Adesso è davvero commedia in Ateneo. Lo Statuto è stato dichiarato illegittimo ma qualcuno fa scrivere un “parere” al Direttore Generale del Ministero che non ha e non potrebbe avere nessun effetto sanante. Tutti i documenti

La sentenza del CGA che ha di fatto privato l’Università di Catania del suo Statuto comincia a suscitare reazioni e contro reazioni ed molto probabile che a breve uscirà allo scoperto qualcuno che abbia interesse a farla eseguire in tutta la sua portata, sottraendola alle speculazioni politiche che si sono già palesate.

La sentenza parrebbe chiara: “annullato lo Statuto e tutti gli atti conseguenti e/o consequenziali”, quindi anche tutte gli organi eletti in base ad uno statuto che non c’è. Punto. Semplicissimo. In claris non fit interpretato.

Da questo momento chiunque può far dichiarare nulli gli atti compiuti da un’autorità priva della sua legittimità essenziale perché così è sentenziato da un Supremo Giudice.

Non a caso serpeggia un certo timore tra gli ambienti universitari in chi deve assumere responsabilità col rischio che gli si ritorcano contro nel caso venissero giudicati invalidi.

Un bel problema, e comincia la ridda di ipotesi.

Tra le posizioni più singolari espresse nelle ultime ore, due sono state diffuse dall’Università di Catania che gli ha attribuito una sorta di “valore sanatorio” sulla propria legittimità.

Il Rettore Pignataro, a seguito della sentenza del CGA, ha richiesto una nota di commento al Direttore Generale del Ministero per l’Università (paradossalmente lo stesso organo la cui competenza ad intervenire in merito era stata contestata dall’Ateneo di Catania in corso della causa) ed all’Avvocatura dello Stato.

Quest’ultima si limita ad esprimere il proprio favore al fatto che l’adeguamento dell’Università di Catania ai dettami del Ministero in ordine allo statuto farebbe “cessare i residui motivi di contenzioso con l’Amministrazione centrale dello Stato”, osservazione tanto ovvia quanto inutile.

Più complessa e persino sorprendente la posizione fatta assumere al direttore generale del ministero, Daniele Livon.

Daniele Livon è un giovane dirigente, appena quarantenne, proveniente dalla direzione amministrativa dell’Università di Urbino e giunto alla direzione generale del ministero al seguito di Maria Stella Gelmini nell’ultimo governo Berlusconi.

Adesso viene tirato in ballo in una questione più complicata di quello che alcuni vorrebbero.

Il direttore Livon interviene infatti sulla vicenda dell’Università di Catania, a seguito di esplicita richiesta del Rettore Pignataro, rispondendo con una propria nota concludendo una lunga disamina della vicenda con un sibillino: “a parere dello scrivente, le censure del Supremo Giudice Amministrativo siciliano concernenti il procedimento di adozione dello Statuto possono ritenersi assorbite dalla circostanza che l’Ateneo catanese ha superato con apposite successive modifiche statutarie, deliberate dai competenti organi accademici, la quasi totalità dei rilievi formulati dal Ministero alla versione originaria dello Statuto. Un capolavoro di burocratese.”

Ma si può modificare uno statuto che non esiste in quanto dichiarato nullo?

E qualora esistesse, potrebbero modificarlo organi eletti sulla base di uno statuto che per essere legittimo deve essere modificato?

Puri arzigogolii nocivi a qualsiasi ipotesi di recupero della credibilità dell’Ateneo catanese che, lo ricordiamo per l’ennesima volta, rimane agli ultimi posti di tutte le classifiche possibili.

In pratica si vorrebbe sostenere che il ministero avrebbe condotto per 3 anni e sino in appello, spendendo i soldi dei contribuenti, un contenzioso che non sarebbe servito a nulla, affermando poi che i “rilievi sarebbero stati superati per la quasi totalità”: cioè una sorta ti “tanto al chilo”.

Una posizione gravissima e contraddittoria quella assunta dal Direttore Generale del Ministero della Pubblica Istruzione che è già stata posta all’attenzione dei competenti organismi parlamentari.

Di ieri il primo intervento del presidente della Commissione Bicamerale per gli Affari Regionali, Giampiero D’Alia (che è anche presidente nazionale UDC) che ha chiesto esplicitamente il rinnovo degli organi universitari.

Di oggi l’interrogazione della deputata Luisella Albanella, del Partito Democratico, che chiede al Ministro “come intenda tutelare, per quanto di competenza, l’autonomia dell’ateneo catanese, il ruolo di tutta la comunità scientifica, degli studenti e del personale tecnico-amministrativo.”

Il percorso in un caso come questo è chiaramente prescritto dalla legge.

Molto difficile infatti che la risposta del Ministro Giannini possa essere un’improbabile “non è successo niente”, come ha tentato di fare il direttore generale Livon violando grossolanamente una sentenza giudiziaria, mentre pare molto più accreditata l’ipotesi prevista dall’art.2 commi 6 e 8 nel caso di mancanza di uno Statuto legittimo: “il Ministro costituisce, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, una commissione composta da tre membri, compreso il presidente, in possesso di adeguata professionalità, con il compito di predisporre le necessarie modifiche statutarie…. entro trenta giorni dalla data di pubblicazione dei nuovi statuti nella Gazzetta Ufficiale, i competenti organi universitari avviano le procedure per la costituzione dei nuovi organi statutari.”

E’ ovvio che la partita è già diventata tutta politica, ma le regole sono regole e l’ultima parola resta sempre ai giudici. Che hanno già sentenziato.

E sarebbe ora che l’Ateneo catanese recuperasse quella serenità necessaria per lavorare ad un effettivo e concreto rilancio, nell’interesse dei suoi studenti, dei suoi lavoratori  e dell’intera città.

 La nota del Rettore

Il parere dell’Avvocatura dello Stato

Il parere del Direttore Generale MIUR Daniele Livon