L’opinione di questa testata sulle vicende universitarie è nota da tempi di molto precedenti alle indagini giudiziarie che hanno travolto le sue ultime gestioni. È noto anche che riteniamo persino pericolose e probabilmente illegittime le ultime decisioni che, se portate a termine, rischiano di aggravare ulteriormente la situazione. Premesso questo per onor di chiarezza, vogliamo dare conto delle tante voci interne all’Ateneo che nello sgomento non vogliono, non possono accettare che anni di sacrifici, di studi, di ricerche, persino di successi internazionali finiscano macinati tra le onde di fango che si sono alzate per colpa di qualcuno che va isolato e respinto. Abbiamo ricevuto una mail da Giuseppe Spoto, Professore Ordinario di Chimica Analitica, che al di là del contenuto del tutto condivisibile, ci ricorda, e ce n’è purtroppo bisogno, che nell’Ateneo catanese, fondato nel 1434, c’è tanta gente perbene, che ama il proprio lavoro, che ottiene successi, che svolge una missione importante con piena consapevolezza e abnegazione: da qui si deve ripartire.

Lo scorso novembre ci venne segnalato un importante progetto di ricerca europeo con diverse nazioni impegnate ed un team dell’Università di Catania a fare da capofila.

Prendemmo contatto e andammo a trovare i ricercatori etnei nel loro laboratorio della Cittadella Universitaria di via Santa Sofia.

A guidarlo, e lo conoscemmo in quella sede, il prof. Giuseppe Spoto: la chiacchierata fu lunga e ne uscì un articolo che ci fece per qualche momento dimenticare tutto quello che troppo spesso siamo stati costretti a scrivere su quel mondo: una cosa è la gestione, altra l’attività di tanti che ci lavorano spesso con onore e prestigio.

Ora, mentre c’è chi insiste a brigare e sbracarsi, c’è anche chi continua a fare il proprio lavoro con la dedizione di sempre ed è a questi che dedichiamo anche le nostre inchieste più dure, i toni più accesi, che speriamo possano alla fine contribuire proprio affinché possano prevalere questi ultimi: non è facile ma bisogna tentarci.

Questo giornale resta a disposizione di tutti coloro abbiano qualcosa da dire, non necessariamente coincidente con la linea editoriale, anzi: purché si esca dai corridoi, purché si apra un dibattito che parta dalle idee: l’Università è troppo importante per la Città e merita la massima attenzione.

Speriamo che quella del prof. Spoto sia la prima di tante voci e che possa stimolare quanti temono di esporsi per chissà quali ragioni: è il momento di fare la propria parte, troppe timidezze hanno consentito il potere dei peggiori che hanno messo a rischio la stessa sopravvivenza dell’Istituzione e arrecato danni incalcolabili ad intere generazioni ipotecando il futuro di tutta la Comunità.

Quindi ieri ricevo una mail: “Forse si ricorderà di me. Ho avuto il piacere di incontrarla alcuni mesi or sono in relazione al progetto europeo ULTRAPLACAD da noi coordinato. Lei ebbe per noi parole che ci hanno onorato e per le quali colgo l’occasione di ringraziarla nuovamente a nome di tutto il nostro piccolo gruppo di ricerca…

Mi permetto di scriverle nuovamente per chiedere un parere in merito al contenuto del messaggio che riporto a seguire e che ho scritto nel contesto delle drammatiche vicende che coinvolgono il nostro ateneo. Vorrei un suo parere perché considero il contenuto del messaggio in qualche modo collegato a ciò di cui abbiamo parlato nel corso del pomeriggio in cui lei visitò il nostro laboratorio. Lei ebbe la gentilezza di prestare attenzione al nostro lavoro, dimostrandosi interessato a ciò che facciamo. Quello che le dissi quel giorno è esattamente ciò che penso, così come ciò che riporto nel messaggio a seguire rappresenta ciò che penso.

Vorrei sgombrare il campo da possibili equivoci. Non sono né adesso, né mai lo sono stato, interessato a cavalcare l’onda in momenti particolari per raggiungere secondi fini. Non sono interessato, né per vari motivi mai potrei esserlo, a candidature di qualunque genere, né ho mai avvertito l’esigenza di acquisire crediti di qualunque tipo. Lei non mi conosce e purtroppo non so come fornirle elementi che supportino queste mie affermazioni, potrei solo portare a mio credito, ma il discorso si farebbe lungo, le batoste che nel tempo mi è capitato di prendere (nonostante il fatto che io sia un professore ordinario e quindi, agli occhi di alcuni, immune da ogni possibile batosta).

Il contenuto del testo che segue sposta l’argomento su un tema per cui ho cercato di spendermi con alcuni degli ultimi rettori, evidentemente con scarsissimo successo, come i fatti dimostrano ormai da anni. Continuo a porre lo stesso argomento anche oggi, proprio nel momento in cui l’attenzione di tutti (anche la mia) è fortemente polarizzata su questioni drammatiche.

So bene di non essere la persona più adatta per far capire, soprattutto in un momento così difficile, quanto importante sia pretendere che l’università faccia ciò che l’università è previsto debba fare. D’altra parte, vorrei che fosse chiaro come stiamo continuando, anche in un momento come questo, come d’altra parte è ovvio che sia, a passare le nostre giornate (quando non anche le nottate) a lavorare nei laboratori, a scrivere articoli scientifici, a sottoporre rendicontazioni di progetti internazionali, a sottoporre richieste di finanziamenti, a tenere le lezioni dei nostri corsi e fare gli esami previsti.

Insomma, a fare quello di cui quel pomeriggio abbiamo parlato. Il plurale che uso in questo passaggio si riferisce non solo a Giuseppe (Spoto), ma anche a Roberta (che dalla metà del mese scorso è a Vienna a lavorare con i nostri partner del progetto. Starà da loro fino alla fine Luglio circa), a Noemi (l’assegnista di ricerca di Siracusa), a Vanessa (la dottoranda tedesca) ed altri che lei quel giorno non ha potuto incontrare (sono state a lavorare con noi nei mesi scorsi Meenu Selvaraj, indiana e Ana Belén Díaz Méndez, spagnola). Stiamo organizzando un congresso internazionale che si terrà a fine Settembre a Villa Citelli ed a cui parteciperanno ricercatori e professori dell’University College di Londra, dell’Imperial College di Londra, dell’Università di Stoccolma e tanti altri. Questo noi facciamo e continueremo a fare, nonostante tutto, perchè questo è quello che crediamo possa contribuire a cambiare qualcosa all’interno di questo sistema.”

Ricevuta la mail abbiamo contattato il prof. Spoto che ci ha raccontato che quando è deflagrata la notizia dell’indagine “Università Bandita” si trovava in Grecia per partecipare ad una importante riunione di lavoro con altri scienziati europei e l’imbarazzo è stato forte: non ci stiamo!

Negli anni abbiamo incontrato tanti ricercatori espulsi dall’Accademia catanese perché il loro turno non veniva mai, sempre sorpassati dai soliti “figli di”, uno di questi ci colpì particolarmente: “Sono dovuto andare in Francia dove mi hanno accolto a braccia aperte, sono a capo di ricerche importantissime, ho tutto lo spazio e le risorse necessarie, ma vedo mia figlia di 4 anni una volta ogni sei mesi e mi chiedo perché!”

Ecco la rabbia che sembra a volte esulare l’impegno giornalistico ed invece ne è l’essenza: l’utilizzo distorto e personalistico del Potere produce danni che vanno denunciati con la massima durezza, costi quel che costi ed a noi è costato tantissimo ma ne siamo fieri.

Ora la riflessione del prof. Spoto, che nel turbinio di intrighi e velleità può anche apparire quasi ingenua ed invece è da lì che si può ripartire:


“In un momento così tragico per il nostro ateneo e la nostra città, tanti e diversi sono i pensieri che affollano le nostre menti. Anche la mia mente, così come quella di tanti miei colleghi, è piena di pensieri frutto della demoralizzazione e forse anche della stanchezza nel vedere la nostra università immersa ormai da anni in un vortice da cui sembra non riuscire a venir fuori.

In questi giorni, così come mi è capitato in altre occasioni nel passato, mi ritrovo spesso a riflettere su quello che forse è l’unico passaggio della legge 240 del 2010 (la famosa legge “Gelmini”) che posso dire mi piaccia veramente. Un passaggio probabilmente puramente retorico e forse in più punti contraddetto dalla stessa legge (perdoni l’uso degli avverbi di dubbio, ma sono un modesto chimico. Potrei solo fornire interpretazioni naïf di una qualunque norma giuridica!) ma che riesce a mantenermi sempre chiara la strada da seguire.

Mi riferisco al primo comma dell’articolo 1 della legge che recita: “Le università sono sede primaria di libera ricerca e di libera formazione nell’ambito dei rispettivi ordinamenti e sono luogo di apprendimento ed elaborazione critica delle conoscenze; operano, combinando in modo organico ricerca e didattica, per il progresso culturale, civile ed economico della Repubblica.”

Le università quindi combinano “ricerca e didattica” e lo fanno “per il progresso culturale, civile ed economico della Repubblica”.

Compito nobilissimo e responsabilità da far tremare i polsi a chiunque si fermi un attimo a riflettere su questo passaggio!

Comprendo come questa mia premessa possa apparire ovvia e banale.

Agli occhi di qualcuno potrebbe forse anche essere il goffo tentativo di spostare l’attenzione da responsabilità enormi della classe docente delle università italiane (di cui faccio parte).

Ma mi chiedo, e Le chiedo, come sia possibile che la ricerca non sia oggetto di attenzione da parte di alcuno, e certo non solo in questo frangente.

Come affermato dalla stessa legge, senza la ricerca (e la didattica che le è associata e che può essere del livello necessario solo se la ricerca è di livello adeguato) l’università non assolve al proprio compito, non è ciò che deve essere.

Il tema “ricerca” è uno dei classici da citare per dare spessore ad argomentazioni relative al mondo accademico. Ma un conto è parlarne, un altro è mettere un simile tema al centro dell’azione di un’istituzione accademica.

Perché, secondo me, è importante mettere la ricerca al centro di tutto ciò che si muove in un’università?

La ricerca di alto livello stimola e genera attività didattica di livello altrettanto elevato. La ricerca di alto livello ha bisogno assoluto dei migliori, e solo dei migliori, ricercatori (dottorandi, assegnisti, borsisti, ricercatori e professori di vario livello).

La ricerca di alto livello è in grado di attirare risorse economiche (da finanziamenti erogati da enti pubblici o da privati, sia nazionali che internazionali) in grado di finanziare le strutture e le risorse di personale impiegate.

La ricerca di alto livello fa aumentare la reputazione e la visibilità nazionale ed interazionale dei ricercatori coinvolti determinando, come effetto secondario, l’attrazione dei migliori studenti e ricercatori verso la sede in cui quell’attività viene portata avanti.

Un’attività di ricerca competitiva impone alle strutture amministrative e di supporto di operare con efficienza e di erogare i servizi richiesti nei tempi e con le modalità definite dagli enti finanziatori (che, soprattutto se internazionali, non di rado impongono standard molto elevati).

La ricerca può generare ricadute occupazionali anche verso il territorio in cui la struttura coinvolta opera.

Sono profondamente convinto che la ricerca sia il cuore da cui si dipartono i vasi in grado di mantenere vitale l’intero sistema accademico.

So bene quali possano essere le obiezioni a queste mie argomentazioni: mancanza di finanziamenti, organizzazione locale non adeguata, in generale, mancanza di molto di ciò che servirebbe per operare nel modo dovuto.

Conosco benissimo tutti questi problemi.

Li ho vissuti e li vivo sulla mia pelle ogni giorno, così come quasi tutti i componenti il nostro ateneo, tra i quali comunque esistono già, seppur in basso numero rispetto alla numerosità complessiva di un mega ateneo come quello di Catania, realtà in grado di operare ai livelli auspicati.

Ma forse ciò che oggi viviamo è solo conseguenza del fatto che da molti anni abbiamo dimenticato quanto ho descritto sopra.

C’è sempre dell’altro che si vorrebbe far credere sia più importante del tempo che ciascuno di noi dedica alla ricerca, quell’attività per cui alcuni vanno a casa la sera domandandosi perché un giorno sia composto da solo 24 ore.”

Giuseppe Spoto – Professore Ordinario Chimica Analitica Università di Catania