Si deve alla tenacia dell’avvocato catanese Dario Riccioli con il collega romano Diego De Paolis, difensori della famiglia della vittima, se le indagini hanno finalmente svoltato verso l’ipotesi di un caso di nonnismo militare finito nel peggiore dei modi, con la successiva simulazione del suicidio cui la procura di Roma sembrava aver creduto. Dalla procura militare è invece arrivata la svolta.

Sembrava dovesse archiviarsi come un caso di suicidio o piuttosto come sfortunato incidente la morte del 25enne siracusano Tony Drago, il caporale trovato cadavere il 6 luglio del 2014 all’interno della caserma dei Lancieri di Montebello di Roma dopo un volo da un terrazzo.

Alle prime ricostruzioni pareva prevalesse l’ipotesi del suicidio causato da una delusione d’amore, almeno questo in base alle testimonianze rese da alcuni commilitoni, che a questo punto potrebbero essere stati interessati a sviare le indagini.

Infatti, nonostante una perizia del PM sostenesse la compatibilità della caduta col gesto volontario, la madre del giovane, Sara Intranuovo, non ha mai creduto alla possibilità che il figlio si fosse suicidato ed ha ingaggiato una durissima battaglia per far emergere una verità terribile.

avvocato Dario Riccioli

Al suo fianco l’avvocato catanese Dario Riccioli, con il collega romano Diego De Paolis, che hanno prodotto una perizia di parte dettagliatissima che ha confutato le prime ricostruzioni della scena del crimine, sino a giungere alla perizia del consulente del GIP, il prof. Paolo Procacciante, che ha dimostrato l’incompatibilità delle lesioni sul corpo del giovane con un precipitazione volontaria dal terrazzo.

Sul caso indagano due diverse procure, quella penale e quella militare, e quest’ultima pare abbia accolto la ricostruzione dei difensori della famiglia, avanzando nei giorni scorsi l’ipotesi accusatoria di omicidio volontario.

Terribile la dinamica ipotizzata: durante una prova di resistenza fisica, l’esecuzione di alcune flessioni sulle braccia a terra, imposta da alcuni “nonni”, uno dei militari sarebbe saltato sulla schiena del giovane caporale spezzandogliela.

Da lì l’orribile decisione di finire il commilitone a badilate e gettarne il corpo dal terrazzo per simularne il suicidio.

Sarebbe filata liscia per assassini e complici se non ci fosse stata la dura battaglia giudiziaria intrapresa dalla famiglia attraverso i suoi avvocati.

Adesso si attende che anche la procura penale si associ a questa linea d’indagine e renda giustizia facendo luce su uno dei fatti criminali più gravi avvenuti in una caserma italiana, individuando gli assassini e garantendo anche l’accertamento delle responsabilità oggettive degli otto indagati, compresi ufficiali in comando, già sotto accusa per l’omessa vigilanza sui casi di nonnismo che evidentemente avevano preso una piega non tollerabile.