Come già diffuso da Sudpress, che in passato si era occupato a più riprese di Corrado Labisi, ricevendone anche due querele, l’operazione della DIA su coordinamento della Procura catanese, ha scoperto e bloccato il sistema illecito che aveva sottratto fondi regionali per un valore di circa 10 milioni di euro, destinati a strutture socio-sanitarie. In particolare, il provvedimento ha disposto l’arresto appunto di Corrado Labisi, classe 1953, già Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Medico Psico-Pedagogico “Lucia Mangano” ed a cui in qualità di capo, organizzatore e promotore, vengono contestati i reati di associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita di somme di denaro. I domiciliari sono stati disposti invece per la figlia di Labisi, Francesca, classe 1985; la moglie Maria Gallo, classe 1958, ed i collaboratori Gaetano Consiglio, classe ’79, Giuseppe Cardì, classe ’61. A tutti è contestato il reato di reato associativo finalizzato all’appropriazione indebita di somme di denaro

L’ente assistenziale interessato, la “Lucia Mangano”, a Sant’Agata li Battiati, paesino a pochi chilometri da Catania, si propone di assistere moralmente e socialmente i poveri della città e della provincia, creando centri di mutuo soccorso, elargendo sussidi a favore degli stessi, creando laboratori, offrendo assistenza medica, alleviare lo stato di eventuale disagio in cui gli assistiti potessero trovarsi, per disoccupazione, malattia o altro.

Nel corso dell’indagine, è stato possibile stabilire come Corrado Labisi, gestisse i fondi regionali e non solo, destinati appunto alla struttura, non per le finalità tese alle cure dei malati ospiti ma con intenti differenti, distraendo le somme in cassa, facendo lievitare le cifre riportate sugli estratti conti accesi per la gestione della clinica, tanto da raggiungere un debito pari ad oltre 10 milioni di euro.

Dalla perizia effettuata dal consulente dell’autorità giudiziaria, è emerso come soltanto Corrado Labisi, avesse utilizzato per fini diversi, 1.341.000,00 euro e la moglie Maria Gallo, 384.000,00 euro.

Ironicamente, questa gestione illecita sarebbe chiaramente censurata proprio dallo statuto associativo dell’I.M.P.P. Lucia Mangano, che prevede “l’esclusione irrevocabile dall’associazione di qualsiasi membro che approfitti del proprio ruolo per impossessarsi, con espedienti vari, per fini propri di somme di denaro destinate alla normale gestione”. Una presa in giro assoluta per tutti, sulla base del detto “predicare bene ma razzolare male“.

Inoltre, era ben noto il ruolo assunto da Corrado Labisi, o meglio i panni indossati costantemente, come paladino dell’antimafia e della legalità, tanto da ricoprire la carica di Presidente dell’associazione denominata “Saetta – Livatino”, impegnata a sostenere le iniziative antimafia, insignendo del predetto premio intitolato al giovane magistrato ucciso barbaramente da Cosa Nostra negli anni ’90, Rosario Livatino. 

D’altro canto, è stato accertato che Labisi, senza alcuno scrupolo, sottraesse fondi enormi per soddisfare esigenze diverse tra le quali il pagamento di fatture emesse dalla Pubblicompass per pubblicizzare gli eventi dal medesimo organizzati, la copertura di spese sostenute dalla moglie e dalle figlie e perfino il pagamento di fatture emesse per cene e soggiorni ad amici vari.

E proprio per quanto concerne l’Associazione Livatino, l’attività di indagine ha evidenziato pure come Labisi, avesse impiegato ingenti somme distratte indebitamente dall’Istituto Lucia Mangano, per la copertura di costi relativi all’organizzazione del predetto premio, considerato un riconoscimento alla legalità nella lotta contro le mafie.

Ma non solo, perchè Corrado Labisi, si serviva del denaro pubblico per l’ente assistenziale, anche per iniziative connesse all’organizzazione – all’Hotel Nettuno – di eventi relativi all’Associazione Antonietta Labisi, madre di Corrado impegnata in vita nell’opera di assistenza verso i minori e gli anziani nelle zone di degrado catanesi, e di cui Sudpress ha scritto anche in passato, in merito ad una richiesta del figlio di beatificazione.

Così come emerso nel corso delle indagini, il trattamento riservato agli ospiti dell’Istituto “Lucia Mangano”, alla luce delle indebite sottrazioni riscontrate, sarebbe stato di livello accettabile, soltanto grazie all’attività caritatevole del personale presente, e non certamente per la illecita gestione della famiglia Labisi. Come testimoniato da qualche dipendente “se fosse dipeso da loro, si continuerebbe a dare (ai pazienti) latte allungato con acqua, maglie di lana e scarpe invernali nel periodo estivo.”

In tale contesto, è sintomatica una conversazione tra Corrado Labisi ed un amico, all’indomani di una perquisizione delegata operata dalla DIA di Catania, alla “Lucia Mangano” e allo studio del commercialista di riferimento, che ha portato al sequestro di molti documenti contabili.

Nel corso della citata conversazione, l’amico di Labisi, appartenente al Ministero della Difesa, commentando l’episodio, affermava testualmente “dobbiamo capire a 360° se c’è qualcuno che deve pagare perché questa è la schifezza fatta a uno che si batte per la legalità … vediamo a chi dobbiamo fare saltare la testa”. Chiaro appare il riferimento alla struttura investigativa della DIA, ed ai magistrati che svolgono le indagini.

Nel corso di altre indagini, è stato verificato che Labisi in passato avesse mantenuto rapporti con il pregiudicato Giorgio Cannizzaro, noto esponente della famiglia mafiosa catanese “Santapaola – Ercolano“.

Le indagini hanno portato a delineare un quadro specifico che vedeva un sistema associativo perlopiù familiare fatto di assunzioni finalizzate all’unico scopo di drenare risorse e di compensi erogati in modo spropositato, tanto da indurre l’istituto in una situazione debitoria pari a 10 milioni di euro, con il rischio concreto della distruzione dell’ente, posizionato nel tempo a livello di un azienda con scopo di lucro e assoggettabile al fallimento, ponendo le basi concrete per privare la società civile di una struttura di assistenza ai bisognosi, soprattutto ai disabili e agli anziani, e con la prospettiva di una perdita di 180 posti di lavoro.

Per tentare di sanare la pesante condizione debitoria dell’Istituto, infine Labisi, aveva venduto nel 2017, il ramo dell’azienda facente capo alla struttura destinata a RSA, a Mascalucia. L’operazione, conclusasi con la cessione ad una associazione calatina, si era concretizzata nell’accollo di un’importante quota di debiti erariali e previdenziali.

A seguito di questa operazione poi, il Cda dell’istituto era stato modificato, ponendovi a capo Francesca Labisi, in precedenza consigliera, che apparentemente esautorava il padre.

Gli altri due arrestati, i dipendenti regolari della struttura Gaetano Consiglio e Giuseppe Cardì, fidati collaboratori di Labisi, svolgevano mansioni diverse da quelle per cui erano stati assunti, e mettevano a disposizione le proprie buste paga, in cui erano inserite voci di costo giustificative delle uscite indebite dell’istituto; ciò a fronte di benefit e premi di produttività per cassa, il cui ammontare variava tra i 500 e 1.500 euro.