un’epoca di decadenza culturale, etica e politica, pur senza riproporre situazioni definitivamente tramontate, l’impegno politico come rimedio all’indifferentismo, rimane un monito ancora valido per i milioni di italiani che si riconoscono, se non proprio nella fede cattolica, nel primato dell’essere umano. 

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