Quello che sta accadendo a Catania da qualche tempo è inaudito, non ha precedenti. E ad ogni occasione si alza l’asticella dell’impudenza, a sfida irresponsabile di ogni regola della decenza, oltre che probabilmente anche del diritto. Ne stiamo raccontando a decine e riguardano diversi centri del potere etneo, ma all’Università di Catania si sta superando ogni immaginazione. Questo è il rispetto per la Giustizia che insegnano a Giurisprudenza a Catania? Ma dove si vuole arrivare?

Recentemente abbiamo raccontato il caso del prof. Filippo Drago che, appena revocatagli l’interdizione non per affievolimento delle accuse a suo carico ma solo perché dimessosi da direttore del dipartimento Biometech, si fa subito eleggere, candidato unico, a direttore del centro di ricerca CERD. Vabbè.

L’ultimo clamoroso la lettera del Decano Vincenzo Di Cataldo, già abbondantemente noto alle cronache estive per il ruolo assunto nella fase delle elezioni agostane del rettore, che questo lunedì ha rivolto, via mail ufficiale destinata a tutti i colleghi di Giurisprudenza, un plateale omaggio al direttore interdetto dalla magistratura e poi dimessosi Roberto Pennisi.

Non solo, ma affermando di “interpretare il sentimento di tutti” coinvolge l’intero dipartimento di Giurisprudenza in un “riconoscimento” all’ex direttore Pennisi che umilia le risultanze dell’indagine della DIGOS “Università Bandita”.

Allo stato attuale, infatti, il prof. Roberto Pennisi risulta indagato con ben 3 capi d’imputazione e la Procura ne aveva chiesto addirittura l’arresto.

La gravità del quadro indiziario è stata confermata da un primo giudice, terzo rispetto all’Accusa, il GIP Carlo Cannella che gli ha comminato l’interdizione.

A differenza degli altri colleghi direttori di dipartimento, Pennisi è stato l’unico a non dimettersi preferendo ricorrere al Tribunale del Riesame, assistito dal suo avvocato prof. Giovanni Grasso (dipendente della stessa Università che dovrebbe essere parte lesa nel procedimento).

Bene, i giudici del Tribunale del Riesame, quindi anch’essi terzi rispetto all’Accusa, hanno respinto la richiesta di revoca dell’interdizione, confermando la gravità del quadro indiziario a carico di Pennisi che è accusato di far parte di un’associazione a delinquere: cosa da niente.

Dopo il disastroso esito del ricorso al Riesame, Pennisi si è dimesso dall’incarico di direttore del dipartimento di Giurisprudenza e il Decano Vincenzo Di Cataldo ha indetto le elezioni per il successore.

In questa occasione il Decano Vincenzo Di Cataldo ha ritenuto sostenibile rivolgere ai colleghi una lettera che è una evidente sfida alle Forze dell’Ordine e magistratura catanese, oltre che probabilmente al buon senso: se infatti un pool di investigatori della DIGOS, tre Sostituti Procuratori, un Procuratore Aggiunto, il Procuratore Capo della Repubblica ed i giudici terzi delle Indagini Preliminari e del Tribunale del Riesame confermano la fondatezza delle accuse, era proprio il caso in una mail ufficiale rivolta a tutto il personale di Giurisprudenza di “ripetere per iscritto quello che ho già detto tante volte. Esprimo la mia piena gratitudine, e sono certo di interpretare in questo il sentire di tutti noi, al Prof. Roberto Pennisi, che ha tenuto la direzione negli ultimi anni con totale impegno, grande rigore, e assoluta serietà.”

Davvero, oltre tutto il resto di cui abbiamo più volte scritto, può passare anche questo?

Può essere tollerato che un Pubblico Funzionario nell’esercizio delle Pubbliche Funzioni di Decano di un Ateneo pubblico possa affermare, per di più a nome di tutti i suoi colleghi, che un indagato per associazione a delinquere con interdizione appena confermata da un collegio di giudici avrebbe, proprio negli anni coinvolti nell’indagine, diretto il dipartimento “con totale impegno, grande rigore e assoluta serietà”?

Ma non è un pò troppo?