La vicenda del “capodanno” da 185 mila euro, affidato senza alcuna selezione comparativa da Enzo Bianco a Valerio Festi e di cui abbiamo raccontato, ha suscitato un ampio dibattito sull’utilizzo delle risorse destinate ad attività culturali che, se ben gestite con un minimo di criterio, potrebbero davvero contribuire al rilancio di un turismo di qualità mentre invece vengono sprecate in operazioni inqualificabili. Una città come Catania merita davvero di subire “operazioni” quali il “Capodanno di Festi” o la “mostra” al Castello Ursino “Da Giotto a De Chirico” della coppia Filippini-Sgarbi? É possibile immaginare un modello culturale diverso? Uno dei più noti cultural manager catanesi, il gallerista Gianluca Collica, ci offre una prima riflessione cui seguiranno altre: perché questo è davvero un dibattito importante che investe il futuro della città. (PDR)

Uno dei problemi più grandi con i quali mi sono confrontato in 30 e più anni di attività come operatore culturale è il far comprendere quanto occorra sostenere la sperimentazione e la ricerca, piuttosto che forme di intrattenimento che – pur spettacolari – finiscono con l’annichilire la capacità critica del pubblico.

La società progredisce infatti quando viene stimolata culturalmente con opere ed eventi in grado di stimolare quel rapporto che si manifesta quando svegliamo dall’apatia la nostra coscienza critica ed elaboriamo l’ idea di bello in relazione al nostro quotidiano.

Il mio nemico è sempre stato quello che io chiamo ironicamente il mercenario dell’arte. Una figura legittima in Italia (è una attività imprenditoriale come tutte le altre) ed entro certi limiti anche utile.

Il mercenario dell’arte è spesso un apripista, che vende “spettacoli” lì dove non esiste una struttura pubblica adeguata: che si tratti di musei, teatri, o altro, riempiendo vuoti culturali che chiamerei fisiologici… perché come disse la mia tata un giorno: non si nasce inzigniati.

Generalmente il prodotto del mercenario in questione è uno spettacolo a “pacchetto” che il più delle volte è in realtà uno spettacolo “pacco” perché risulta molto al di sotto di quanto promesso e pagato.

E’ chiaro che non si deve fare di tutta l’erba un fascio, e in Italia, dove questa professione è molto richiesta e spesso ben retribuita, esistono diversi livelli qualitativi, insomma ci sono mercenari senza scrupoli e altri con un barlume di cuore

Parlo di tutto ciò con assoluta cognizione di causa perché anche io negli anni ’90 sono stato un mercenario dell’arte. Qualcuno ricorderà gli anni della “rinascita di Catania”: l’esposizione al Castello Ursino della collezione dello Stedeljik di Amsterdam o la personale di Piero Guccione, piuttosto che la mostra di Ettore Sottsass alla Recupero Ursino, o Teatro Botanico sempre a Castello Ursino… a voi decidere se inserirmi nel girone dell’inferno o del purgatorio. Le proposi e realizzai all’Amministrazione di Catania con la formula chiavi in mano e la postilla che recitava qualcosa come: “ ho l’esclusiva di questo specifico prodotto culturale”. Proprio questa esperienza, che ripeto è legittima, oggi mi consente di avere una visione lucida su dove si celano le insidie e i trabocchetti nella gestione dell’arte da parte dell’autorità pubblica.

Comunque di azioni mercenarie parliamo ed è pericoloso che a chi le compie manchi una visione di un’identità culturale: quel messaggio che permane ad evento concluso e forma la collettività a cui si è rivolta dal punto di vista estetico e forse ancor più da quello etico.

Io non sono un estremista delle forme d’arte complesse e illeggibili: ritengo l’intrattenimento assolutamente necessario nella vita di ciascuno, ma in un contesto pubblico anche le sue forme più semplici e popolari, quali ad esempio il racconto di una barzelletta, se mal interpretate, rischiano di acquisire un valore che non hanno. Un esempio? Bramieri, Corrado, Proietti, fino al grande Troisi e al vulcanico Crozza: non dei semplici comici, ma ognuno espressione di un modello diverso di raccontare una storia o una barzelletta che sia. Gente che lascia o ha lasciato qualcosa nella nostra memoria di indelebile ed emozionante.

Penso che Catania, la nostra città abbia bisogno oggi più che mai di buona arte pubblica.

Scrivo questo perché suggeritomi dalla lettura di articoli decisamente critici proposti da Sudpress riguardanti due eventi promossi dalla Amministrazione Comunale di Catania: La mostra firmata da Vittorio Sgarbi “da Giotto a De Chirico.. e l’evento di fine anno – a firma di Festi – svoltosi nel salotto storico della città etnea.

Due spettacoli messi in discussione da SudPress proprio per il basso valore culturale che esprimono, ma che a mio avviso nascondono insidie ben più grandi della loro falsa unicità o della discutibile qualità, perché denotano la completa assenza di una qualsiasi politica culturale da parte dell’Amministrazione comunale.

Mi sembra infatti molto più preoccupante, il fatto che un’Amministrazione pubblica oggi continui a reiterare scelte discutibili e di intrattenimento, piuttosto che pensare ad una vera politica culturale che sia immagine dell’identità della nostra città che, se ancora nessuno se ne accorto, è considerata come uno dei luoghi più attenti e presenti nel mondo dell’arte contemporaneo.

Quindi senza entrare nella polemica particolare al singolo evento che trovo poco costruttiva e anch’essa in qualche modo spettacolo, credo che il problema di fondo sia proprio il non voler comprendere quanto la politica culturale di una Amministrazione, nazionale o locale che sia, debba essere vocata principalmente alla valorizzazione dell’identità culturale espressa dal territorio su cui agisce, attraverso iniziative che siano in grado di superare quanto acquisito dalla storia passata e recente. Cento volte meglio una mostra mal riuscita o incomprensibile dove si legge comunque il tentativo di andare oltre quanto la storia ha codificato, piuttosto che sorbire spettacoli la cui bellezza sta solo in superficie.

Non significa questo improntare una politica vocata esclusivamente all’esaltazione del genius loci, ma ad un confronto tra quanto esprimiamo nel territorio e quanto si manifesta nel mondo.

E allora cerchiamo di capire perché un’Amministrazione non riesce a stare al passo con una città che oggi esprime privatamente una contemporaneità vitale, frizzante e per nulla ingessata e preferisce invece proporre attività preconfezionate e dal basso contenuto sperimentale e ricerca.

Sgarbi non se ne abbia a male, ma una mostra per un curatore e ancor più per uno storico dell’arte è un momento di riflessione e verifica della propria visone dell’arte, non uno strumento per incrementare popolarità, turismo o ancor più grave il credito della propria collezione. Cerchiamo di capire perché il Pubblico è assolutamente scollato da quanto la città, di cui è gestore, propone. Cerchiamo di capire perché è facile cedere alle lusinghe di produttori di spettacoli di basso profilo culturale, o di eventi nei quali si esprimono idee distanti da quanto il territorio stesso richiede. Cerchiamo di capire, cari Amministratori, che i catanesi sono gente colta, contemporanea e produttiva, e meritano più rispetto.

Per concludere vi prego di non credere alla solita storiella dei soldi che non ci sono… con poco denaro le attività della mia Galleria sono riuscite ad ottenere una visibilità e una credibilità internazionale di tutto rispetto.

Gestire la cultura in termini di sperimentazione e ricerca non significa spendere di più di quanto si spenda per intrattenimento e spettacolo. E’ solo un problema di mentalità o di strategie sbagliate che hanno come effetto il più vuoto populismo, piuttosto che un agire propositivo e innovativo, che per chi gestisce il potere è quasi sempre un effetto pericoloso….

 


Gianluca Collica opera nel mondo delle arti visive contemporanee dal 1987 anno in cui apre con il padre Franco Collica la galleria Andrea Cefaly di Catania.

Come gallerista dirige dal 1996 al 2000 la galleria Gianluca Collica a Catania. Quindi dal 2000 al 2006 idea e dirige il Centro per l’Arte Contemporanea Palazzo Fichera.

Dal 2011 è titolare insieme a Massimo Ligreggi della galleria collicaligreggi sempre a Catania.

Ha lavorato con artisti di fama internazionale tra i quali: Carla Accardi, Vincenzo Agnetti, Mario Airò, Afro Basaldella, Louise Bourgeois, Michael Beutler, Michele Canzoneri, Ra di Martino, Diango Hernadez, Piero Guccione, Ceal Floyer, Graham Gussin, Urs lüthi, Christoh Meier, Liliana Moro, Giuseppe Penone, Alfredo Pirri, Franco Sarnari, Hans Schabus, Ettore sottsass, Jan Vercruysse, Luca Vitone, Franz West, Ervin Wurm, Heimo Zobernig.

Vanta numerose collaborazioni con musei nazionali e internazionali come ad esempio: LENBACHHAUS di Monaco di Baviera, Stedelijk Museum Amsterdam, Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia, Museo Cantonale di Lugano.

Come esperto di politica culturale ha svolto principalmente una attività finalizzata alla realizzazione di una rete siciliana vocata alla ricerca e sperimentazione contemporanea, che oggi comprende principalmente: la Fondazione Brodbeck di Catania, la Fondazione Oelle di Catania, la Fondazione Radicepura di Giarre, la Fondazione Bufali di Belpasso, la Stanza della Seta di Ficarra.

Curatore della Collezione Brodbeck fin dal 1999. Nel 2007 idea e dirige come direttore artistico la Fondazione Brodbeck di Catania.

Nel 2017 diviene responsabile artistico della Fondazione Radicepura di Giarre.

Vanta numerose collaborazioni con amministrazioni pubbliche in particolare tra il 1998 e il 2000 opera con il Comune di Catania. Tale collaborazione porta al riutilizzo del Museo Civico Castello Ursino e della Biblioteca Ursino e Recupero come spazi deputati alla realizzazione di grandi mostre. Tra queste meritano particolare attenzione: La mostra antologica di Piero Guccione, la mostra della collezione dello Stedelijk Museum Amsterdam, la mostra dal titolo “Teatro Botanico. La natura dell’arte nel XX secolo”, la mostra “Frammenti” di Ettore Sottsass, la mostra “la Bibbia miniata e altri gioielli della Biblioteca Recupero e Ursino.