Proponiamo da Internazionale di questa settimana l’intervento di David Randall, senior editor dell’Indipendent on Sunday di Londra: “In termini di effetti concreti, quello che conta veramente è spingere i lettori all’azione. Ed è più probabile che questo succeda se si lavora per una testata locale piuttosto che nazionale.”

 

 

randalSuppongo che la maggior parte di noi non si aspetti di ottenere grandi successi all’inizio della propria carriera, e pensi che le soddisfazioni arriveranno più avanti.
E quindi sarebbe un po’ triste se, ripensando alla nostra vita lavorativa, ci accorgessimo che la cosa di cui siamo più orgogliosi l’abbiamo fatta ai nostri esordi.  
Ma è proprio quello che è successo a un reporter che conosco.
Scrive per un giornale nazionale e i suoi articoli sono pubblicati in tutto il mondo.
Si occupa di grandi temi e notizie di rilevanza internazionale.

Ma ha il sospetto di aver scritto gli articoli più importanti della sua vita quarant’anni fa, quando ne aveva venticinque e lavorava per un quotidiano locale.

Tutto era cominciato quando un senzatetto era stato trovato morto sulla panchina di un parco in una cittadina a sud di Londra, dove il nostro reporter stava facendo pratica in un giornale.
Aveva scritto un articolo e lo aveva proposto alla sua caporedattrice.
“Ma i barboni muoiono continuamente”, aveva detto lei. “Dov’ è la notizia?”.
Il reporter aveva risposto: “Non c’è nessuno che aiuta quei poveretti. Questa non è una notizia? Per l’amor del cielo, siamo nel 1976!”.
Alla fine l’articolo era stato pubblicato, e il reporter aveva cominciato a chiedersi quanti senzatetto c’erano in città.
Si era rivolto alle autorità competenti, ma queste avevano negato che ce ne fossero.
Così aveva cominciato a uscire di notte con un amico prete per cercarli.
Erano andati nei parcheggi, nei bagni pubblici, nelle case abbandonate, nei parchi, e ne avevano trovati almeno una decina.
Il giovane cronista aveva scritto un altro articolo, e quando era stato pubblicato il parroco della cittadina aveva sfidato lui e il suo amico a non limitarsi a parlare e scrivere, ma a fare qualcosa.

“Fare?”, aveva pensato il reporter. “I giornalisti non fanno, scrivono”.

Ma il prete aveva insistito, così il reporter aveva scritto un altro articolo invitando tutti i cittadini che volevano aiutare i senzatetto a partecipare a una riunione.
All’incontro si erano presentate circa 25 persone.
Avevano fondato un ente benefico chiamato Nightwatch, che si impegnava a portare tre sere alla settimana minestra calda, panini e qualsiasi altra cosa di cui i senzatetto avessero bisogno.
Il giovane reporter era uno di loro, e in seguito sarebbe diventato presidente dell’organizzazione.

Posso raccontare questa storia con una certa sicurezza perché quel cronista ero io.
Recentemente ho partecipato alla celebrazione del quarantesimo anni versario dell’ ente benefico.
Ora la distribuzione di pasti caldi viene fatta sette giorni su sette. In questi anni l’organizzazione ha aiutato centinaia di persone a trovare una casa, un lavoro o assistenza medica per i loro problemi mentali o di dipendenza. Ha aperto un ostello, ha assistito i migranti senza casa e ha fondato un’altra organizzazione per i senzatetto sotto i 25 anni, che ogni anno si prende cura di migliaia di ragazzi e ragazze a Londra.
Mentre stavo seduto lì a sentire tutte queste cose, non ho potuto fare a meno di pensare che nessuno dei miei articoli e delle campagne alle quali ho partecipato aveva avuto un effetto concreto come quelle righe che avevo scritto sui senzatetto quarant’anni fa.

Perché?

Be’, quasi tutto quello che noi giornalisti facciamo e di cui siamo orgogliosi alla lunga non ha molta importanza.
Nei nostri momenti di maggiore stupidità – e ne abbiamo molti, dato che l’umiltà non è certo una caratteristica dei giornalisti – possiamo fantasticare che le autorità studino attentamente le nostre parole e che questo, prima o poi, produrrà un qualche cambiamento nelle loro scelte.
Ma è un’illusione.
In termini di effetti concreti, quello che conta veramente (a parte il compito, essenziale in una democrazia, di diffondere le informazioni) è spingere i lettori all’azione.

Ed è più probabile che questo succeda se si lavora per un giornale locale piuttosto che nazionale.

Le iniziative dei giornali locali spesso riescono a salvare scuole che rischiano di essere chiuse, a migliorare i servizi sanitari, a proteggere siti d’interesse storico, e così via.
Un giornale o una radio locale possono spronare il loro pubblico all’azione perché coprono un’area sufficientemente piccola da permettere alle persone che vogliono impegnarsi di incontrarsi e fare qualcosa.
Nessun quotidiano nazionale può fare una cosa del genere.

Se ci si sposta da un giornale locale a uno nazionale, forse si guadagna di più e ci si occupa di temi di interesse più generale, ma si perde la possibilità di cambiare le cose.

La prima morale della storia è che l’impegno locale funziona.
Non lamentatevi di un problema a livello nazionale, cercate di risolverlo a livello locale.

La seconda è che, grazie alla sfida di quel parroco, all’epoca andai contro le regole del giornalismo e mi lasciai coinvolgere nella notizia.
Nell’era di internet, con il mondo pieno di persone che scrivono e commentano tutto, queste norme sembrano ormai superate.
I giornalisti dovrebbero lasciarsi coinvolgere di più.
Oggi ho 65 anni e con un’altra organizzazione benefica sto cercando di imitare me stesso a venticinque.