La “gestione”, si fa per dire, degli eventi artistici a Catania solleva più di una riflessione e, dopo alcune inchieste lanciate da SudPress su “mostre” e “spettacoli”, capodanno compreso, interviene nuovamente uno dei più noti e attivi cultural manager catanesi, il gallerista Gianluca Collica…che non le manda a dire ricordando l’innovativo fervore dell’ambiente culturale ed artistico catanese dei primissimi anni 2000 ed il totale distacco delle istituzioni degli ultimi anni… ma apre la speranza ad un “momento propizio”, tracciando un percorso che metta in rete gli operatori del settore. Quelli veri.

Riguardo la singolar tenzone ingaggiata da Sudpress contro la compagine costituita dal Comune di Catania, rappresentato dell’Assessorato ai Saperi e alla Bellezza Condivisa (un po’ pretenzioso come nome), e mercenari dell’arte, non intendo dire più di quanto già espresso in un precedente articolo per non alimentare una polemica che rischia di diventare sterile.

In breve posso ribadire che non è ammissibile amministrare una città senza una precisa strategia culturale e che non vale la pena scagliarsi contro le società dell’arte perché in queste vicende sono le meno colpevoli.

Propongono, non impongono (lo spero), e l’obiettivo che perseguono risponde a logiche di semplice profitto, per altro palesato dallo stesso Filippini che maldestramente vanta una cifra incredibile di visitatori, che se fosse vera, merita rispetto perché farebbe invidia al Maxxi di Roma.

Filippini, o chi per lui, fa il suo lavoro e ha tutto il diritto di costruirsi le sue scatole cinesi o come da noi meglio si dice giocare al tre oro tre oro. Ma nel mondo dell’arte tutti conoscono queste dinamiche, non occorrono grandi competenze per capirlo.

Chiedo soltanto un chiarimento sulle modalità di gestione di queste mostre perché, da quanto leggo dai vari articoli, non si comprende se le società titolari di esclusiva delle stesse (necessaria per superare lo scoglio della gara pubblica) vendano il prodotto chiavi in mano al Comune, o diversamente vengono pagate per alcuni servizi necessari alla realizzazione e gestione della mostra, o infine, investono denari propri per la realizzazione degli eventi.

La questione può sembrare pretestuosa, ma alla luce dei 340.000 visitatori paganti, è necessario fare chiarezza perché si parla di un incasso importante che a quanto sembra non è finito nelle casse del Comune.

Le diverse posizioni sottendono diritti e doveri differenti.  Spero di avere una risposta molto chiara e dettagliata da parte dell’Assessorato per decidere nel prossimo futuro se ritornare a fare il mercenario dell’arte. Avrei per altro già pronta una proposta di 10 mostre dedicate a 10 figure storiche del primo ‘900 francese, tedesco e italiano… con attribuzioni di autenticità, in soldoni pareri di autenticità, accettati chiaramente solo in Italia …

Quello invece che mi preme che la gente comprenda è ben altro e va al di là di queste beghe da cortile, ed è utile a prendere coscienza dei valori presenti nella nostra città di cui noi tutti siamo responsabili e tutori.

Preferisco quindi proporre riflessioni su argomenti che chiunque governerà la nostra città dovrà considerare.

Il primo punto riguarda l’identità della nostra Catania.

E’ fondamentale prendere coscienza del fatto che nel capoluogo etneo, agli inizi degli anni novanta, si è avviata una sorta di rivoluzione pacifica che ha visto moltissimi giovani ribellarsi ad una condizione disagiata e precaria e investire tempo e risorse nel mondo dell’arte e nelle strutture per veicolarla.

Quella che viene definita movida catanese è solo l’aspetto più popolare e mondano di un fenomeno più complesso e profondo che ha connotato la nostra città non solo come un luogo di puro divertimento, ma anche e soprattutto come luogo vocato alla “culturale contemporanea”.

Dai primi pub che da sempre rappresentano l’underground vitale della città, si è passati a strutture più impegnative e strategiche: dalle case di produzione discografica a cominciare dalla Cyclope Records del compianto Francesco Virlinzi, a Zō Centro Culture Contemporanee di Sergio Zinna e Felicita Platania, a Scenario Pubblico per la danza di Roberto Zappalà, a Palazzo Fichera per le arti visive del sottoscritto, nati insieme e non per caso nel 2000; Quindi la direzione illuminata dell’Ame con Biagio Guerrera, fino alla Fondazione Brodbeck, alla Fondazione Puglisi Cosentino, e alla più recente Fondazione Oelle di Ornella Laneri e alla decentrata fondazione Radicepura di Mario Faro.

A tutto ciò si aggiungano le attività dei teatri di ricerca di cui la città è ricca e gli spazi no profit, il vero termometro della vitalità di un luogo.

Strutture e realtà private che rappresentano una importantissima quota dell’offerta culturale nazionale.

Definire Catania una città dell’arte sperimentale non è un eufemismo… essa possiede un capitale artistico contemporaneo importante e, a prescindere la straordinaria parentesi di fine millennio legata alla giunta Bianco e alla presidenza provinciale di Musumeci, a investire su questa Catania è solamente il privato.

La seconda considerazione è più generale e riguarda la gestione pubblica del patrimonio contemporaneo.

Tema molto importante che a mio avviso rappresenta uno degli argomenti più scabrosi da affrontare, perché il confronto con il contemporaneo impone grandi competenze specifiche, spesso assenti nelle Amministrazioni.

Una grave carenza che determina aberrazioni ogni qual volta si definiscono le linee di intervento sulla cultura, considerato come un bene su cui speculare, piuttosto che investire.

Se nel passato la sperimentazione artistica aveva come competitor esclusivamente il patrimonio storico, oggi essa si deve confrontare con le prepotenti ragioni del Turismo. Con la conseguenza che il binomio patrimonio storico/turismo rischia d’essere un freno a mano per lo sviluppo di politiche culturali intelligenti in grado non solo di esprimere la contemporaneità, ma di valorizzare lo storico e di conseguenza aumentare i flussi turistici.

Se analizziamo anche e soprattutto a livello regionale le linee guida strategiche per lo sviluppo dell’isola, alle quali poi di conseguenza si adeguano le Amministrazioni locali, la parola chiave è turismo, declinato rispetto ai diversi ambiti di sviluppo. Al punto che si è nefastamente pensato di accorpare turismo e cultura in un unico assessorato. Può sembrare un’eresia la mia posizione, ma le ragioni del turismo non sono quelle dell’arte, accorparle significa muoversi nel mondo di nessuno dove, in nome di un presunto sviluppo economico, alla fine nessuno ne beneficia.

Turismo, patrimonio storico e patrimonio contemporaneo divengono quindi ostaggio l’uno dell’altro, con chiaramente una predominanza anche abbastanza larga delle ragioni turistiche su quelle culturali, mancando le competenze per valutarle e valorizzarle.

Al punto che gli attuali strumenti finanziari a sostegno della cultura, sono progetti turistici maldestramente camuffati, ed escludono di fatto la possibilità di investire sullo sviluppo culturale della nostra terra.

Si preferisce in definitiva sostenere progetti utili solo a migliorare la gestione e fruibilità dei beni storici.

A tale scopo è stata redatta una lista di attrattori culturali intorno ai quali imprescindibilmente ruotano gli interessi dei finanziamenti che in nome del miglioramento della logistica dei siti penalizzano lo studio e il restauro di reperti significativi e tagliano fuori tutte le realtà che si occupano di contemporaneo perché non prevedono investimenti in nuove produzioni artistiche.

Escludono in definitiva ciò che incide maggiormente sulla qualità e unicità dell’offerta culturale aspetti necessari per intercettare nuovi e sempre più numerosi flussi turistici, soprattutto di turismo culturale di cui si fa un gran parlare, ma che va analizzato rispetto a quanto oggi lo identifica (esperienza, unicità, contemporaneità).

Queste dinamiche invece rischiano di impoverire l’offerta culturale e attenzione: non consentono di intercettare nuovi flussi turistici, ma semplicemente spostano il turista che ha scelto il mare siciliano, dalle spiagge al sito di rilevanza storica.

Terza ed ultima considerazione. Quando giro per il mondo per lavoro mi accorgo che Catania la conoscono in molti e tutti me ne parlano benissimo… strano vero!?

La gente che incontro sono principalmente opinion leader dell’arte e questo in qualche modo mi inorgoglisce perché è gente che non si fa i giretti sull’autobus scoperto giallo, ma sono persone che vivono i posti intimamente e sono alla ricerca di quel nuovo che è frutto del lavoro che la mia generazione ha fatto nella città.

Catania esprime alta cultura, un bene prezioso su cui costruire un mondo di possibilità, ma perché non c’è la volontà di sostenere questo aspetto?

Possibile che abbiamo una classe dirigente (e qui inserisco non solo i politici) incapace di individuare il patrimonio da valorizzare e difendere, anche nei confronti di una Regione Palermo-centrica e incapace di un cambio di rotta drastico (ogni 5 anni cambia il vestito, ma ad indossarlo è sempre un corpo ingessato su posizioni non più efficienti e attuali)?

Il momento è propizio, Musumeci è catanese, chi più di lui può comprendere le potenzialità culturali della nostra città che esprime dei modelli di gestione innovativi applicabili in tutta la Sicilia?

L’Amministrazione che verrà analizzi veramente quello che a dispetto di tutto rende Catania interessante e unica nell’opinione dei forestieri, investa su questo e probabilmente si renderà conto che l’economia e la cultura non passano attraverso la memoria di un defunto (per altro onorato male e per nulla attuale), ma crescono grazie a quel giovane straniero in residenza che con accento improbabile chiede al signor Lazzara in via Plebiscito un vassoio dei suoi mitici Iris alla crema, da offrire per l’inaugurazione della sua mostra in Fondazione Brodbeck o da Ritmo o Bocs.

Iris che nella memoria di chi parte esprime il sapore di una esperienza indimenticabile e che da opinion leader andrà a raccontare nel mondo.


Gianluca Collica opera nel mondo delle arti visive contemporanee dal 1987 anno in cui apre con il padre Franco Collica la galleria Andrea Cefaly di Catania.

Come gallerista dirige dal 1996 al 2000 la galleria Gianluca Collica a Catania. Quindi dal 2000 al 2006 idea e dirige il Centro per l’Arte Contemporanea Palazzo Fichera.

Dal 2011 è titolare insieme a Massimo Ligreggi della galleria collicaligreggi sempre a Catania.

Ha lavorato con artisti di fama internazionale tra i quali: Carla Accardi, Vincenzo Agnetti, Mario Airò, Afro Basaldella, Louise Bourgeois, Michael Beutler, Michele Canzoneri, Ra di Martino, Diango Hernadez, Piero Guccione, Ceal Floyer, Graham Gussin, Urs lüthi, Christoh Meier, Liliana Moro, Giuseppe Penone, Alfredo Pirri, Franco Sarnari, Hans Schabus, Ettore sottsass, Jan Vercruysse, Luca Vitone, Franz West, Ervin Wurm, Heimo Zobernig.

Vanta numerose collaborazioni con musei nazionali e internazionali come ad esempio: LENBACHHAUS di Monaco di Baviera, Stedelijk Museum Amsterdam, Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia, Museo Cantonale di Lugano.

Come esperto di politica culturale ha svolto principalmente una attività  finalizzata alla realizzazione di una rete siciliana vocata alla ricerca e sperimentazione contemporanea, che oggi comprende principalmente: la Fondazione Brodbeck di Catania, la Fondazione Oelle di Catania, la Fondazione Radicepura di Giarre, la Fondazione Bufali di Belpasso, la Stanza della Seta di Ficarra.

Curatore della Collezione Brodbeck fin dal 1999. Nel 2007 idea e dirige come direttore artistico la Fondazione Brodbeck di Catania.

Nel 2017 diviene responsabile artistico della Fondazione Radicepura di Giarre.

Vanta numerose collaborazioni con amministrazioni pubbliche e in particolare tra il 1998 e il 2000 opera con il Comune di Catania. Tale collaborazione porta al riutilizzo del Museo Civico Castello Ursino e della Biblioteca Ursino e Recupero come spazi deputati alla realizzazione di grandi mostre. Tra queste meritano particolare attenzione: La mostra antologica di Piero Guccione, la mostra della collezione dello Stedelijk Museum Amsterdam, la mostra dal titolo “Teatro Botanico. La natura dell’arte nel XX secolo”, la mostra “Frammenti” di Ettore Sottsass, la mostra “La Bibbia miniata e altri gioielli della Biblioteca Recupero e Ursino”.