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15 settembre 1993 la mafia ammazzava Padre Pino Puglisi: "La vita...a che serve se sbagliamo direzione?"

15-09-2021 07:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

15 settembre 1993 la mafia ammazzava Padre Pino Puglisi: "La vita...a che serve se sbagliamo direzione?"

"Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona, siamo i costruttori di un mondo nuovo."

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Il 15 settembre 1993, in Piazza Anita Garibaldi, davanti al portone di casa sua, veniva assassinato don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio, che proprio quel giorno aveva compiuto 56 anni.

 

Il delitto sconvolse la città di Palermo perché, nonostante le sue strade si fossero tante volte macchiate di sangue, un sacerdote, amato e stimato, non era mai stato bersaglio di Cosa nostra.

Anzi, nei confronti dei preti e, in generale, della Chiesa, la mafia aveva sempre avuto un atteggiamento riverente e devoto.

 

In passato, i boss di quartiere non avevano lesinato laute offerte in favore del Santo patrono, per celebrarne solennemente la festa, magari partecipando pure alla liturgia o alla processione.

 

Certo clero, un po’ compiacente, non aveva, dal canto suo, disdegnato queste attenzioni, fino a quando, agli inizi degli anni Ottanta, sulla questione non fece chiarezza il cardinale Salvatore Pappalardo, eliminando quell’alone di ambiguità, che si era formato tra cristianesimo e criminalità organizzata.

 

Pur non accettando mai per sé la definizione di vescovo antimafia, il compianto pastore divenne uno strenuo assertore della incompatibilità tra mafia e Vangelo.

E fu lui che, nel 1990, affidò la parrocchia di San Gaetano a padre Puglisi, che in quel quartiere era nato. 
 

La morte di 3P (Padre Pino Puglisi) è riconducibile anche all’invito alla conversione, che papa Giovanni Paolo II aveva rivolto ai mafiosi, il 9 maggio precedente, dalla Valle dei Templi.

 

Secondo gli inquirenti, la criminalità organizzata rispose al Pontefice, dapprima con le bombe al Laterano e al Velabro e, successivamente, con l’eliminazione di un ecclesiastico, ritenuto parecchio scomodo. 
 

Ma in cosa padre Puglisi dava fastidio alla mafia?

Quando un giornalista chiese al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro un commento sull’accaduto, egli rispose: “Padre Puglisi era un prete che faceva il prete”.

 

Non credo che, con questa dichiarazione, il Capo dello Stato di allora intendesse sostenere che, a Palermo, un prete che opera coerentemente con la missione da lui intrapresa, debba per forza morire ammazzato.

È però risaputo che chi si fa i fatti suoi e “non se la va a cercare”, non corre il rischio di essere ucciso.

Il martirio è, invece, connaturato all’annunzio del Vangelo, come ci insegna il primo evangelizzatore, che finì inchiodato ad una croce. 
 

Stando alle sentenze di condanna a carico dei mandanti (i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano) e degli esecutori (Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza), delle molteplici attività pastorali svolte dal parroco di Brancaccio, quella che determinò la sua eliminazione fu l’impegno educativo.

 

I giovani sono sempre stati considerati delle prede allettanti per la delinquenza, soprattutto quando non hanno un’istruzione, mancano di un lavoro o vivono in condizioni di degrado sociale e morale.

La mafia ha bisogno di loro non solo per arruolarli, ma per assicurarsi un sostrato culturale, su cui basare la propria esistenza e prosperità.

 

Puglisi, che vantava una lunga esperienza di docente, in un prestigioso liceo di Palermo e di formatore, nel seminario arcivescovile, offrì subito le sue energie migliori ai ragazzi.

Per questo egli non scisse mai la dimensione spirituale da quella umana, l’evangelizzazione dalla promozione della persona.

 

Molti giovani della sua parrocchia non avevano più un padre, o perché era stato ucciso, o perché era finito in carcere, o perché nessuno l’aveva mai conosciuto.

3P fondò un centro di accoglienza, che chiamò “Padre nostro”, per ricordare che, comunque, in cielo tutti abbiamo un Padre. 
 

Lavorò alacremente all’apertura di una scuola media, coinvolgendo le istituzioni del territorio, alle quali indirizzò numerosi appelli e tante lettere, specificando ironicamente che, a Brancaccio, si fa prima a dire quello che c’è che quello che manca.

 

Quando furono confiscati dei locali alla mafia, poterono essere utilizzati per ospitarvi, finalmente, le aule di una scuola secondaria di I grado, che oggi porta il suo nome. 
 

In diverse occasioni ottenne dai giudici l’affidamento di minorenni, evitando che finissero in quel carcere, che egli chiamava “l’università del crimine”.

 

Molti di loro furono recuperati, intrapresero gli studi e adesso svolgono dignitosamente un lavoro.

Ma la sua azione più efficace riguardava l’ambito esistenziale.

 

Egli percepiva che le vite di tanti ragazzi erano prive di senso, disorientate, senza una meta, uno scopo, un progetto.

A loro dedicò le esperienze più significative e fruttuose: i campi-scuola.

 

Giornate intense di studio e riflessione, spesso a contatto con la natura, tra i boschi o in montagna, alla ricerca di una pace interiore, che egli suggeriva di trovare nella Parola di Dio.

 

Una ragazza, risoluta a suicidarsi, cambiò idea dopo avere partecipato ad uno di questi momenti, nei quali si era potuta trattenere a colloquio con lui.

Il caso, noto e riferito da testimoni al processo di beatificazione, probabilmente è uno dei tanti episodi di chi ha riscoperto il piacere di vivere grazie a don Pino.

 

“Sì, ma verso dove?” è il titolo di un incontro, che è divenuto il vessillo della sua pedagogia.

Non basta dire sì alla vita, occorre avere un orizzonte in cui muoversi, un obiettivo da raggiungere, una luce da cui farsi guidare, ma soprattutto una chiamata da ascoltare dentro di sé.
 

“Bisogna cercare di seguire la nostra vocazione – disse padre Pino in quella circostanza – il nostro progetto d’amore. Ma non possiamo mai considerarci seduti al capolinea, già arrivati. Si riparte ogni volta. Dobbiamo avere umiltà, coscienza di avere accolto l’invito del Signore, camminare, poi presentare quanto è stato costruito e poter dire: sì, ho fatto del mio meglio.
Venti, sessanta, cento anni…la vita. A che serve se sbagliamo direzione?
Ciò che importa è incontrare Cristo, vivere come lui, annunciare il suo amore che salva.
Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona, siamo i costruttori di un mondo nuovo”
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