Elena Centemero, deputato di Forza Italia, vicinissima all’ex ministro Gelmini, interroga il governo chiedendo di intervenire per evitare “che la legge sia disattesa” come accaduto a Catania
 
 
Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-07182

presentato dall’on. CENTEMERO Elena (Gruppo Forza Italia)

testo di Venerdì 5 dicembre 2014, seduta n. 346

 Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che: 
la legge 30 dicembre 2010, n. 240, recante «Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitari», ha radicalmente mutato il sistema di governance delle università italiane; 
la cosiddetta «riforma Gelmini» ha previsto la modifica degli assetti di governo delle università italiane, anche al fine di superare aspetti quali il bicameralismo, la logica corporativa e distributiva dei processi decisionali interni, l’incapacità a prendere decisioni strategiche, che erano ritenuti cause del loro cattivo funzionamento e dei loro risultati insoddisfacenti; 
con la predetta riforma si è proceduto a modificare la disciplina, la composizione e la durata degli organi interni dell’organizzazione; 
l’articolo 2 della predetta legge, recante «Organi e articolazione interna delle università», ha previsto l’introduzione di un’organizzazione fondata su due organi monocratici: rettore e direttore generale, e quattro organismi collegiali: senato accademico, consiglio di amministrazione, nucleo di valutazione, collegio dei revisori dei conti; 
disposizioni quali la previsione di limiti alla durata del mandato per il rettore (può essere eletto per un massimo di sei anni); una composizione del consiglio di amministrazione non superiore a undici membri, con un numero minimo di «esterni»; 
una composizione del senato accademico non superiore a trentacinque membri, con una presenza di almeno un terzo di direttori di dipartimento, avrebbero dovuto consentire un governo degli atenei più efficace; 
con la legge n. 240 del 2010 viene introdotta una distinzione tra le funzioni del consiglio di amministrazione e quelle del senato accademico diversa da quella preesistente. In particolare, al consiglio di amministrazione sono ora attribuite funzioni di indirizzo strategico e funzioni deliberanti in materia di bilancio, programmazione finanziaria, attivazione o soppressione di corsi e sedi, regolamento di amministrazione e contabilità. Al consiglio, inoltre, spetta la competenza a conferire l’incarico di direttore generale e la responsabilità delle assunzioni dei professori e dei ricercatori e delle relative spese; 
con la sostituzione della carica di direttore generale al posto del direttore amministrativo, che aveva compiti meramente amministrativi, si introduce nel sistema universitario il principio di gestione manageriale degli atenei, con un vertice responsabile delle scelte effettuate; 
il direttore generale, sulla base degli indirizzi forniti dal consiglio di amministrazione, è responsabile della complessiva gestione e organizzazione dei servizi, delle risorse strumentali e del personale tecnico-amministrativo dell’ateneo; 
al direttore generale sono attribuiti, in quanto compatibili, i compiti di cui all’articolo 16 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, relativo alle funzioni dei dirigenti di uffici dirigenziali generali nella pubblica amministrazione; 
le funzioni attribuite dalla legge n. 240 del 2010 al direttore generale e il riferimento alle funzioni previste dal predetto decreto legislativo n. 165 del 2001 hanno consentito, di fatto, di introdurre, nell’ambito dell’organizzazione delle università, il principio di separazione tra attività di indirizzo e attività di gestione; 
la legge non configura un rapporto gerarchico tra gli organi interni delle università, soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra il direttore generale, che nell’esercizio della sua funzione gestionale deve godere dell’autonomia necessaria, e il consiglio di amministrazione; 
nel rispetto dei principi di autonomia di cui all’articolo 33 della Costituzione, ciascuna università ha provveduto a modificare il proprio statuto per renderlo coerente con l’assetto organizzativo interno delineato dalla legge n. 240 del 2010; 
il rapporto Unires dello scorso giugno, commissionato dal Ministero per l’istruzione, l’università e la ricerca, sull’attuazione della legge 240 del 2010, ha evidenziato come «Nel complesso, i dati istituzionali e organizzativi che abbiamo raccolto mostrano che il nuovo disegno della governance degli atenei è caratterizzato da una profonda asimmetria nella distribuzione dei poteri tra il rettore, il Cda e il senato»; «il ruolo del rettore in quanto dominus dei processi decisionali (un unicum anche rispetto a quei paesi in cui la governance istituzionale è stata verticalizzata) limita in modo consistente quello che dovrebbe essere il ruolo istituzionale del Cda e riduce la possibilità del senato di assumere, consapevolmente, il suo ruolo di organo di rappresentanza della comunità universitaria»; 
anche il ruolo del direttore generale rischia di essere fortemente limitato, quantunque non condizionato nelle scelte, dalle ingerenze del rettore e del consiglio di amministrazione nelle questioni puramente gestionali dell’ateneo, che dovrebbero essere di prerogativa dello stesso direttore generale; 
a quanto risulta all’interrogante, le conseguenze di questa non netta separazione tra i poteri e distinzione delle funzioni si sono manifestate nelle recente vicenda che ha coinvolto il direttore generale dell’università di Catania; 
secondo quanto noto all’interrogante, il consiglio di amministrazione in esito alla stipula di due proroghe contrattuali, ha avviato un procedimento che ha condotto ad una sospensione cautelare del direttore generale, fino ad arrivare alla delibera della revoca dell’incarico dello stesso; 
la motivazione alla base della delibera di revoca dall’incarico poggiava sulla censura all’attività gestionale del direttore generale non tenendo conto del nuovo assetto normativo che delinea i rapporti tra gli organi dell’università; 
il tribunale del lavoro di Catania, con ordinanza del 18 novembre 2014, ha dichiarato illegittima la revoca, carente dei presupposti necessari, e disposto la reintegra del direttore generale fino alla naturale scadenza del contratto di lavoro di diritto privato che regola i rapporti tra il direttore generale e l’ateneo; 
lo statuto dell’università di Catania, recependo i principi e i criteri indicati dalla legge n. 249 del 2010 prevede all’articolo 11 che «Il direttore generale è l’organo responsabile della complessiva gestione e organizzazione dei servizi, delle risorse strumentali e del personale tecnico-amministrativo dell’Ateneo. Nell’esercizio delle sue funzioni è tenuto al rispetto degli indirizzi forniti dal Consiglio di amministrazione»; 
ai sensi dello statuto, nell’ambito dei compiti di cui all’articolo 16 del decreto legislativo n. 165 del 2001, il direttore generale, tra le altre cose: propone le risorse e i profili professionali necessari allo svolgimento dei compiti dell’ufficio a cui è preposto, anche al fine dell’elaborazione del documento di programmazione triennale del fabbisogno di personale; attribuisce ai dirigenti dell’Ateneo gli incarichi e la responsabilità di specifici progetti e gestioni; definisce gli obiettivi che i dirigenti devono perseguire e attribuisce le conseguenti risorse umane finanziarie e materiali; adotta gli atti relativi all’organizzazione degli uffici di livello dirigenziale non generale; adotta gli atti e i provvedimenti amministrativi ed esercita i poteri di spesa e quelli di acquisizione delle entrate rientranti nella competenza dei propri uffici, salvo quelli delegati ai dirigenti; 
la legge e lo statuto dell’università di Catania, non configurano il consiglio di amministrazione come un organo con poteri gestionali, ma come organo collegiale deliberante con funzioni di indirizzo strategico; 
il potere di vigilanza sulla sostenibilità finanziaria dell’ateneo non configura un preciso potere preventivo di autorizzazione sulle spese per la gestione dello stesso, cosa che, peraltro, sarebbe in contraddizione con le attribuzioni che lo stesso statuto prevede per il direttore generale, ma attribuisce al consiglio di amministrazione, quale organo di indirizzo strategico, una più generica funzione di garanzia; 
la normativa e lo statuto tracciano i limiti entro i quali è consentito sindacare l’operato del direttore generale; 
per procedere alla revoca dell’incarico di direttore generale è alla risoluzione del contratto accessorio, è necessario dimostrare che il direttore generale, nello svolgimento delle proprie attività, abbia compiuto le gravi irregolarità richieste dall’articolo 11, comma 6, dello statuto; 
il tribunale non ha ravvisato la sussistenza dei «gravi motivi» richiesti dallo statuto per procedere alla revoca, intimando il reintegro del direttore generale; 
alla luce della su esposta esperienza, è ragionevole ritenere che la continuità con il passato prevalga sulle istanze di riforma e che l’allineamento tra funzioni di indirizzo e funzioni di gestione sia ancora imperfetto; 
nei fatti, la ratio e lo spirito della riforma vengono disattese, verso una governance in cui il ruolo del rettore non è controbilanciato dai poteri del consiglio di amministrazione e il direttore generale non gode della necessaria autonomia gestionale –: 
se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti espressi in premessa e se abbiano contezza di altri episodi analoghi; 
quali iniziative di competenza intendano intraprendere per ribadire che a ciascuno degli organi individuati dalla legge sono attribuite specifiche funzioni da esercitarsi nel rispetto del principio di autonomia e di responsabilità decisionale e che, pertanto, non spettano al consiglio di amministrazione le decisioni in merito alla revoca di funzioni di altri organi dell’ateneo, come se questo fosse un normale di datore di lavoro; 
quali rimedi intendano proporre, anche sul piano normativo per evitare che venga disattesa la ratio della riforma della governance del sistema universitario e per ristabilire il giusto equilibrio tra i poteri e le funzioni dei diversi organi, evitando ingerenze degli uni verso gli altri, a scapito del corretto funzionamento degli atenei.