Il professore Beppe Condorelli immagina un discorso di apertura di una seduta di laurea ben diverso dagli interventi che stiamo ascoltando dagli ambienti universitari, a quanto pare pericolosamente incapaci di affrontare in maniera adeguata quanto accaduto ai vertici dell’ateneo catanese, contribuendo in questo modo, loro si, a devastare ulteriormente l’immagine di una Università che si dimostra incapace di un analisi lucida e doverosa autocritica verso metodi che avevano oggettivamente superato ogni limite. 

Carissimi laureandi, oggi è un giorno molto particolare per voi e per le vostre famiglie.

Per voi perché potrete guardare al futuro con la speranza di realizzare quanto, nel corso degli studi, avete sognato; per i vostri genitori perché oggi vedono il coronamento dei sacrifici fatti per mantenervi agli studi.

Io, come Professore Ordinario sono figlio d’arte: mio padre fu storico Preside di questa Facoltà; era un uomo, come si dice, tutto d’un pezzo, un gentiluomo di altri tempi che mai avrebbe consentito al figlio, io per intenderci, di prevaricare gli altri in nome del Padre.

E quindi posso parlare, come Leopardi, di “sudate carte, ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte”.

A quei tempi non si pubblicava sin dal giardino d’infanzia per ‘accumulare’ titoli; e non avendo la facoltà di ingegneria MedLine, non aveva neanche il Ciulla, celeberrima figura, o meglio figuraccia, della facoltà di medicina. E quindi le mie pubblicazioni me le sono sudate.

In questi giorni il nostro ateneo è sotto i riflettori della Giustizia; alcuni coraggiosi Magistrati hanno demolito le bianche mura del tempio infrangendo le regole dettate dall’omertà, ed hanno scoperto una sorta (così l’hanno definita) di cosca mafiosa.

Mi fa molto male sentire parlare di verminaio e di cosche con relativi pizzini perché il nostro ateneo è ricco di bravissimi docenti, al di sopra di ogni sospetto, che hanno fatto e continuano a fare nel silenzio il proprio dovere; ma i Magistrati sono uomini e devono essere rimasti sconvolti da quanto hanno sentito.

Anche la Stampa, ed in particolare la libera Stampa, è stata molto dura; ma vi assicuro che se non ci fossero stati Giornalisti coraggiosi mai si sarebbe venuti a conoscenza di questa triste realtà.

Grazie a loro, cari Laureandi, il vostro avvenire, quello che avete in mente, è meno “vago” di quello leopardiano, e si spera che il sole che sorge sul nostro ateneo, da oggi non sia più offuscato dalle nubi del malaffare.

Quindi siate grati ai Magistrati che hanno lavorato per voi, ed a quei Giornalisti, che rischiando querele e minacce, hanno dato coraggio e sostegno alla Magistratura.

Auguri ragazzi, con la ferma speranza che il mondo universitario sarà da oggi migliore di quanto non sia stato nel recente passato.

Ed ora si faccia avanti il primo candidato.