Armi e droga lungo l’asse Librino-San Cristoforo. L’operazione Carthagho dei carabinieri ha smantellato, sotto il coordinamento del procuratore Carmelo Zuccaro, un business da 80mila euro al giorno. E’ il pentito Fabrizio Nizza, fratello del giovanissimo capomafia latitante Andrea, a raccontare “una vicenda di armi” del gruppo reggente Librino. di Serena Di Stefano & S.S.

55 armi da fuoco nascoste in un vano ascensore abbandonato di viale Moncada.

Così, uno dei tanti palazzoni di Librino era diventato il deposito dei Nizza. A scoperchiare il vaso di Pandora, insieme a Davide Seminara e agli altri pentiti, è ancora una volta Fabrizio Nizza. Una figura centrale del clan-costola dei Santapaola che ha già “cantato” contro suo fratello di sangue.

Da uomo d’onore a “traditore”: i fratelli-coltelli di Librino passano così da reggenti del clan a nemici. Andrea Nizza, a soli 30 anni, è oggi il latitante più ricercato di Catania. Fabrizio Nizza, collaboratore di giustizia, è invece uno dei testimoni-chiave che ha permesso alla Procura etnea di ricostruire il rapporto tra le “squadre” operanti nei vari quartieri di Catania.

Per gli affari urgenti  bastava un borsone. Pistole e fucili per il pronto uso che non si spostavano mai di molto: da viale Moncada 6 al civico 10. Poi, c’era il vero e proprio commercio di armi. A raccontarne i dettagli è sempre Fabrizio Nizza che delinea un mercato ricchissimo con tutti i servizi e le garanzie per il “cliente”. Consegne a domicilio, kalaschnikov scadenti restituiti secondo il codice di consumo del “soddisfatti o rimborsati”, pistole rubate a guardie giurate (cosa che succedeva spesso), furti in abitazioni per rifornirsi persino di armi da collezione (come un fucile con la scritta Apache).

Il gruppo di fuoco dei Nizza è sempre stato armato come un mini-esercito. Mentre all’ombra dei grattacieli di Librino era operosa la “centrale dello spaccio”, al loro interno, talvolta nelle abitazioni degli stessi affiliati, venivano custudite armi di tutti i tipi.

Una decina di kalashnikov tra cui uno più piccolo, una mitraglietta Skorpion con calcio marrone, una 9X21 con calcio in gomma di colore nero, un P4 beretta 13 colpi 9X21, una 357 cromata con calcio di gomma nero 5 colpi, un fucile da caccia tutto nero con calcio come quello della pistola, un fucile militare verde, giubbotti antiproiettili blu, due carabine da caccia con cannocchiali.

L’arsenale che – come racconta Nizza – contava numerose armi, è stato accumulato negli anni. Ma è nel 2007, quando il capoclan esce dal carcere, che la parte custodita a San Cristoforo viene riunita a quella di Librino. La decisione è sua ma il nascondiglio stabilito e conosciuto solo da Francesco Pirrello.

Decisi di prendere tutte le armi e di riunirle. La gran parte la feci custodire a Francesco Pirrello dicendogli che neanche io avrei dovuto conoscere il luogo di accultamento. La parte pronta all’uso era stata custodita da parte di Davide Seminara e […] all’interno del vano ascensore (privo di ascensore) della mia scala al viale Moncada 6. […] poi in un’abitazione a me non nota di viale Moncada 10.

Francesco Pirrello: il custode dell’arsenale. Ha soli 30 anni il figlio di Iano “lenticchia”. E’ l’affiliato che gestiva una “piazza di spaccio” al Pigno e teneva le armi di cui era patito proprio come lo stesso Fabrizio Nizza a cui faceva da autista quando era sotto sorveglianza. Insomma, un uomo di fiducia. Anche i collaboratori Salvatore Cristaudo e Davide Seminara lo hanno riconosciuto come membro del gruppo d’azione operante a Librino. Quello, cioè, pronto a imbracciare le armi per eseguire gli ordini dall’alto… che fossero rapine o altro.

E’ proprio Seminara a definire Pirrello un uomo pericoloso che spara. Ne è la prova un episodio del Capodanno 2011/12: il tentato omicidio di Lorenzo Saitta, nipote di Marco Capone. La condanna a morte firmata dai Nizza è legata alla gestione delle piazze di spaccio a San Giovanni Galermo.

Quella notte, Pirrello insieme ad altri affiliati avrebbe dovuto fare “la sorpresa” ai sodali di Saitta. Siccome questi non arrivarono, i cinque decisero di andare a minacciare gli spacciatori di Saitta sparando con le armi. E così accadde che Ciccio Pirrello esplose colpi di arma da fuoco ferendo un ragazzo (attingendolo ai glutei o agli arti inferiori, non ricordo): questa particolare circostanza l’ho appresa direttamente da Pirrello. Quando rientrarono e raccontarono tutto, Giovanni Privitera si contrariò molto perché non vi era alcuna ragione di toccare i pusher, mentre l’obiettivo erano gli uomini del gruppo dello Scheletro. Pirrello è solito vantarsi di essere capace di uccidere”, ha raccontato il pentito Salvatore Cristaudo.

Un arsenale lievitato nel tempo, probabilmente non il solo ad essere nascosto nella roccaforte di cemento dei Santapaola. Un corredo di morte che, però, è stato scovato e sequestrato dai carabinieri all’interno della maxi operazione che ha portato all’arresto di 33 persone.