Apologo surreale che affronta l’incolmabile iato tra comportamenti esistenziali e nobili ed elevati princìpi etici, subito disattesi quando un’improvvisa irruenza esterna mette in forse i postulati del contratto sociale su cui si fonda il nostro vivere civile. E fino a che punto è lecito mostrare la crudeltà per provocare la pietà umana o soltanto una mera attenzione commerciale?

Su questi due temi di fondo, il metastorico contrasto tra l’agire reale e assunti morali e il limite alla libertà d’espressione, lo svedese Ruben Ostlund costruisce, con nera e bruciante ironia e una bunueliana venatura d’irrealtà, The square (2017), già meritatissima Palma d’Oro a Cannes. The square, il quadrato che al film da il titolo, istallazione posta nella piazza antistante d’un Museo, è un simbolo di spazio utopico entro cui “tutti condividono gli stessi diritti e doveri”, un luogo ideale di solidarismo e altruismo, sogno d’un mondo irrealizzato ma realizzabile, verso cui tendere.

Assunto astratto, ipotetico, su cui il vigoroso direttore (protagonista del film) d’un noto ed apprezzato Museo d’Arte Contemporanea della civilissima Copenaghen, che discetta d’umanità e d’arte contemporanea con una giornalista sedotta dal suo charme e dal suo potere, fonda la sua opera d’intellettuale progressista e democratico, ma che a causa d’un inaspettato accadimento (il furto con destrezza del suo portafogli e telefonino) comincerà a mettere in atto comportamenti diametralmente opposti a quelli solo teoricamente professati, al pari dell’anonima, noncurante e sorda moltitudine incrociata su strade affollate, dove ripetutamente del tutto inascoltata una ragazza chiede ossessivamente ai passanti: “Vuole salvare una vita umana”?, ricevendone solo indifferenza.

<<È vero – afferma Ostlund in una intervista – adoro le situazioni che mettono a disagio perché si creano soprattutto quando siamo “mascherati” nei ruoli che siamo costretti a interpretare. Siamo esseri sociali molto bravi a interagire con gli altri, a capire l’ambiente circostante, ma quando accade una situazione inattesa e paradossale ecco che il nostro ruolo viene messo in discussione», così come era già accaduto nel suo precedente Forza maggiore, vincitore nel 2014 della sezione “Un certain regard”.

In parallelo alla prima storia, Ostlund autore anche della sceneggiatura, quasi in eccesso di creatività, sviluppa altresì un ulteriore plot puntando i riflettori sull’immorale campagna pubblicitaria dello stesso Museo che, al fine di ottenere l’attenzione d’un pubblico sempre più disattento e assuefatto, strumentalizza la povertà fino a giungere all’assurda conclusione dello spot ideato da due “geniali” giovani creativi che chiude con l’incredibile “esplosione” d’una malandata bimba bionda. Da qui il drammatico interrogativo, ossia fin dove è legittimo spingere la libertà di appalesare idee, fantasia, inventiva, dubbio che tuttavia non sembra trovare adeguata risposta.

Ma la complessa, stratificata e paradossale costruzione filmica di Ostlund non si arresta ancora, spingendosi fino alla sfera più intima della sessualità, dove la menzogna (a causa delle convenzioni sociali) si fa più palese: «Ci vergogniamo dei nostri istinti e bisogni: esporre la propria sessualità è disdicevole per gli esseri umani. Ecco perché non si dice a un’altra persona che si desidera solo andarci a letto senza implicazioni sentimentali: così facendo ci si esporrebbe a un giudizio, lasciando la parte civilizzata di sé in un angolo e rompendo il contratto sociale. Questo è il motivo per cui ci piace guardare le scimmie: perché è come guardare uno specchio.

Riconosciamo qualcuno molto simile a noi che non si vergogna dei propri istinti». Conflitti di classe, satira al vetriolo di certi eccessi artistici, studio viscerale dei comportamenti umani di fronte all’irrompere dell’irrazionale (lo scimpanzé che vaga per casa, l’uomo con la sindrome di Tourette e l’esemplare sequenza dell’uomo-scimmia che tenta di stuprare una ragazza durante un compassato convivio alto-borghese), commedia nera, spietato ritratto della società contemporanea, The square – pur non rinunciando ad una rattenuta spettacolarità e perfino a tratti ad incursioni nel genere thriller – si configura come un vero e proprio saggio filmico sull’incongruenza degli esseri umani e dell’intera organizzazione sociale, la quale privata dell’ipocrita patina del convenzionale perbenismo di facciata mostra impietosamente tutta la sua tragica insufficienza morale, di cui la spasmodica ricerca tra mefitici sacchetti di spazzatura di una lettera – scritta da un bimbo offeso e malamente messo alla porta senza scuse (il tardivo pentimento sarà ininfluente) – costituisce la metaforica e sudicia rappresentazione della sua recondita anima nera, raffigurazione intelligentemente rafforzata dall’uso asincronico dell’Ave Maria di Schubert.

Poker di nazioni produttive (Svezia, Germania, Francia, Danimarca) che, ancora una volta se necessario, mostra tutto l’isolamento del cinema italiano, che continua pervicacemente a proporre perlopiù commedie ridanciane o, nella migliore delle ipotesi (tranne casi isolati), solo prodotti destinati all’angusto mercato interno che ben difficilmente e soltanto eccezionalmente riescono a raggiungere le platee d’Europa.