Intere generazioni schiacciate tra BANDITI e BENDATI, questo è il risultato: per la prima volta nella sua plurisecolare storia l’Università di Catania ha sforato il più importante indice finanziario dal quale discendono conseguenze devastanti. L’Ateneo di Catania,  con i suoi concorsi farlocchi e le chiamate assurde per docenze grottesche da centinaia di migliaia di euro, è arrivato a spendere per il suo personale più dell’80% del totale delle entrate: e adesso non può più neanche coprire i posti di quelli andati in pensione.  

Non è semplice da spiegare ai non addetti ai lavori, ma è probabilmente l’esempio più lampante di quali siano le conseguenze immediate per un’intera comunità quando a gestire fondamentali istituzioni arrivino incoscienti inadeguati, a volte persino con pesanti profili criminali.

Mentre ancora in molti, in troppi, soprattutto in qualche modo cointeressati perché beneficiati, continuano irresponsabilmente a sostenere che la monumentale indagine della DIGOS “Università Bandita 1” sia tutto sommato quasi un’ovvietà in quanto “tutti sapevano e così fan tutti”, la realtà è che mentre i “banditi” e loro sodali si scialavano a spendere milioni e milioni di soldi pubblici per far avanzare di carriera i loro protetti, spesso più capre di loro, a scialacquare risorse in appalti assurdi che triplicavano da un anno all’altro, a pagare due volte gli stessi servizi, a concludere “transazioni” alla Totò, l’Università di Catania precipitava giorno dopo giorno nell’abisso del dissesto che da morale diventa adesso matematicamente finanziario.

In pochi anni, l’ateneo catanese, ma ci torneremo più dettagliatamente, ha perso il 30% dei suoi iscritti: il 30%, circa 16 mila giovani che dalle aule della “cultura” catanesi neanche ci passano.

Sarebbe questo questo per inibire generazioni di psico baroni a metter mano alla gestione, e invece niente, hanno perseverato senza alcun pudore fino a dare il colpo di grazia arrivato con il decreto del ministro dell’Istruzione 740 dell’8 agosto 2019.

Proviamo a spiegare.

Ogni anno il ministero analizza alcuni dati contabili-gestionali e sulla base di questi assegna le risorse per l’esercizio successivo.

Tra gli indicatori più importanti quello relativo alla percentuale di spesa per il personale rispetto al totale delle entrate.

La legge individua nell’80% il limite oltre il quale diventa insostenibile mantenere un livello adeguato di servizi.

Ed è abbastanza ovvio: se un Università spende per gli stipendi oltre l’80%, come può con il restante 20 far fronte a tutte le altre necessità?

Come fa a garantire un livello adeguato di Ricerca e Servizi essenziali? Semplice: non può!

E innesca un circolo vizioso in cui il “Sistema di banditi” arriva a cannibalizzare l’intera istituzione ed il futuro di intere generazioni, perché i figli dei baroni devono essere comunque sistemati, se sono laureati devono diventare ricercatori, se sono ricercatori subito associati e magari nel più breve tempo possibile anche ordinari: intere famiglie di mezzi analfabeti col titolo di Prof. sul bigliettino da visita e stipendi da centinaia di miglia di euro.

E tanto si sollazzano che alla fine non lasciano niente e arriva la mannaia.

È difficile dire se sia più grave il fatto che non si siano accorti per tempo che avevano sforato l’indice dell’80% oppure se lo sapevano e lo hanno nascosto, andando comunque a celebrare quelle elezioni di ferragosto che adesso appaiono ancor di più una beffa sfacciata.

In ogni Ateneo ci sono infatti interi uffici che hanno il compito di monitorare la spesa in modo tale da evitare simili inconcepibili debacle: uffici che hanno nel Direttore Generale, che in questo caso si chiama Candeloro Bellantoni, il loro massimo responsabile.

Possibile che non sapesse di stare conducendo l’Università al disastro senza precedenti?

Il decreto, si badi, è dell’8 di agosto, in piena campagna elettorale per la nomina del nuovo rettore: hanno fatto finta di niente, nascondendolo alla comunità ed alla città!

E anzi, ne scriveremo a breve, continuando a brigare in “riunioni informali” per trovare il modo di bandire, mai termine più appropriato, altri concorsi per accontentare altri sodali, altri cannibali…INSAZIABILI.

Torniamo all’indice sforato ed alle sue conseguenze.

Di tutte e 65 le università statali italiane, quella di Catania è l’unica (insieme a Cassino che non fa testo) a spendere l’80% delle sue entrate per il personale.

Eccone l’immagine plastica ed inequivocabile:

Che vergogna!

E che significa?

Tanto per fare capire: incide sulla spesa per il personale, a mero esempio, la “scelta” di chiamare da un altro ateneo un professore ordinario di Diritto Romano per insegnare papirologia a 12 studenti di Lettere spendendo per 36 ore circa 120 mila euro…

Chiaro?

Il risultato della somma di tante scelleratezze, e solo alcune delle quali trovano spazio nella prima tranche dell’inchiesta della DIGOS, è che già per il 2019 l’Università di Catania, che tra l’altro a causa dell’emorragia di iscritti sta per uscire dal novero dei “mega atenei” con altre conseguenze drammatiche, non potrà assumere (e già lo ha fatto ad iosa, vedremo che succederà) più della metà del personale andato in pensione.

Verrebbe da dire che probabilmente è meglio così, visto il livello e le modalità di assunzioni sinora attuate.

Però è un dramma perché lasciano la formazione dei nostri giovani agli stessi responsabili di questo disastro: il circolo più vizioso che si possa immaginare.

Ma a ragionarci è ancora più preoccupante.

Se infatti su un totale di circa 183 milioni di euro l’anno, l’ateneo catanese ne spende 150 in stipendi, ne restano appena 33 per mantenere i servizi dell’intera elefantiaca struttura.

Basti pensare che per il mero funzionamento della sola Torre Biologica, e stendiamo un velo su quanto è costato realizzarla, (chissà se se ne occupa la prossima puntata di “Università Bandita”), si spendono circa 3 milioni di euro per bollette, vigilanza e manutenzioni ordinarie.

Moltiplichiamo per tutto il resto e possiamo farci un’idea.

Il solo servizio di bidellaggio ha visto triplicare di colpo il suo costo da un anno all’altro, arrivando il suo appalto ad essere bandito (ma come ricorre questo termine…) per oltre 3 milioni e 200 mila euro…

E mettiamoci la vigilanza, e le bollette, e le generose inspiegabili convenzioni milionarie con AMT e metro…

E gli affitti che si pagano nonostante l’imponente proprietà immobiliare, circa 804 mila euro di canoni l’anno…

Mettiamo un punto per ora: la notizia di oggi è che questi scienziati sono riusciti a portare per la prima volta dal 1434 dopo Cristo l’Università di Catania ad essere l’unico mega ateneo d’Italia a vedersi bloccato persino il turn over dei pensionati.

Se questi sono BANDITI la vera responsabilità è di un’intera comunità e di tutte le autorità di controllo, ministero in testa, che continuano colpevolmente se non dolosamente a rimanere incoscientemente BENDATI.

Il D.M. n. 740 dell’ 8 agosto 2019

La Tabella 1 del D.M. n. 740 con tutte le università statali

D.M. n. 740 Dati analitici e conteggi