Per la prima volta Palazzo Biscari, un luogo simbolico per la città di Catania, ha aperto le sue porte all’arte contemporanea. Sino al 18 agosto ospita infatti un’installazione studiata appositamente per il luogo da Gian Maria Tosatti, artista romano attualmente residente a New York intervistato dal direttore di SudStyle Aldo Premoli…

In SudPress ho spesso polemizzato con l’Amministrazione Bianco per l’assenza di una politica culturale riconoscibile: negli ultimi anni Catania nemmeno lontanamente si è saputa misurare – non dico con altre capitali italiane o europee – ma con quello che contemporaneamente ha saputo mettere in campo il sindaco di Palermo Leoluca Orlando.

Per questo mentre le sue istituzioni questa estate trascinano un’unica mostra tristanzuola al Palazzo della Cultura, (ma siamo nel pieno della stagione turistica e questo significa un’occasione persa per trattenere qualcosa dell’enorme flusso che passa da Fontana Rossa), la nuova Assessora Barbara Mirabella a Palazzo Biscari ci è andata e sarebbe bello sapere cosa ne pensa di questa esposizione: magari rispondendo direttamente a queste righe di SudPress che le chiede di accelerare per lo meno l’annuncio di progetti che non necessariamente dovranno essere mirabolanti e costosissimi: ma intelligenti e di un livello adeguato questo sì. Per dare insomma l’impressione che l’inversione di marcia è in atto.

Quel che sta accadendo a Palazzo Biscari è lì a testimoniare che le energie giuste in città esistono.

Perché a fianco di Un Fold di Pietro Scammacca che l’ha prodotta, si sono subito schierati la Galleria Collicaligreggi e la Fondazione Radicepura,  a testimonianza che quando la qualità c’è si riesce a fare rete.

A visitare il lavoro di Tosatti qui a Catania è arrivato il gotha dell’arte contemporanea internazionale.

Sto esagerando? E allora ecco qualche nome: da Torino Patrizia Sandretto che con la sua Fondazione è forse la più importante gallerista italiana; è venuto Vincente Todolì già direttore della Tate Modern di Londra attualmente advisor dell’Hangar Pirelli Bicocca a Milano; da New York Sean Anderson curatore del dipartimento architettura e design del Moma: e poi uno sciame di facoltosissimi collezionisti di ogni parte de mondo tra cui i due fratelli Bulgari

E’ questo il genere di turismo di cui la città a bisogno: di pullman a due strati con a bordo croceristi buoni per un cono gelato ce ne è già abbastanza.

Sgombriamo il campo da ogni fraintendimento: la mostra di Tosatti è tutto tranne che un “evento” festaiolo e forse non interesserà (forse, ma chi lo può dire?) ai tifosi della Calcio Catania: però parla alla città, della città e anche del Paese di cui questa città fa parte.

Vediamo in che modo.

L’intervento a Palazzo Biscari occupa i tre grandi saloni d’ingresso e il Salone delle Feste del Palazzo, evoca uno scenario per niente rassicurante: dal buio dei saloni la precarietà della realtà in cui viviamo diventa percepibile. Quella di Catania ad esempio. Dal 479 a.C. a oggi, Catania è stata distrutta e ricostruita nove volte, a causa di guerre, calamità naturali, eruzioni vulcaniche e violenti terremoti. E l’arco della porta Giuseppe Garibaldi (costruita a pochi anni di distanza da Palazzo Biscari), reca l’iscrizione “Melior de cinere surgo”, (risorgo più bella dalle ceneri): il motto della fenice.

Perché una mostra così a Catania?

Gian Maria Tosatti E’ il primo capitolo di un progetto che attraverserà tutta l’Europa. Si parte da Catania perché è il centro del Mediterraneo ed è qui che si sta consumando uno dei principali attriti di quel passaggio di civiltà che vorrei testimoniare. Fasi come queste, come hai ricordato, Catania ne ha attraversate già. L’Italia ha questo grande vantaggio. Ogni volta che abbiamo paura del futuro possiamo ricorrere alla Storia per vedere come è andata la volta precedente.Siamo alla fine di un ciclo, alla fine di un impero, siamo nell’attimo del crollo. Ma la storia della Sicilia è una storia di crolli. Per cui forse era da qui che bisognava riprendere il discorso.

Solo crolli, solo disfacimenti?

No. Il crollo è parte di un ciclo organico. Forse dobbiamo saperlo accettare. In questo modo esorcizzeremo la paura. La morte di una civiltà non è la fine di niente se si impara a morire, se ci si prepara, se si sa accettare quel destino naturale che ci insegna come la vita realizza la sua eternità nella trasmissione. Di padre in figlio, di civiltà in civiltà sopravvive l’essenza di ciò che siamo se decidiamo di non interrompere la catena per egoismo, per senso di onnipotenza. Dovremmo imparare a percepirci come fiori che, dopo aver dispiegato la propria bellezza, appassiscono, per poi tornare, la stagione successiva. Non saranno certo gli stessi, saranno altri: ma che differenza fa?

Quanti anni hai Tosatti?

Ottima domanda. Ne ho 38. Ma non è la mia età che conta, quanto la nostra. Come civiltà siamo una sorta di grande corpo, di grande dinosauro. Come diceva Pasolini, siamo una forza del passato. E ora siamo invecchiati, tutti. E il mondo che gestiamo somiglia alla nostra condizione. La nostra acropoli è diventata una necropoli. Il Mare Nostrum lo abbiamo reso un cimitero.

A Palazzo Biscari hai costruito uno scenario affascinante ma spettrale, che cosa hai voluto dire?

Non c’è bisogno di dire qualcosa. Quando si mostra un’evidenza dire è superfluo. In quest’opera c’è l’Italia che non esiste più. Un Paese che non ha un piano né un’idea di sé non ha più dignità di Stato è un residuo storico, una sorta di carcassa che secca al sole della Storia. I suoi abitanti sono… beh, chi è che abita le carcasse? I parassiti. L’Italia è la carcassa di una grande balena bianca. Palazzo Biscari ne è una sorta di immagine sintetica, di specchio. Anch’esso è un grande corpo morto alla deriva del tempo. E’ancora una grande dimora storica, ma il suo presente ha un senso solo rispetto al suo passato.

Il ventre della balena dunque?

Certo, è una grande metafora. Biscari è un palazzo che ci somiglia: invecchia e diventa sempre più cupo. Nel momento in cui riconosciamo la crudele verità del suo decadimento, dobbiamo iniziare a domandarci chi siamo noi, ora. Ecco, eravamo edificatori, ora siamo parassiti, custodi del decadimento. Siamo come le guardie notturne dei palazzi, in una notte che non finisce mai. Sempre al piano terra. Passeggiamo nel silenzio o ci addormentiamo davanti alla televisione. Siamo divenuti una civiltà degli androni.

Hai imposto che la visita avvenga una persona per volta, che per di più si deve chiudere alle spalle il portone d’ingresso. Perché?

Questo lavoro conduce ad una confessione. Ma prima di qualcun altro siamo noi stessi a doverla raccogliere. Per confessarsi davanti allo specchio è necessario essere soli.


Gian Maria Tosatti

Il mio cuore è vuoto come uno specchio– episodio di Catania

Palazzo Biscari sino al 18.08.2018

Con questa mostra debutta l’Associazione culturale Un Foldfondata nel 2017 da Pietro Scammacca.


Aldo Premoli milanese di nascita, vive tra Catania, Cenobbio, New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1980 e il 1982 collabora con le riviste “Belfagor” di Luigi Russo e “Alfabeta” di Nanni Balestrini. Giornalista professionista, tra il 1989 e il 2000 dirige il periodico specializzato nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post Italia”, “Artribune”, collabora con “East-West” Ha pubblicato libri di saggistica e ha fondato, con Maurizio Caserta ed Emma Averna, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome. Dirige il tendermagazine Sudstyle.