Da qualche tempo quando si affronta il tema del rapporto Università di Catania e palazzi di Giustizia si va in corto circuito. Le dettagliate inchieste su fatti specifici ed eclatanti non hanno inspiegabilmente sortito alcun effetto e adesso accade l’enormità di un dipendente della stessa Università che si trova nel collegio giudicante del ricorso che potrebbe deciderne la decadenza dei vertici. La cosa grave è che non ci si stupisce più di nulla. Bruttissimo segno

Di quanto è accaduto e sta accadendo all’Ateneo catanese ne abbiamo raccontato in tale abbondanza da poter annoiare qualcuno, senza tuttavia riuscire, a quanto pare, a sollecitare l’attenzione degli uffici competenti, neanche sulle vicende più clamorose.

Le citiamo solo in calce perchè cominceremmo ad annoiarci anche noi se non fosse per l’indignazione che suscita nelle migliaia di lettori che ci scrivono stupefatti l’inerzia di chi dovrebbe intervenire ed evidentemente fa finta di non capire.

L’ultima stranezza si è spostata nel campo della giustizia amministrativa, a seguito del rigetto da parte del TAR di Catania del ricorso proposto dalla consigliera di amministrazione dell’Università Febronia Elia volto ad attuare l’obbligo statutario di avviare le procedure di costituzione dei nuovi organi di Ateneo (rettore, senato accademico, consiglio di amministrazione, nucleo di valutazione etc.), dopo l’annullamento dello statuto del 2011 (sent. CGA n. 15012015) e l’approvazione e l’entrata in vigore del nuovo statuto del 2015.

In pratica, il vecchio statuto essendo stato annullato rendeva altrettanto nulli gli organi in carica, mentre il nuovo statuto li caducava in ogni caso obbligando al’indiizone di nuove elezioni.

Sembrava abbastanza semplice, ma il TAR di Catania, (Salvatore Veneziano Presidente, Francesco Bruno, Estensore e Maria Stella Boscarino Consigliere), si è mostrato di diverso avviso e lo ha rigettato.

Da qui il ricorso al grado successivo, il CGA di Palermo.

Che ha fissato l’udienza per il prossimo 14 gennaio.

Relatore il giudice Modica de Mohac. presidente Claudio Zucchelli, consigliere togato Silvia La Guardia e “laici” i consiglieri Alessandro Corbino e Giuseppe Mineo.

E qui accade la solita stranezza siciliana

Il Consigliere Giuseppe Mineo, che in base al ruolo d’udienza, farà parte del collegio giudicante, è professore associato proprio dell’Università degli studi di Catania contro i cui vertici dovrà pronunciarsi e dove peraltro rientrerà in servizio a breve, alla scadenza dell’incarico presso il CGA.

Basterebbe questo a suggerire al presidente del CGA, o chi di competenza, di cambiare immediatamente la composizione di quel collegio per evitare che un delicato ma tutto sommato normale ricorso amministrativo possa trasformarsi nell’ennesimo scandalo.

Ma pare ci sia dell’altro oltre alle già evidenti ragioni di opportunità.

Infatti anche in termini di diritto, il professor Mineo avrebbe senza dubbio il dovere di astenersi dalla trattazione della causa in quanto, pur se in aspettativa, è anch’egli titolare in atto del diritto di elettorato attivoex art. 13, comma VI, D.P.R. n. 382/1980, di cui si controverte e quindi in evidente conflitto di interessi.

Infatti, con il ricorso, come sancito anche dal giudice di primo grado, si converte anche dell’esercizio del diritto di elettorato attivo della prof.ssa Elia (ordinario dell ‘Università degli studi di Catania) per le elezioni degli organi accademici, come di quello di ogni altro docente dell’Ateneo di Catania, tant’ è che sia in primo che in secondo grado è stata disposta la notifica per pubblici proclami a favore di “tutto il personale, docente e non, dell’Università degli studi di Catania”.

Ciò significa che il Consigliere Mineo oltre ad avere interesse diretto e attuale nel giudizio involgente anche l’esercizio del suo diritto di elettorato attivo, quale professore in aspettativa titolare in atto di tale diritto, è addirittura parte nel giudizio in quanto destinatario, sempre quale professore in aspettativa, della notifica per pubblici proclami del ricorso in appello già disposta dal Presidente del CGA (decreto n. 96/2015) a favore di “tutto il personale, docente e non, dell’Università degli studi di Catania”.

Infatti, in base all’art. 13, comma VI, D.P.R. n. 382/1980, “1 professori collocati In aspettativa conservano il titolo a partecipare agli organi universitari cui appartengono, con le modalità previste dall’articolo 14, terzo e quarto comma, della legge 18 marzo 1958, n. 311; essi mantengono il solo elettorato attivo per la formazione delle commissioni di concorso e per l’elezione delle cariche accademiche previste dal precedente secondo comma” (cariche accademiche previste dal comma II: rettore, pro-rettore, preside di facoltà e direttori di dipartimento, di presidente di consiglio di corso di laurea, di componente del Consiglio universitario nazionale).

Nonostante tutto quanto sopra descritto, il ruolo d’udienza del CGA del 14 gennaio annovera tranquillamente, come nulla, fosse il consigliere-professore Mineo tra i giudicanti del ricorso contro l’università.

Vedremo, ma è già scandalo. L’ennesimo.