Ultimo appuntamento della stagione operistica 2017, ieri al teatro Massimo Bellini, con la regina delle operette: La Vedova Allegra di Franz Lehàr. Va subito detto che il pubblico ha molto gradito la scelta di concludere in bellezza questa scialba stagione. La sensazione è che l’evento sia stato più partecipato del solito, anche se il sold out è ormai un ricordo dei bei tempi che furono

Certo, chi ha assistito al fastoso allestimento del 94, alla villa Bellini, ha dovuto fare un grande sforzo per accettare le povere scene proposte per questa edizione, che riprendeva l’allestimento della Fondazione Pergolesi-Spontini di Jesi, con la regia curata da Vittorio Sgarbi.

Nessuna carrozza introduceva la vedova in scena, nessun ricco salotto della bella epoca che fu; solo proiezioni di immagini, quasi sempre azzeccate, proposte da Sgarbi, un divano, una tenda, a simboleggiare il gazebo e qualche altro oggetto, proposto ogni tanto in scena. Anche il corpo di ballo in questa edizione è ridotto all’essenziale.

A ravvivare lo spettacolo ci hanno pensato gli artisti, diretti da Matteo Mazzoni, che ha interamente curato la regia dell’edizione catanese.

Bene l’orchestra, diretta con maestria da Andrea Sanguinetti.

Bene il coro, diretto dalla nuova direttrice Gea Garatti.

Azzeccato anche il cast, che vedeva in Armando Ariostini, nei panni del Barone Mirko Zeta, un aristocratico maestro di cerimonie, complice e autorevole. Artista di spessore, ha cantato e recitato con eleganza ed è stato molto applaudito.

I quattro ruoli di punta sono stati affidati: a Silvia Della Benedetta che, nel ruolo della ricca vedova, ha tenuto in sospeso il pubblico con i suoi filati e la sua linea di canto davvero notevoli. Ovazioni, neanche a dirlo, nall’aria della Vilia, con richieste di bis e applausi finali a furor bianco; a un inossidabile Fabio Armiliato, conte Danilo di lusso, noto al mondo per i suoi ruoli drammatici, ma che in questo caso si è plasmato delineando un personaggio credibile. Molto gradita la sua prova e applaudito dal pubblico. Peccato che, negli anni, il teatro Bellini abbia poco visto la sua presenza che, a partire dalla storica Rondine, avrebbe potuto proporcelo nei ruoli che lo hanno reso celebre, proiettandolo nell’olimpo dell’opera lirica mondiale; a una azzeccatissima Manuela Cucuccio, ormai beniamina del pubblico catanese e proiettata sempre più in alto, nel ruolo di Valencienne. Brava e poliedrica, ha dato ancora una volta prova di quanto il suo talento e i suoi mezzi vocali, possano dare. Giustamente applauditissima; a Emanuele DAguanno, che ha delineato un Camille de Rossilion ammaliante. Bravo a recitare ed ancor più a cantare, inserendo anche i sovracuti richiesti. Elegante nel presentarsi in scena, senza mai strafare e cantando con garbo e voce morbida, quasi a far dimenticare la difficoltà del ruolo. Puntuali gli applausi del pubblico, il critico più vero.

Bravi comunque tutti gli artisti: Riccardo Palazzo, a suo agio nel ruolo del visconte, incontenibile e giustamente applauditissimo dal pubblico; Alessandro Vargetto, nel ruolo di Raoul de St.Brioche, degno compare del visconte. I due hanno tenuto la scena con simpatia e naturalezza.

Completavano il cast, Valeria Fisichella (Sylviane), Gian Luca Tumino (Bogdanovic), Salvo Fresta (Kromov), Paola Francesca Natale (Olga), Antonio Cappetta (Pritschitsch) e una giustamente applaudita Sabrina Messina (Praskovia).

Ma gli applausi più calorosi sono andati al grande Tuccio Musumeci, al quale è stato affidato il ruolo di Njegus. Questi sembra proprio beffarsi del tempo che passa. Sempre presente sulla scena e azzeccatissimo nel ruolo, ha intrattenuto il pubblico e messo a proprio agio tutti gli artisti, spalla perfetta, dando prova, se mai servisse, della sua arte.

Tirando le somme, un allestimento deludente, salvato da una regia attenta e da artisti di caratura.

Speriamo bene per il futuro del teatro catanese, ahimè per niente roseo.