L’Andrea Chénier di Umberto Giordano è andato in scena al Teatro Bellini di Catania tra perplessità e speranze.


L’opera di Umberto Giordano, accolta calorosamente alla Scala di Milano, al suo debutto nel 1896, è una di quelle che segnarono il “nuovo corso” del melodramma, dando un impulso al nascente movimento verista.

Umberto Giordano, ma ancor più il librettista Luigi Illica, misero il definitivo timbro sulla vicenda del poeta decapitato durante la rivoluzione francese, rendendogli giustizia con questo capolavoro e consegnandolo a futura memoria.
Un’opera lirica di repertorio molto amata dal pubblico e che viene accolta sempre con entusiasmo.

Il nostro amato teatro la ripropone ogni dieci anni circa, con una cadenza ciclica.
Il Massimo Bellini ha presentato, quest’anno, un allestimento scenico già noto al pubblico catanese, piuttosto minimale, com’era il gusto di una decina di anni fa, ma molto gradevole. Di gusto e pertinenti anche i costumi.

Nulla da eccepire sulla regia di Giandomenico Vaccari,che si è limitato a muovere ordinatamente gli artisti sul palcoscenico. Regia che non stupisce con effetti speciali, ma non lascia neanche il segno; la sensazione è che manchi qualcosa. Dispiace, tra l’altro che non sia stato menzionato nella locandina l’autore delle scene dell’edizione del 2007, Maurizio Balò, così come dei costumi di Giovanna Buzzi, nessuna menzione vien fatta.

Il maestro Antonio Pirolli ha diretto, ancora una volta, con sapienza l’orchestra del teatro Massimo Bellini. Bellissimi i colori e perfetti i tempi e i volumi; un binomio, questo tra bacchetta e professori d’orchestra, che quando si ripropone, produce sempre effetti straordinari, nel golfo mistico.

Anche il coro, diretto da Luigi Petrozziello, ha molto ben figurato, sin dal primo atto, a partire da quel sublime “oh pastorelle addio”, confermando la performance durante tutta la recita.
Ancora una volta orchestra e coro si ribadiscono le vere risorse del teatro, che proprio partendo da esse dovrebbe ricostruire la propria credibilità.

Il ruolo principale è stato affidato al tenore Hovhannes Ayvazyan, il quale ha molto puntato su una vocalità estrema e piuttosto forzata, soprattutto nei centri. Il risultato è stato che, dopo un incipit apprezzabile nel primo atto, l’eccessivo utilizzo di toni declamatori ha fatto sì che venisse meno il lirismo necessario al personaggio. Soprattutto nell’ultima celebre romanza “come un bel dì di maggio” è mancata quella profondità interpretativa necessaria a far scaturire l’applauso. Positiva, comunque nel complesso la sua prova.

Amarilli Nizza ha interpretato il ruolo di Maddalena partendo piuttosto in sordina; in particolare, nel primo atto, era costantemente coperta dall’orchestra. È via via cresciuta, comunque, riuscendo durante la recita a trovare una vocalità più consona al personaggio. Le va dato il merito di aver tirato fuori dal cilindro una più che pregevole esecuzione della romanza “la mamma morta”, per poi affievolirsi lievemente nel duetto finale.

Del trio dei protagonisti, quello che ha mostrato più confidenza col personaggio affidatogli è stato il baritono Francesco Verna, chiamato (last minute) a sostituire l’indisposto Di Felice. Il Verna è apparso subito saldo vocalmente e ha ben retto tutta l’opera, con sicurezza nel canto e nella presenza scenica. Una lieve défaillance nel terzo atto non ha intaccato una prova che nel complesso è risultata estremamente positiva.
Sonia Fortunato, sempre presente e puntuale, nel ruolo della mulatta Bersi, ha confermato il suo valore. Buona la sua performance.
Lorena Scarlata ha interpretato il doppio ruolo della Contessa e della Vecchia Madelon, lasciando un segno soprattutto con la più che pregevole interpretazione del secondo personaggio.
Buona la prova di Saverio Pugliese, al quale sono stati affidati i personaggi dell’abate e di un “incredibile”, così come quella di Carlo Checchi, che si è ben mosso nei tre ruoli affidatigli, di Fléville, Schmidt e Dumas.

Anche il Populus di Alessandro Busi è piaciuto; davvero gradevole la sua caratterizzazione del sanculotto. Gianluca Failla ha ben interpretato il doppio ruolo dell’accusatore e del maestro di casa ed, in fine azzeccato anche il Roucher di Enrico Marchesini.

Un’edizione nel complesso non sgradevole. Ottima orchestrazione, molto bene anche il coro.

La regia piuttosto ordinaria, non disturba.

Sono però venuti a mancare i personaggi principali, attorno ai quali ruota la vicenda, che comunque hanno portato a termine dignitosamente la recita.

Certo, l’abbonato che ricorda le ultime edizioni e fa il paragone con il binomio Giacomini-Casolla, di fine anni novanta o ancora, che ricorda l’edizione di una decina di anni fa, con il pubblico che acclamava calorosamente Marcello Giordani, fa un certo sforzo ad accettare quest’ultimo spettacolo.

Pubblico sempre più assente, ma educato; ciò addolora, perché fino a qualche anno fa il teatro era pieno alle prime e si faticava a trovare posti disponibili.

Pubblico educato che non ha espresso nessun dissenso alla fine, ma solo applausi tiepidi e nulla più.

Per quanto resisteranno questi pochi fedelissimi?
Ho paura che le novità tardivamente introdotte dalla dirigenza, per la prossima stagione, con sconti dedicati ai giovani e anziani, non saranno sufficienti a riportare velocemente il teatro Bellini ai fasti del recente passato. Spero di sbagliarmi.