
Nel grande teatro siciliano della trasparenza a intermittenza, la vicenda della SAC, la società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso, continua a regalare passaggi che più che chiarire complicano, più che illuminare oscurano, più che rassicurare inquietano.
La questione, ormai, non è più soltanto economica o industriale. È diventata pienamente istituzionale e politica. Perché quando si mette mano alla gestione e soprattutto alla privatizzazione di un asset strategico come il sistema aeroportuale della Sicilia orientale, non si sta discutendo di una pratica notarile qualsiasi: si decide chi comanda, con quali regole, per conto di chi e con quali garanzie per i territori, i soci pubblici e i cittadini.
Ed è proprio per questo che l'audizione svoltasi presso la IV Commissione “Ambiente, Territorio e Mobilità” dell'ARS, presieduta da Giuseppe Carta, meritava ben altro spessore, ben altra profondità, ben altra libertà di parola.
Un'audizione che doveva servire a capire chi decide davvero
La Commissione ha affrontato il tema dell'attuale procedura di privatizzazione della SAC come prima tappa di un percorso parlamentare di approfondimento. Una scelta opportuna, necessaria, persino doverosa. Perché attorno a questa operazione si addensano da mesi interrogativi pesanti: sul ruolo dei soci pubblici, sul peso del commissariamento infinito della Camera di Commercio del Sud Est, sulle garanzie per Comiso, sulle modalità della cessione della quota di maggioranza e, soprattutto, sul vero ruolo del Consiglio di amministrazione della SAC.
Non è un dettaglio. È il punto.
Perché se il procedimento viene raccontato come una scelta dei soci con gestione operativa affidata al CdA, allora capire quanto sappiano i singoli consiglieri, cosa abbiano deliberato, cosa abbiano condiviso, cosa abbiano soltanto subìto o ratificato, diventa materia di assoluto interesse pubblico.
Non soltanto per ricostruire il presente, ma per capire se domani qualcuno potrà dire: io non c'ero, io non sapevo, io non contavo.
Il mandato al CdA e il silenziatore piazzato sui consiglieri
Il punto è ancora più delicato perché la stessa procedura pubblicata da SAC richiama il fatto che l'assemblea ordinaria del 26 marzo 2025 ha conferito mandato al Consiglio di amministrazione affinché compisse le attività finalizzate all'espletamento della procedura di selezione per la cessione della partecipazione di maggioranza.
Tradotto dal burocratese: il CdA non è un soprammobile di design piazzato sul tavolo per arredare le riunioni. Dovrebbe essere uno degli organi chiamati a gestire il passaggio.
E allora era non solo utile ma indispensabile sentire i singoli componenti, verificare se fossero allineati, informati, consapevoli, partecipi. Oppure se la governance della più importante infrastruttura siciliana fosse stata in realtà ridotta a un monocorde parla uno per tutti, sanno in pochi, firmano alcuni, rispondono nessuno.
Invece, proprio quando l'audizione poteva diventare il luogo in cui scavare davvero, è arrivata la strana pregiudiziale dell'on. Bernadette Grasso.
L'intervento della Grasso: fate parlare solo il delegato
Come risulta dal resoconto sommario della seduta del 27 maggio 2026, l'on. Grasso è intervenuta sull'ordine dei lavori chiedendo che, “come già avvenuto in altre audizioni”, si facesse intervenire solo il soggetto delegato dalla società, cioè l'amministratore delegato o il presidente, evitando “una dispersione degli interventi tra tutti i componenti del C.d.A.” e rendendo così i lavori “più snelli ed efficaci”.
Snelli ed efficaci.

Parole magnifiche, quasi sempre pericolose quando vengono usate in Sicilia per questioni che avrebbero invece bisogno dell'opposto: lentezza, precisione, contraddittorio, verbalizzazione, responsabilità personale.
Perché la domanda non è se un'audizione debba essere snella. La domanda è se debba essere utile.
E su una partita come quella SAC, utile significava una cosa sola: ascoltare tutti quelli che avevano titolo, ruolo o responsabilità per parlare. Anche – e soprattutto – i consiglieri di amministrazione.
Perché se i consiglieri avevano contezza del procedimento, era interesse pubblico saperlo. Se avevano espresso riserve, era interesse pubblico saperlo. Se non sapevano nulla, era interesse pubblico saperlo ancora di più.
Invece no. Meglio il portavoce unico. Meglio la voce filtrata.
Meglio la rappresentazione ordinata. Pulita. Compatta. E quindi, fatalmente, meno rivelatrice.
La coincidenza che coincidenza non è
Qui la vicenda smette di essere soltanto parlamentare e diventa, inevitabilmente, politica e perfino etica.
Perché Bernadette Grasso non è una deputata qualsiasi che passa di lì per caso.
È una parlamentare di Forza Italia, vice presidente della stessa Commissione IV dell'ARS, ma soprattutto risulta ancora indicata nei canali istituzionali dell'Assemblea regionale siciliana come vice presidente della Commissione parlamentare Antimafia.
Ed è qui che il cortocircuito diventa imbarazzante.
Perché dalle più recenti cronache giudiziarie riportate praticamente da tutta la stampa regionale, come ad esempio tra le più autorevoli RaiNews/Tgr Sicilia, la deputata Grasso – pur non indagata – è stata sentita dai pm di Palermo nell'ambito dell'inchiesta che ha coinvolto il dirigente regionale Giancarlo Teresi, l'ex manager Salvatore Iacolino e il boss di Favara Carmelo Vetro.
Secondo quella ricostruzione giornalistica, la parlamentare avrebbe ammesso di avere avuto contatti con Vetro, al quale sarebbero stati segnalati nomi e curricula per possibili assunzioni.
Vicenda che la stessa deputata, secondo le medesime cronache, aveva definito tanto delicata da annunciare una autosospensione dalla carica antimafia.
Autosospensione solo annunciata, però.
Perché sui profili e nelle pagine istituzionali dell'ARS la Grasso risulta ancora regolarmente al proprio posto.

E allora la domanda diventa inevitabile.
Con quale sensibilità istituzionale una deputata che, stando alle cronache, ha ammesso interlocuzioni con un soggetto indicato dagli inquirenti come boss mafioso per raccomandazioni clientelari di posti di lavoro, si presenta in Commissione a chiedere non più trasparenza ma meno voci?
Non più approfondimento ma sintesi?
Non più responsabilità individuali ma rappresentanza delegata?
Chi si sta cercando di proteggere dal diritto di parola?
La questione non è personale. È pubblica.
Perché nessuno discute il diritto dell'on. Grasso di intervenire in Commissione.
Ma si discute eccome il senso politico di quell'intervento.
Quale interesse pubblico è stato tutelato impedendo che ciascun consigliere SAC potesse esprimersi? Quale rischio si è voluto evitare? Quello di perdere dieci minuti in più? O quello, assai meno confessabile, che qualcuno dicesse qualcosa di troppo, o peggio ancora qualcosa di diverso?
Nelle grandi partite opache, il problema non è quasi mai ciò che viene detto. È ciò che si evita accuratamente di far dire.
E qui il punto è esattamente questo: se il CdA SAC è davvero coinvolto nel procedimento, allora andava ascoltato. Se invece non conta nulla, allora si avrebbe conferma di un'altra anomalia gravissima, cioè di una governance formalmente collegiale ma sostanzialmente esautorata.
In entrambi i casi, la Commissione avrebbe avuto il dovere di andare fino in fondo.
Una privatizzazione troppo delicata per essere raccontata da uno solo
Su quanto verbalizzato delle dichiarazioni di Torrisi torneremo in altra sede.
Intanto possiamo segnalare che nel corso della seduta l'amministratore delegato, in carica da oltre 10 anni, Nico Torrisi ha ribadito che la cessione della quota di maggioranza non sarebbe dettata da necessità finanziarie, che la società è solida e senza debito bancario, e che la privatizzazione è una scelta strategica dei soci.
A proposito di soci della SAC ricordiamo, tanto per, che il socio di maggioranza assoluta, cioè la Camera di Commercio del Sud Est con oltre il 60% delle quote, è rappresentata in maniera inconcepibile dall'amico di cordata politica e personale dello stesso Torrisi, l'ex presidente del carnevale di Acireale Antonio Belcuore, in carica da 3 anni e mezzo con un compenso di 340 euro giornaliere mentre per legge poteve starci non più di 90 giorni.
Ha inoltre spiegato, l'AD ultra decennale Torrisi che il procedimento si articola in più fasi e che il CdA avrebbe un ruolo operativo, mentre la titolarità dell'avvio spetterebbe all'assemblea dei soci.
Ed è proprio questo il motivo per cui il bavaglio ai consiglieri risulta ancora più inspiegabile.
Se il CdA “gestisce operativamente il procedimento”, allora ogni suo componente rappresenta un punto di osservazione essenziale. Se invece tutta la sostanza si concentra nelle deleghe all'amministratore delegato, allora è giusto che l'opinione pubblica sappia fino a che punto l'organo collegiale sia stato svuotato.
Non c'era nulla da sveltire. C'era tutto da capire.
Il solito vizio siciliano: comprimere il confronto quando serve allargarlo
La Sicilia delle partecipate, delle camere di commercio commissariate fuori tempo massimo, dei soci pubblici che non si sa bene se decidano, ratifichino o subiscano, ha un vizio antico: stringere il perimetro della discussione proprio quando bisognerebbe allargarlo.
Meno domande. Meno interlocutori.
Meno verbali compromettenti.
Meno responsabilità riconoscibili.
Poi, naturalmente, arrivano i comunicati sulla trasparenza.
La verità è che sulla SAC siamo già oltre la soglia fisiologica dell'ambiguità.
Qui c'è in ballo la gestione di una infrastruttura decisiva per la Sicilia orientale, il destino di Comiso, il rapporto tra pubblico e privato, il valore reale delle quote, la congruità della procedura, il ruolo di soci pubblici rappresentati da figure commissariali e la tenuta stessa degli atti che accompagneranno questa operazione.
E proprio per questo ogni consigliere, ogni socio, ogni rappresentante andrebbe ascoltato fino all'ultima sillaba, non messo in fila dietro una voce sola.
La Commissione torni a convocare tutti, stavolta davvero
Se la Commissione ARS vuole essere credibile, la prossima audizione annunciata dal presidente Carta dovrà fare esattamente il contrario di quanto accaduto nella prima.
Dovrà convocare tutta la governance SAC e far parlare ciascuno per la propria parte, senza filtri, senza scorciatoie e senza il solito alibi dell'efficienza.
Perché l'efficienza è un valore nella catena dei bagagli. Non nell'accertamento delle responsabilità.
E soprattutto perché, in una Sicilia normale, una parlamentare che secondo le cronache ha ammesso rapporti con un boss per vicende di posti di lavoro dovrebbe forse usare maggiore prudenza prima di spiegare agli altri chi può parlare e chi no.
Ma questa, appunto, è la Sicilia reale.
Dove chi dovrebbe pretendere massima luce spesso si applica per abbassare l'interruttore.
Sulla SAC, di interruttori abbassati, se ne sono già visti fin troppi.
E l'on. di Forza Italia Bernadette Grasso, magari insieme alla solita minaccia di querela, ci faccia sapere che fine ha fatto la sua autosospensione da vice presidente della Commissione Regionale Antimafia, perché dagli atti pubblici non risulta.
Guarda la puntata di SudTALK dedicata a SAC-CAM

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Nella denuncia hanno sostenuto che "gli atti erano stati secretati per tutelare il processo di privatizzazione in virtù del principio di libera concorrenza."
E noi ridiamo!































































































































































