Tre spettacoli in altrettanti teatri catanesi, il Brancati, l’Istrione e il Teatro Massimo Vincenzo Bellini, recensiti dall’appassionato e critico esperto, il giornalista e saggista Franco La Magna

Tra serio e faceto, senza drammi, anzi al contrario volteggiando più o meno allegramente in territori avulsi da seriose o troppo contorte elucubrazioni si consuma l’eccentrica decisione di Memmo Speranza – svolazzante bellimbusto reduce d’un duello (dove è stato infilzato dal fratello dell’ultima conquista femminile) – di sposare la scialba e dimessa Gasparina Torretta, proprietaria di pensione, per evitare paradossalmente d’incappare nel “rischio del matrimonio”. Sposa così, privo di sentimento ma con vincolo giuridicamente validissimo, la povera Gasparina (matrimonio rato e non consumato) della quale è innamorato l’attempato Barranco (altro pensionante), il quale inutilmente tenterà di strapparla all’incontenibile e frivolo casanova, che alla fine della finta-vera moglie s’innamorerà davvero. Pirandello scrisse la commedia Ma non è una cosa seria tra il 1917 e il 1918 ricavandola (more solito) dalle sue copiose <<Novelle per un anno>>, commedia paradossale (come tutti i lavori teatrali del grande drammaturgo), dai felici esiti commerciali, non solo teatrali ma altresì cinematografici (esiste una versione muta e due sonore, la più famosa con la coppia Vittorio De Sica-Assia Noris del 1936 per la regia di Mario Camerini, sceneggiato da Ercole Patti e Mario Soldati). Oggi l’opera è ripresa in <<punta di fioretto>> con la regia del veterano ever green Romano Bernardi, dal teatro <<Brancati>> di Catania (fino a domenica 7 gennaio), che ne offre (come è d’uopo) una versione frizzante, moderatamente divertente, ancora godibile, nonostante i cento anni che porta sulla groppa. Interpreti Debora Bernardi (Gasparina), Filippo Brazzaventre (Memmo Speranza), Sebastiano Tringali (Barranco), Salvo Scuderi (Virgadamo),  Camillo Mascolino (Grizzoffi), Maria Rita Sgarlato (la maestrina), Riccardo Maria Tarci (Magnasco), Riccardo Vinciguerra (Lamanna), Evelyn Famà (Loletta), Lorenza Denaro (Fanny), Gianmarco Arcadipane (cameriere), Maria Iuvara (Rosa).

Un repechage alquanto stravagante, riscritto al femminile da Valerio Santi (in luogo del <<Cuoco e il segretario>>) La cuoca e la segretaria vecchio vaudeville francese settecentesco, dalla comicità ormai stantìa e grossolana, che il teatro <<L’Istrione>> ha proposto al pubblico degli abbonati come secondo appuntamento, dando alla commedia un inedito sapore dialettale (la finta segretaria interpreta il personaggio quasi esclusivamente in vernacolo stretto, sciorinando ripetutamente battute di grana grossa). Alla fine, se un merito si può attribuire a questa rinascenza della vecchia commedia di Eugène Scribe, il pregio (modesto) risiede proprio <<nel voler riscoprire il sapore antico del teatro>> , accogliendo piuttosto generosamente le parole del regista Federico Magnano di San Lio. Un gusto, tuttavia, perlopiù sciapo. Interpreti Francesco Rosso (Pignotta), Rosaria Francese (Lora), Valerio Santi (Corrado), Concetto Venti (Antonio), Cindy Cardillo (Elena), Tino Mazzaglia (Vicovicchi), Luigi Nicotra (Gianni).

Il <<Teatro Massimo Bellini>> chiude con l’operetta la stagione 2016/2017 chiamando a dirigere la celeberrima Vedova allegra di Franz Lehàr – sempiterna schermaglia d’amore condotta a ritmo di danze più o meno indiavolate – l’onnipresente Vittorio Sgarbi (adesso assessore regionale ai Beni Culturali ma da sempre critico d’arte e polemista di razza, ormai presenza <<consustanziale>> della televisione) qui nelle vesti di regista. Da Sgarbi forse era lecito attendersi una regia sconvolgente, <<scabrosa>> come lo <<scabroso le donne studiar>> del testo di Vittore Leon e Leone Stein. Ad esempio, un rimando all’imminente crollo di quell’epoca d’oro che fu la Bella Epoque, schiantata e seppellita per sempre dalla Grande Guerra e dal crollo rovinoso degli Imperi centrali o ancora <<trasgressioni>> più marcate e magari una più accentuata sensualità. Logora trama di tradimenti, di mariti cornuti, di maldestri cacciatori di dote, dell’immancabile trionfo finale dell’amore La vedova allegra resta comunque uno dei vertici dell’operetta, prevedibilissima nello svolgimento narrativo ma proprio per questo ormai un <<classico>>. L’ ottima prova dei due interpreti principali, il tenore Fabio Armiliato (Danilo, già interprete del film di Woody Allen “To Rome with love”), il soprano Silvia Della Benetta (Hanna) e ancora della catanese Manuela Cucuccio (Valentienne), spicca ancor più su quella senza particolari pregi del resto del cast ( Armando Ariostini, Emanuele D’Aguanno,  Riccardo Palazzo, Alessandro Vargetto, Gian Luca TuminoValeria Fisichella, Salvo Fresta, Paola Francesca Natale, Antonio Cappetta ,Sabrina Messina).  Divertenti gli interventi di Tuccio Musumeci (Njegus). More solito scenografie inesistenti (solo immagini gigantesche proiettate sullo sfondo). Costumi (femminili) pirotecnici e corpo di ballo ridotto all’essenziale. Ha diretto con brio l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini Andrea Sanguineti. In scena fino a domenica 17 dicembre.