Incubi, ossessioni, visioni, misteri, eros e thanatos…La sconcertante modernità di Edgar Allan Poe nel sondare gli abissi dell’animo umano ne ha fatto l’eponimo del narratore del terrore, che con sorprendente intuito letterario ha precorso quello che Freud e psicanalisi molti anni più tardi riveleranno del mondo confuso e allibito, in continua e scomposta agitazione, nascosto nei grovigli dell’inconscio

Operazione sempre azzardata, sfida rischiosa (ma può mai aver termine la costruzione della torre di Babele?), quella di mettere in scena i terrificanti racconti dello scrittore di Boston, che nella sua breve vita, intensa e per molti versi misteriosa, è riuscito a produrre pagine immortali di letteratura capaci d’anticipare e influenzare buona parte della successiva produzione letteraria mondiale.

A misteriosi racconti di Poe si ispira il terzo capitolo che la regista Eliana Esposito ha dedicato al versatile e fluviale scrittore-poeta americano (ma altresì saggista e critico letterario), portando in scena (al piccolo e agguerrito – e sempre attento nelle scelte “d’avanguardia” – Teatro Del Canovaccio catanese, che con questo spettacolo ha aperto la stagione 2017-2018) l’ultima parte d’una trilogia, in conclusione d’un viaggio tanto allucinante quanto sinistramente seducente. Dalle indocili, terrificanti, acque del Maelstrom, dai gorghi spaventosi, che inghiottono la misera barchetta di tre temerari pescatori, scaturisce lo spunto per narrare dell’eterno amor fou d’una giovane donna in attesa perenne del suo amato (che davvero si scopre non morto, ma tornato inspiegabilmente trasformato e reso irriconoscibile), si passa poi al dissoluto studente-giocatore (perseguitato dal suo doppio che finirà per uccidere, uccidendosi) imbattutosi in una sorta di pericolosa e invitta virago imprudentemente sfidata in una competizione alle carte da gioco – dai chiari risvolti sado-maso – dalla quale, barando e smascherato, uscirà perdente.

Racconti scheggiati, allucinati, sospesi in atmosfere da incubo, in cui una triade di attori – Daniele Bruno, Nicola Costa e Raffaella Esposito – convogliano gli spettatori trascinandoli in un sogno angoscioso, sconvolgente, retti da una regia che dinamizza (pur nel breve spazio consentito) l’impetuosa narrazione, alternando tonalità ora urlate ora sussurrate e “…dove – scrive la Esposito nelle note di regia – il sogno si fonde e si confonde straordinariamente con la veglia, il giorno con le tenebre, la gioia con il dolere, l’inconscio con il reale, le aspirazioni con gl’incubi, la morte con l’amore”, rendendo il ginepraio della vita e dell’inconscio sempre più oscuro e inestricabile.