Sudpress inaugura una nuova rubrica di recensioni cinematografiche e lo fa con il critico Franco La Magna -socio del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) e storico del cinema- su alcune pellicole attualmente in programmazione. Buona lettura e buona visione!

Coco (2017) di Lee Edward Unkrich. Coregista di blockbusters d’animazione di successo planetario, l’americano Unkrich indovina forse quello che lo porterà, tra qualche giorno, all’aurea statuetta. Distribuito dalla Disney e prodotto dall’ormai onnipotente Pixar, il fantasmagorico e coloratissimo Coco continua (dopo diverse settimane di tenitura) la sua meritatissima marcia vincente al box-office e probabilmente verso l’Oscar (dove si presenta già onusto di premi). Ambientato in una cittadina messicana durante il “Giorno dei morti” (“Dìa de Muertos”), imbevuto di cultura animista, il film narra la straordinaria avventura di Miguel Rivera, un ragazzino che (contro il parere della famiglia) sogna di diventare musicista. Trasportato nel mondo dei morti (per aver strimpellato la chitarra di quello che crede essere un suo celebrato trisavolo), Miguel – dopo mirabolanti avventure tra i ritrovati scheletrici e irresistibili parenti passati al mondo dei più – scoprirà una verità sconvolgente. Rientrerà nel mondo dei vivi, salverà dall’oblìo uno strano personaggio…e riuscirà a realizzare il suo sogno. Esaltazione dei valori della famiglia, della volontà individuale e pirotecnica, allegrissima, sarabanda del mondo dei morti dove (viva l’ottimismo escatologico) si balla e si canta ancor più che in quello dei vivi.

Ella & John (2018) di Paolo Virzì. Un Easy Rider all’alzheimer con esito “dolcemente” esiziale. Il toscano Paolo Virzì (autore di agrodolci commedie “all’italiana”, di cui è meritevole erede) conferma la sua attuale vocazione ad un cinema meno “curtense” (purtroppo vecchio limite della produzione filmica italiana) proiettato verso storie universali, inventando la fuga a bordo d’un vecchio camper d’una anziana coppia attraverso la storica Old Route 1, meta finale la casa di Ernest Hemingway che il vecchio docente John (aggredito da irreversibile deterioramento cerebrale), da sempre innamorato dello scrittore statunitense, ha sempre sognato di visitare con la moglie (anch’ella giunta alla fase terminale d’un male incurabile). Convincente e sofferta prova attoriale di due senili mostri sacri del cinema contemporaneo (la londinese Helen Mirren e il canadese Donald Sutherland) in un on the road non privo di sorprese che, al di la d’una tematica già ampiamente sfruttata dalla “settima arte”, offre uno spaccato del fine vita avulso da lacrimevoli conclusioni retoriche e silenziosamente “eroico”.

L’ora più buia (2017) di Joe Wright. Il ruolo determinante svolto dal primo ministro inglese Wiston Churchill, succeduto a Neville Chamberlain, nella strenua (e alla fine vittoriosa) resistenza opposta dalla Gran Bretagna al sogno imperialistico di dominio sul mondo fondato sul terrore nazista del tedesco Adolf Hitler. Ostinato fino al parossismo nell’opporsi ad ogni trattativa di pace, mediata da quello che Churchill definisce il servo del dittatore tedesco (ossia il dittatore nostrano Benito Mussolini), questa apparentemente folle decisione di non cedere – nel momento in cui tutto sembrava suggerire la soluzione del negoziato – si rivelerà la mossa giusta in grado di arrestare nella Francia appena occupata la rapida avanzata delle truppe germaniche in Europa. Carismatico protagonista del film di Wright (Orgoglio e Pregiudizio, Anna Karenina), l’inglese Gary Oldnam dalla vita temeraria (già insignito del Golden Globes 2018 come miglior attore protagonista) su cui l’intero film si regge, “rischia” di conquistare il suo primo Oscar (nonostante la blasonata e agguerritissima concorrenza).

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) di Martin McDonagh. Non sembra aver limiti il dolore e la rabbia di Mildred, attempata madre separata di Angela, adolescente barbaramente violentata e uccisa nella verde periferia d’una cittadina del Missouri, che accusa d’inettitudine la locale polizia noleggiando tre giganteschi manifesti. Coraggio ferino e una buona dose d’incoscienza le faranno compiere atti davvero inimmaginabili, tutti passibili di penale. Intorno a lei una variopinta fauna umana: un nano, un poliziotto razzista, un pubblicitario, uno sceriffo “pirandelliano” (che rivelerà il suo vero volto in tre lettere scritte prima di suicidarsi), un marito manesco e “ninfettomane”,  un nuovo capo di colore della polizia e personaggi descritti solo di sguincio in brevi sequenze. Un film duro, compatto, con una chiusura retoricamente aperta piuttosto deludente. Golden Globe, come migliore attrice, all’americana  Frances Louise McDormand, moglie del noto regista Joel Coen.