In attesa di poterlo fare con Salvini, il Tribunale di Catania dovrà accontentarsi di processare niente meno che il giornalista Marco Benanti e il leader di Catania Bene Comune Matteo Iannitti con la terribile accusa di aver diffamato Enzo Bianco. A margine LE CLAMOROSE ARCHIVIAZIONI...almeno quelle che sappiamo ma di cui nessuno conosce le motivazioni.

Di questa grottesca vicenda ce ne siamo occupati più, seguendola passo passo. In calce gli articoli dedicati, esprimendo tutta la nostra solidarietà agli indagati per diffamazione, sapendo bene cosa costa anche solo in termini di tempo subire queste violenze spesso intimidatorie: giorni e giorni, mesi, anni persi tra notifiche, identificazioni, interrogatori, udienze. Uno scandalo!

In estrema sintesi: nel 2016 Matteo Iannitti diffuse un comunicato sulla famosa intercettazione tra Enzo Bianco e Mario Ciancio con oggetto la votazione del famigerato PUA della Plaia di Catania.

Il giornalista Marco Benanti lo pubblicò sul suo giornale Ienesicule.

Enzo Bianco, come sempre patrocinato dall’avv. prof. Giovanni Grasso (che è anche avvocato pagato dal comune), li denunciò tutti e due per diffamazione.

La Procura di Catania chiese l’archiviazione non ravvisando alcun reato, Enzo Bianco si oppose e giorno 4 febbraio è arrivata la decisione del GIP Salvatore Ettore Cavallaro: Benanti e Iannitti devono andare a processo.

Ora, ci sarà tempo per discuterne, nel frattempo mettiamo a disposizione le motivazioni con cui si è arrivati a questa conclusione, affinché ciascuno possa valutare in maniera indipendente, magari inserendo quel comunicato e questa decisione nel contesto generale di tutto quanto accaduto a Catania in questi anni.

Mentre infatti a processo, perché dicono quello che tutti pensano e tutti vedono, vanno giornali (noi abbiamo perso il conto) e leader politici antagonisti al sistema più predatorio e parassitario che si sia mai visto, nel tempo si sono succedute inspiegabili archiviazioni: inspiegabili almeno nel senso che le motivazioni, a differenza di questo caso, non sono mai state rese pubbliche, e quindi stranamente nessuno è mai stato in grado di metterle a disposizione dell’opinione pubblica.

Peccato, perché sarebbe importante, anche eventualmente per sfatare tante dicerie irrisolte, comprendere i ragionamenti che hanno condotto il sistema giudiziario catanese ad alcune clamorose archiviazioni. Sarebbe molto interessante ed utile recuperarle: magari prima o poi ci riusciamo.

Archiviate, ad esempio, alcune indagini proprio a carico dell’ex sindaco Enzo Bianco che al sentire comune meritavano un qualche approfondimento processuale.

Il caso eclatante emerso con le telefonate di Bianco e Liotta all’allora dirigente comunale Salvo Cocina dal contenuto indiscutibilmente coercitivo dell’attività di un pubblico funzionario, peraltro in merito a vicende delicatissme legate al settore rifiuti ed interessi milionari poi sfociati nell’operazione della DIA “Garbage Affaire”: ARCHIVIATO!

E ancora l’incredibile vicenda dei 42 milioni di euro sottratti alla vecchia AMT e che Sudpress provò, ad onta di quanto falsamente dichiarato dall’amministrazione, essere finiti sui conti del comune e utilizzati per fini diversi da quelli consentiti ed in pratica per ritardare ulteriormente il dissesto: ARCHIVIATO!

Per non dire dell’assurda storia denunciata a livello nazionale dell’Ufficio Stampa abusivo:ARCHIVIATO!

O ancora, collegato a quanto sopra, l’increscioso e violento trattamento riservato al Capo Ufficio Stampa del comune di Catania Nuccio Molino: ARCHIVIATO!

Mentre niente si sa delle valutazioni della procura penale catanese su quanto messo nero su bianco dalla Corte dei Conti che ha chiaramente dichiarato l’assassinio della città di Catania attraverso l’uso sistematico e recidivo di una quantità tale di manipolazioni contabili che in qualsiasi altra parte del mondo avrebbe condotto altro che a processo.

Intanto, in aula andranno Marco Benanti e Matteo Iannitti: a sostenere quello che tutti dicevano e, probabilmente con buone indagini difensive capaci di ricostruire il contesto generale, a dimostrare quello che è accaduto a Catania.

ALTRO CHE DIFFAMAZIONE!!!


Intanto, ecco le motivazioni che mandano sotto processo Marco Benanti (per aver pubblicato un comunicato) e Matteo Iannitti.

Il G.I.P., 

rilevato che il P.M. ha chiesto l’archiviazione del procedimento indicato in epigrafe a carico degli indagati IANNITI Matteo e BENANTI Marco per il delitto di cui all’art. 595, commi 1 e 3, cp. commesso in danno di Bianco Vincenzo; 

rilevato che la p.o. ha tempestivamente proposto l’opposizione di cui all’art. 410 cpp.; 

sciogliendo la riserva formulata all’udienza del 5.12.18; 

osserva: 

Occorre premettere che per giurisprudenza costante le opinioni veicolate “on-line” risultano rispettose del diritto di cronaca e di quello di critica qualora osservino i limiti rappresentati dalla rilevanza sociale dell’argomento, dalla verità obiettiva dei fatti riferiti e dal rispetto della continenza nelle espressioni utilizzate, che va accertata dal giudice di merito. 

Nei casi in cui le espressioni incriminate constino di una parte narrativa di un evento di cronaca e di altra parte di valutazione critica del fatto in questione (così come è avvenuto nel caso di specie nel quale vi sono sia “l’immissione” on line della notizia delle intercettazioni riportate dal quotidiano Meridionews che “raccontano dei rapporti tra l’Avvocato Enzo Bianco e il noto imprenditore Mario Ciancio Sanfilippo… “, sia i conseguenti giudizi espressi nel comunicato stampa di Catania Bene Comune, riportati nell’articolo pubblicato sulla testata giornalistica on Hne “Iene Sicule” del 12.11.15, che hanno commentato la notizia suddetta) le stesse costituiscono manifestazione del diritto di cronaca e anche di critica che spetta, ex art. 21 cost., ad ogni individuo “uti civis” e non solo ai giornalisti o a chi svolge professionalmente attività di informazione, e che è tuttavia sottoposto all’osservanza dei predetti limiti. 

Per verificare la ricorrenza delle anzidette scriminanti occorre procedere, pertanto, a una ragionevole mediazione dei principi che le caratterizzano in considerazione del fatto che mentre il diritto di cronaca richiede il rispetto del limite costituito dalla verità del fatto narrato in maniera rigorosa, nel senso che si deve trattare di un fatto effettivamente accaduto nella realtà, il diritto di critica, per sua natura, non può che essere fondato su un’interpretazione, necessariamente soggettiva, dei fatti, differenziandosi da quello di cronaca in quanto non si concretizza, come l’altro, nella narrazione di un fatto, bensÌ nell’espressione di un giudizio o, più genericamente, di un’opinione che, come tale, non può pretendersì rigorosamente obiettiva, ferma restando la oggettiva esistenza del fatto assunto a base delle opinioni e della valutazioni espresse (ex pluribus, Casso pen., sez. V, 26/02/2016, n.26745). 

Con riferimento al limite della continenza in relazione al diritto di critica, lo stesso deve ritenersi superato ad awiso di questo giudice ed in conformità dell’orientamento della giurisprudenza di legittimità, quando le espressioni adottate si risolvano nella denigrazione della persona del destinatario in quanto tale e, risultando gravemente infamanti e inutilmente umilianti, trasmodino in una mera aggressione del soggetto criticato, che prescinda dalla vicenda concreta (Cass. pen., sez. V, 25/06/2014, n. 11409); il riconoscimento del diritto di critica tollera giudizi anche aspri sull’operato del destinatario delle espressioni, purché gli stessi colpiscano quest’ultimo con riguardo a modalità di condotta manifestate nelle circostanze a cui la critica si riferisce, ma non consente che, prendendo spunto da dette circostanze, si trascenda in attacchi a qualità o modi di essere della persona che finiscano per prescindere dalla vicenda concreta, assumendo le connotazioni di una valutazione di discredito in termini generali della persona criticata (così, Casso pen., sez. V, 04/12/2013, n. 9091); il contesto nel quale la condotta diffamatoria si colloca può essere e deve essere valutato ai limitati fini del giudizio di stretta riferibilità delle espressioni potenzialmente diffamatorie al comportamento del soggetto passivo oggetto di critica (Cass. pen., Sez. V, 5 giugno 2013, n. 28685); il requisito della continenza delle espressioni utilizzate, necessario per la rawisabilità della esimente di cui all’art. 51 c.p. nella specie del diritto di critica, presenta una sua necessaria elasticità e non è necessariamente escluso dall’uso di un epiteto infamante, dovendo la valutazione del giudice del merito soppesare se il ricorso ad aggettivi o frasi particolarmente aspri sia o meno funzionale alla economia dell’articolo, alla luce della eventuale assoluta gravità oggettiva della situazione rappresentata (così. Casso pen., sez. V, 08/02/2005, n.11950). 

Ciò posto, applicando i suddetti principi al caso di specie, deve ritenersi che se da un lato il riferimento al contenuto delle intercettazioni, laddove ne viene interpretato il significato (ossia “l’interesse di Bianco nell’accreditarsi agli occhi del Ciancio, proprietario di alcuni terreni, come “sostenitore” della variante urbanistica del PUA”), può essere ricompreso nel legittimo esercizio del diritto di critica, dall’altro il reiterato riferimento agli “intrecci affaristico-mafiosi sulle comunali 2013” associati al nome della persona offesa, ai “rapporti, tornaconti elettorali ed economici tra l’attuale Sindaco della città, l’editore Mario Ciancio in attesa di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa e la Società Stella Polare (che ha avuto tra i soci fondatori due personaggi ritenuti vicini alle famiglie mafiose Laudani ed Ercolano)” nonchè “al sistema di potere Ciancio-Bianco”, trascende il limite della continenza sostanziale individuato dalla giurisprudenza quale presupposto necessario ai fini del legittimo esercizio del diritto di critica. 

Infatti, ad avviso di questo giudice, quanto riportato nel comunicato stampa di Catania Bene Comune (divulgato da IANNITII come dallo stesso dichiarato), poi pubblicato dalla rivista on-line “Iene Sicule” (il cui direttore responsabile è l’indagato BENANTI), presenta un contenuto palesemente diffamatorio, in quanto il riferimento agli “intrecci affaristico-mafiosì” ed al “sistema di potere Ciancio-Bianco” non appare strumentalmente collegato alla manifestazione di un dissenso ragionato del comportamento preso di mira (ossia della telefonata tra la p.o. e Mario Ciancio), ma si risolve in un’aggressione distruttiva dell’onore e della reputazione della persona offesa, avendo gli indagati utilizzato il contenuto delle suddette intercettazioni telefoniche per accostare il nome della p.o. ad ambienti mafiosi (in particolare alla società Stella Polare). 

E del resto anche a voler considerare il depotenziamento della carica semantica delle espressioni in riferimento al contesto politico in cui vengono utilizzate, ed il rilievo secondo cui la critica può assumere forme tanto più incisive e penetranti quanto più rilevante sia la posizione pubblica del destinatario (Sez. 5, n. 27339 del 13/06/2007, Rv. 237260), nel caso di specie la condotta denunciata non può ritenersi scriminata, giacchè gli Itaccostamenti suggestionanti” realizzati attraverso la pubblicazione di informazioni relative ai contatti tra la p.o. che vorrebbe accreditarsi agli occhi dell’interlocutore -, l’editore Ciancio -di cui viene sottolineata la posizione di imputato per concorso esterno in associazione mafiosa -e la società Stella Polare -vicina alle famiglie mafiose Laudani ed Ercolano -, sono tali da “suggerire” e diffondere una notizia “nuova” ed ulteriore, tuttavia non riscontrata ossia la contiguità di Bianco con gli ambienti mafiosi -, che ha certamente realizzato una grave compromissione della reputazione dell’opponente (cfr. Cassazione penale sez. V, 06/12/2016, n.22193). 

Si impone dunque la pronuncia di cui in dispositivo. 

P.Q.M. 

Visto l’art. 409, 5° comma C.p.p. dispone la restituzione degli atti al P.M. perché formuli l’imputazione nei confronti di IANNITTI Matteo e BENANTI Marco per il reato di cui all’art. 595 commi 1 e 3 c.p. entro dieci giorni dalla comunicazione della presente ordinanza. 

Manda alla cancelleria per gli adempimenti di competenza. 

Catania, lì 4 febbraio 2019 


Ci vediamo al processo.