La brutale aggressione al commissario di polizia Nunzio Garozzo impone una presa di posizione difficile, scomoda, forse anche politicamente scorretta: quelle ferite che potevano uccidere un padre di famiglia sono il risultato di una politica assurda e questo volto insanguinato, che dopo lunga riflessione e scusandoci, abbiamo deciso di pubblicare, lanciano un allarme che non può essere più disatteso: stanno creando una polveriera sulla pelle nostra e degli stessi migranti. Basta, è venuto il momento della responsabilità.

Innanzitutto le doverose scuse per l’utilizzo di questa immagine, non è nello stile di questa testata, ma ci è parso il modo più efficace per rappresentare il dolore, la paura, i rischi di una famiglia che si ritrova in piena notte aggredita in modo così violento.

È non è stata una “normale” rapina.

La dinamica l’abbiamo già raccontata ieri, ma il tema che decidiamo di proporre riguarda il contesto in cui matura e la qualità dei soggetti coinvolti.

Quello che sosterremo non ci piace neanche pensarlo, ma sono fatti.

Nessuno può dubitare dell’assoluta fede antirazzista di questo giornale e di tutti quanti vi hanno sempre collaborato.

Abbiamo anche assunto spesso posizioni non facili, anche ultimamente come nel caso della nave Diciotti, lanciando allarmi persino da noi stessi giudicati esagerati ma ritenendo di doverlo fare per tenere alta l’attenzione verso rischi di derive autoritarie che restano sempre presenti.

Quanto accaduto ieri nella casa della famiglia del commissario Garozzo e quel volto massacrato ci impone uno stop perché ritenere che si possa essere trattato di una “semplice” rapina andata male, che non importa l’origine degli aggressori, che avrebbero anche potuto essere bianchi e altri ragionamenti di questo tipo sinceramente non ci ci sembrano conducenti e corretti, e sentiamo il dovere di dirlo.

Il fatto che si sia trattato di due extra comunitari, di cui uno di appena 18 anni già denunciato in precedenza altre volte per violenze varie, non è un fatto da sottovalutare.

Questi ragazzi sono figli di tante sfortune, non ultima quella di essere nati in posti assurdi, sottoposti a violenze e torture sin dalla più tenera età, siamo d’accordo.

Per giungere in Italia affrontano pericoli per noi inimmaginabili, e siamo d’accordo anche su questo.

Proviamo davvero la massima solidarietà e persino affetto nei loro confronti, anche vergogna consapevoli che quanto accade nei paesi sottosviluppati sia colpa del nostro modello di sviluppo.

Ma il tema adesso urgentemente drammatico è il modo di governare questo fenomeno diventato oggettivamente pericoloso.

Arrivano qui, pochi o tanti che siano a seconda delle valutazioni che si fanno, in ogni caso a decine di migliaia, vengono sbattuti in centri assurdi come il CARA di Mineo, tutto il giorno a far niente e senza alcuna prospettiva.

A contorno una società che si sta disgregando per i fatti suoi, un comparto di sicurezza devastato, con tutte le forze dell’ordine umiliate, sottopagate, con personale insufficiente e mai integrato, una rete sociale inesistente ed impreparata, tanto per dirne un paio.

Questi ragazzi si ritrovano così in una comunità che non ha niente per loro.

Molti si deprimono, diversi montano la rabbia.

È gente abituata alla violenza, spesso perché l’ha subita, il passo a compierla è brevissimo, e con una ferocia che è simile a quella che hanno conosciuto.

Il commissario Garozzo ha potuto difendere la propria famiglia perché era attrezzato per mestiere a farlo, è riuscito a contrastarli e farli fuggire pur subendo gravi ferite.

Ma cosa sarebbe potuto accadere se fossero riusciti a sopraffarlo?

Se si fosse trattato di una persona inerme, magari di un anziano o una donna sola con i propri figli finiti in balia di persone che stiamo costringendo a covare dentro di se tutta la rabbia del mondo per la vita assurda che sono costretti a vivere?

Non avremmo mai voluto arrivare a questa riflessione, ma cominciamo ad avere paura persino nelle nostre case, perché ci sentiamo abbandonati e quel volto martoriato del commissario Garozzo è il nostro.

Occorre dare risposte serie, che siano civili, intelligenti, rispettose, ma serie: non c’è più tempo!