Ieri sera sono stata messa al corrente di un crimine, e da allora non riesco più a pensare ad altro. Ma sarà un problema mio, che ho ancora una coscienza.

Tutti i presenti attorno al tavolo al quale è stata raccontata questa terribile storia erano perfettamente tranquilli, neanche l’ombra di un turbamento, quindi perché io mi sto prendendo la briga di farla tanto lunga? Che sarà mai, giusto?

Alla fine è solo successo che una tizia semi-sconosciuta, davanti ad una birra e ad altri semi-sconosciuti random, ha candidamente ammesso di essere stata complice, o comunque testimone di un’omissione di soccorso che ha portato alla morte di una persona. Niente di che insomma.

E lo ha ammesso così, come se fosse uno di quei soliti, stupidi discorsi di circostanza che alla fine lasciano il tempo che trovano: “lo sapete, ad ottobre parto in Erasmus”, oppure “sto pensando di cambiare macchina”.

Ecco, solo che questo era: “ho lavorato in nero come infermiera in questa casa di riposo per un mese, e la mia responsabile – e in parte io – ce ne siamo fregate di una signora che sanguinava e la mattina dopo stava stesa in un sacco bianco per cadaveri; ma ehi, tutto ok”.

Un fulmine a ciel sereno lanciato così, come fosse nulla, ed apparentemente ha colpito solo me. E questo non va bene. Desidero che per un istante colpisca anche voi. Non per ferirvi, ma per farvi provare, se non le state già sperimentando, le “giuste” reazioni “umane” davanti ad una storia del genere.

Orrore, nel constatare che un evento tanto brutto possa essere raccontato con così estrema leggerezza.

Sconforto, nel constatare che la vita delle persone possa essere in mano di individui talmente inconsapevoli da non saper attribuire il giusto peso agli eventi.

Rabbia, nel notare che nessuno degli astanti si sia indignato.

Dolore e solitudine, per essere l’unica; ma anche orgoglio e stima verso me stessa e verso i valori che mi rappresentano.

E qui potrei, forse, mettere punto. Lasciarvi con la paternale: “dobbiamo essere umani”, e tutti avanti come prima. Ma forse non basta.

Forse c’è il bisogno di fare qualcosa di concreto affinchè atti, eventi, circostanze e atteggiamenti del genere non si ripetano in futuro.

E se non basta, ecco tutti i dettagli – se il mio editore vorrà pubblicarli.

La casa famiglia in questione si trova a XXXXX, si chiama XXXXXX, ed è in Via XXXXXX, n.X.

La responsabile si chiama XXXXXX, e ha assunto, totalmente in nero, una certa “Tizia”, per una cifra di 400 euro al mese.

La collaborazione è avvenuta circa 3 anni fa, per il periodo di circa un mese. “Tizia” si era accorta, cambiando un’anziana paziente, di una perdita di sangue. Lo ha riferito alla responsabile, che ha detto semplicemente: “cambiala e torna a casa”.

“Tizia” avrebbe voluto chiamare il 118, ma non lo ha fatto a suo dire per non “sovrastare” il volere della principale, e per non andare incontro a denunce e problematiche varie. E quindi è tornata a casa. La mattina dopo, di nuovo sul posto di lavoro, ha saputo che la signora era morta.

O, detta a suo modo, dopo la mia domanda: “Ma alla fine la signora stava bene il giorno dopo?”, “Benissimo, bella bianca, chiusa in un sacco per cadaveri”.

Come abbia fatto poi a sopravvivere, dormire e ridere dopo tutto questo io non lo so. Io mi sento già male solo a saperla, questa storia.

Storia? E’ solo una storia? Potrebbe esserlo. Non ci sono prove, l’evento è successo 3 anni fa, non conosciamo la cartella clinica della paziente deceduta.

Probabilmente sarebbe morta comunque, e forse la responsabile ha preferito farla morire nel suo letto, senza “stressarla” nelle ultime ore.

Forse nulla di tutto questo è vero.

Io intanto però ho sentito questa storia, e la mia coscienza si sente sporca già solo solo per averla ascoltata. Così ho deciso di agire.

E io questo so fare: scrivere.

Questo è l’unico contributo che io sono in grado di dare – oltre ad un esposto ufficiale alle autorità competenti.

E il vostro, quando venite a conoscenza di brutte storie, qual è?