È partito via pec, destinatari il presidente del consiglio Giuseppe Conte e il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. Formalmente un “invito”, in realtà una vera e propria diffida che mette in mora l’Esecutivo e annuncia ricorsi amministrativi qualora si insista su una condotta che viene denunciata come totalmente illegittima. Mittenti ben 4 giuristi cassazionisti, di cui due docenti universitari, che chiariscono come quanto sta accadendo a Catania sia del tutto surreale e che non passerà in cavalleria. L’atto integrale.

Il Diritto è materia affascinante, regola i rapporti sociali consentendo il ricorso ad interpretazioni che spesso sfidano la logica e persino il buon senso: il regno della fantasia, sino alla schizofrenia.

Chi maneggia codici e codicilli a volte li usa per sostenere l’insostenibile e praticare l’impraticabile, riuscendogli sino a che qualcun altro non mette il punto: così funziona.

E quanto sta accadendo all’Università di Catania sta per raggiungere il massimo storico della “creatività” giuridica, probabilmente sarà oggetto di studio accademico non solo in Italia.

E non solo di “studio”, visto che si annuncia già l’esigenza di qualche sentenza, non solo amministrativa.

Abbiamo assistito e raccontato nei giorni scorsi all’ascenzione al trono rettorale del prof. Di Cataldo per meriti anagrafici: è attualmente il professore ordinario più anziano di tutto l’ateneo e sol per questo, secondo lui, tutto puote.

I suoi atti, comprese le convocazioni di Senato e CdA, sono stati parecchio contestati ma lui prosegue come un treno producendo lunghe lettere con cui si da ragione, coinvolgendo anche alcuni dirigenti in servizio che fanno la figura di quelli che non sono d’accordo neanche con se stessi o cambiano idea a seconda di chi comanda.

Tutto questo passa liscio sino a che lo stesso Diritto non viene impugnato in maniera formale e conducente come strumento eguale e contrapposto da chi non ci sta allo sfascio totale.

Lo abbiamo già visto all’epoca della reggenza di Giacomo Pignataro che nella resistenza alla sua decadenza sembrava inarrestabile ed invece alla fine l’arresto, quello vero, lo ha evitato per un soffio.

Ci volle infatti l’eroico impegno della professoressa Febronia Elia per giungere ad una sentenza che, nonostante le brighe e gli incontri illeciti, sancì l’affermazione di quei principi che venivano impunemente violati.

Si ripete oggi.

Molti lettori ci scrivono spesso chiedendoci come mai nonostante gli scandali che denunciamo non succeda niente: rispondiamo che dipende da molti fattori. Non è detto che le autorità leggano i giornali e quando li leggono magari hanno altro da fare.

Occorre, e a volte lo abbiamo fatto noi stessi, che qualcuno si faccia parte diligente e metta in fila, nero su bianco le informazioni necessarie affinché chi deve agisca e, se non lo fa, se ne assuma la responsabilità.

Quindi seguiamo quanto sta accadendo che adesso esce dalle “inutili” pagine dei giornali o dalle chiacchiere da bar e approda in un atto formale che lascia poco spazio alla “creatività” sinora applicata.

A prendere l’iniziativa due ricercatori a tempo indeterminato dell’Università di Catania, Lucio Maggio e Attilio Toscano.

Ad assisterli gli avvocati Dario Riccioli e Pietro Sciortino.

Tutti e quattro cassazionisti!

Sette pagine che cristallizzano quanto sta accadendo e difficilmente potranno essere superate dalla “fantasia attualmente al potere”.

Tema principe i poteri del Decano e la conseguente legittimità delle elezioni fissate per il 23 agosto.

In realtà in gioco la sopravvivenza di un Ateneo lanciato su un treno in corsa destinato a sbattere.

Sin dal primo capoverso si annuncia la determinazione degli scriventi Maggio e Toscano che, segnalando la loro qualità di elettori attivi annunciano la titolarità di successive azioni in sede amministrativa qualora risultassero inerti le autorità invocate: e si aprirebbe un’altra brutta storia, sperando di non dover ascoltare altre intercettazioni di soggetti impresentabili che confabulano con presidenti di CGA che gli danno conto. Aberrante.

Torniamo alle 7 pagine che inchiodano la vicenda.

Abbiamo visto ieri come il Decano Vincenzo Di Cataldo fondi i suoi poteri su un decreto luogotenenziale del 1944, affermando su questo di avere l’unanime consenso persino di quei dirigenti che avevano formalmente sostenuto il contrario.

Ribadiamo: sino a che nessuno lo contesta, resta imperatore chi se ne dichiara. Di cosa non importa.

Ma arriva la “contestazione” ed è forte, precisa ed autorevole.

I 4 giuristi cassazionisti Maggio, Toscano , Riccioli e Sciortino ricordano infatti al governo centrale la cronaca di questi giorni, che da sola dovrebbe imporre un provvedimento straordinario, altro che decreto del ’44: “In data 28 giugno 2019, l’allora rettore e prorettore ed altri 8 professori, la maggior parte dei quali titolari di cariche istituzionali (ben 7 erano direttori di dipartimento), dell’Università degli studi di Catania sono stati attinti da misure cautelari interdittive dell’esercizio delle loro funzioni, adottate dal G.I.P. del Tribunale di Catania su richiesta della locale Procura della Repubblica. L’indagine, denominata “Università bandita”, coinvolge attualmente più di 66 indagati, la maggior parte dei quali docenti in servizio nell’Ateneo, e la Procura medesima ha annunciato indagini in corso per ulteriori posizioni in ordine a 97 concorsi ritenuti truccati. Rettore e prorettore, insieme ad altri indagati (6 direttori di dipartimento), si sono dimessi e ciononostante sono state confermate, sempre dal G.I.P., le misure interdittive per la maggior parte dei destinatari delle stesse. Inoltre, il 16 luglio 2019, si è avuta notizia di ulteriori 24 indagati, il che comprova l’esistenza di indagini ancora in corso ed un probabile significativo aumento del numero degli indagati.”

Continuano: “In tale scenario, il decano dell’Università degli studi di Catania, prof. Vincenzo Di Cataldo, ritenendosi legittimato, non solo ha indetto nuove elezioni, fissate per il mese di agosto, previa irrituale convocazione del Senato accademico, ma ha anche riconvocato il Senato medesimo per la deliberazione su punti all’ordine del giorno che, almeno prima facie, non appaiono rientrare né nell’ordinaria amministrazione, né nell’indifferibilità e/o nell’urgenza della loro trattazione.”

Ahiaiai, quindi a sostenerlo non è solo qualche editorialista incompetente e magari un pò cretino.

Andiamo avanti.

Ricostruiscono con precisione: “Con la L. n. 240/2010, dal 29 gennaio 2011, non solo è stata interamente riformata la disciplina della “materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento” (vds. epigrafe della legge), il che di per sé basterebbe a far comprendere a chiunque che qualsiasi precedente disposizione in materia (ivi incluso l’art. 2 del D. Lgs. Lgt. n. 264/1944) è stata implicitamente abrogata, ma, ove ciò non bastasse, sono stati tassativamente rielencati [art. 2, comma 1, lett. a), della L. n. 240/2010] gli organi delle Università, con espunzione dal loro novero del “Corpo accademico”, che certamente, insieme al suo presidente, ossia il professore più anziano del Corpo accademico medesimo, non esiste più quale Autorità di governo delle Università.”

E ancora, tanto per non lasciare alcuno spazio alla fantasia: “L’antinomia tra l’art. 2, comma 1, lett. a), della L. n. 240/2010 e gli artt. 1 e 2 del D. Lgs. Lgt. n.264/1944 è talmente evidente che, al riguardo, si configura anche l’abrogazione tacita, per incompatibilità tra la nuova disposizione e le precedenti, congiuntamente a quella implicita. Ancora, la L. n. 240/2010 non attribuisce più alcuna competenza o funzione al più anziano dei professori di ruolo, né, a monte, ne prevede più la figura istituzionale. E la figura di cui all’abrogato art. 2 del D. Lgs. Lgt. n. 264/1944 non risorge neppure nelle fonti di autonomia (Statuto e Regolamenti) dell’Università di Catania.”

In pratice ed estrema sintesi, tutto quello che ha fatto e sta facendo l’attuale Decano Vincenzo Di Cataldo non lo poteva e non lo può fare semplicemente perché non esiste proprio come figura!

I 4 giuristi ricordano infatti come al decano sia demandata il mero compito di attendere alle procedure elettorali e non altro, come peraltro già chiarito in passato dalla stessa università di Catania e con il conforto degli stessi dirigenti Reina, Branciforte e Vicarelli che oggi sarebbero “unanimi” a questa ennesima avventura dell’ateneo catanese.

Chiarita l’inesistenza dei poteri autoattribuitisi dal decano Di Vincenzo, passano a spiegare il fondamento del richiesto commissariamento, ritenuto indispensabile per ricondurre l’ateneo a legalità e ordinaria amministrazione.

“Nel caso delle Università, – scrivono – deve ritenersi che sussista un chiaro ed evidente fondamento normativo dei provvedimenti commissariali degli Atenei, rinvenibile, primariamente, nell’art. 10 del D. Lgs.vo n. 199/2011, che ben enuclea le evenienze per le quali il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’istruzione dell’università e della ricerca, deve disporre il commissariamento di un Ateneo, senza che sul punto possa ritenersi la sussistenza di ulteriori ambiti di valutazione discrezionale da parte dell’organo di governo statale: il che, peraltro, non preclude, comunque, di ricavare dallo stesso “sistema” – e quindi anche al di fuori delle ipotesi ivi indicate – l’esercizio di un generale potere del Consiglio dei Ministri di commissariamento degli Atenei, assodatamente sottoposti, in ogni caso, per effetto dell’art. 10 dello stesso D. Lgs.vo n. 199/2011 e della vigente L. n. 168/1989, alla vigilanza del Consiglio dei Ministri e del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca.”

Sintetizziamo anche qui: dal potere/dovere di vigilanza del governo discende quello dei commissariamenti anche al di fuori di espresse previsioni di legge, anzi proprio nel caso di vuoti legislativi.

E quello dell’università di Catania più eccezionale non potrebbe essere con decine di interdetti e indagati: se non si commissaria in un caso come quello catanese, quando lo si dovrebbe fare?

E infatti concludono invitando, “anche a tutela del regolare e legittimo funzionamento dell’Istituzione universitaria di appartenenza, il Presidente del Consiglio dei Ministri ed il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, per quanto di rispettiva competenza e con l’urgenza del caso, a volere provvedere al commissariamento straordinario degli organi dell’Università degli studi di Catania, stante la situazione eccezionale di particolare gravità venutasi a verificare per effetto di indagini ancora in corso e per l’impossibilità di regolare funzionamento degli organi medesimi, a causa del vuoto normativo in caso di assenza o impedimento contemporaneo di rettore e prorettore, per lo meno per il tempo necessario alla conclusione delle indagini in corso (e ben note a tutta Italia), e conseguentemente a provvedere, per come occorre, sugli atti della procedura elettorale già bandita per l’elezione del nuovo rettore, di modo che possa garantirsi il peculiare interesse pubblico teso ad assicurare il libero esercizio del voto, la veridicità, la genuinità e la assoluta regolarità di tutti gli atti e le operazioni elettorali, e la necessità che la volontà elettorale non subisca condizionamenti alcuni di tempo (le elezioni alla fine del mese di agosto non garantiscono un adeguato afflusso di elettori) e di fattori esterni (le indagini ancora in corso potrebbero influenzare, nelle più svariate direzioni, i risultati elettorali).”

Ci pare sia finito il tempo delle chiacchiere: adesso comincia la fase delle responsabilità. Individuali.

E il governo centrale dovrà finalmente spiegare come sia possibile che a Catania stia accadendo tutto questo.

L’atto rivolto al geverno centrale per il commissariamento dell’Ateneo di Catania