Le raccomandazioni a “non parlare” telefonicamente e la volontà palesata di effettuare preventive “bonifiche” degli Uffici pubblici proprio per ridurre il rischio di indagini e accertamenti nei loro confronti. Le accuse per gli indagati sono, a vario titolo, di associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta.

“Vediamo chi sono questi stronzi che dobbiamo schiacciare”.
Così l’ex capo di Dipartimento di Scienze Politiche Uccio Barone commentava l’esito di uno dei concorsi al centro dell’indagine “Università bandita” .
Gli “stronzi” sono gli altri candidati alla cattedra di uno dei 27 bandi “truccati”. Concorsi a posto sicuro, con bandi cuciti ad arte e commissioni selezionate per poter favorire i prescelti.
Un sistema, quello emerso dalle indagini della Digos sui concorsi truccati all’Università di Catania, che il Procuratore Zuccaro non esita a definire “squallido”.
E chi non era parte del sistema otteneva in cambio critiche e ritorsioni.
“Un sistema – prosegue Zuccaro – costruito su favori e clientele”.

Le indagini sono partite nel 2016, dopo le reciproche denunce dell’allora Direttore Generale Lucio Maggio e il past Rettore Giacomo Pignataro.
Una vicenda complessa ma da noi ampiamente documentata e per la quale vi rimandiamo al nostro archivio.

“Abbiamo scoperchiato un vaso di Pandora”, ha dichiarato Marika Scacco, dirigente della Digos di Catania.
“Le indagini proseguiranno e ci aspettiamo che chi ha subito vessazioni o si sia sentito danneggiato da questo sistema venga a raccontarci come sono andate le cose”, ha proseguito invece il procuratore Bisogni.

Una vera e propria associazione a delinquere, con a capo il past Rettore Pignataro e con Francesco Basile ad ereditarne la guida, “finalizzata – scrivono gli inquirenti – a commettere un numero indeterminato di reati volti ad alterare il naturale esito dei bandi di concorcorso”.
Un sistema che portava il candidato interno a prevalere “anche nei casi in cui non fosse meritevole”.
40 gli indagati a carico dei quali il GIP ha riconosciuto gravi indizi di colpevolezza.
Le indagini hanno documentato l’esistenza di un vero e proprio codice di coportamento “sommerso” operante in ambito universitario secondo il quale gli esiti dei concorsi devono essere predeterminati dai docenti interessati, nessuno spazio deve essere lasciato a selezioni meritocratiche e nessun ricorso amministrativo può essere presentato contro decisioni degli organi statutari.

Nelle intercettazioni degli investigatori anche le votazioni che portarono all’elezioni del CdA dell’Università di Catania successivamente alla elezione di Basile a Rettore.

“Abbiamo votato con i pizzini… come nel peggior sistema democristiano” racconta in un’intercettazione Uccio Barone al suo interlocutore.
“Una maggioranza bulgara sul volere del Rettore che li ha benedetti tutti e quattro”, dice invece il professore Giovanni Gallo.

I numeri e i nomi

27 i concorsi che secondo la Digos sarebbero stati “truccati”: 17 per professore ordinario, quattro per associato e sei per ricercatore.

I dieci destinatari della misura interdittiva di sospensione dell’esercizio di pubblico ufficio sono:

  • Francesco Basile, attuale Magnifico Rettore dell’Università di Catania
  • Giacomo Pignataro, past Rettore
  • Giancarlo Magnano San Lio, Prorettore
  • Giuseppe Uccio Barone, ex Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche
  • Michela Maria Bernadetta Cavallaro, Direttore del Dipartimento di Economia
  • FIlippo Drago, Direttore del Dipartimento di Biometec
  • Giovanni Gallo, Direttore del Dipartimento di MAtematica
  • Carmelo GIovanni Monaco Direttore del Dipartimento di Scienza Biologiche
  • Roberto Pennisi, Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza
  • Giuseppe Sessa, Presidente del coordinamento della Facoltà di Medicina

Ma gli indagati sono in totale 40: coinvolti anche docenti che lavorano negli atenei di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona.