La crisi della famiglia storica dei Santapaola, l’emersione di nuovi gruppi criminali, uno scontro al vertice della struttura mafiosa in provincia e la sempre più forte veste imprenditoriale di Cosa Nostra. Sono questi gli argomenti riservati alla trattazione dell’analisi della mafia catanese, effettuata nella relazione annuale della Dna

E’ una rappresentazione precisa quella che fa la Direzione Nazionale Antimafia, nella propria relazione annuale – compendiata in un documento di oltre 700 pagine – della situazione delle famiglie mafiose nella provincia etnea. Il documento, presentato nella Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato lo scorso 24 febbraio, analizza l’attività svolta dagli uomini della Dna nel contrasto alle varie mafie del Paese e alle loro ramificazioni negli ambienti economici e poltici.

Una cinquantina di queste pagine è riservata alla disamina delle condizioni di Cosa Nostra catanese, ritenuta non di certo delle migliori – a causa di una crisi economica che evidentemente tocca da vicino anche la criminalità organizzata –, che ha determinato un mutamento della fisionomia mafiosa del territorio, nonché un confronto per il vertice fra i vari sodalizi criminali.

GLI EQUILIBRI SUL TERRITORIO – Una mafia, quella catanese, che vive anch’essa quel periodo di crisi economica che attanaglia tutti i mandamenti dell’isola e che ha determinato una fase di attendismo in tutte le sue articolazioni. Sullo sfondo, il confronto per la leadership di cosa nostra catanese tra la famiglia dei Cappello e quella dei Santapaola. Anche se non è possibile parlare di balcanizzazione della scena mafiosa, le difficoltà economiche vissute dalla storica famiglia etnea avrebbero generato la crescita di altri gruppi criminali, come Laudani, Cappello, Carateddi, Pillera, Cursoti catanesi, Cursoti milanesi, Sciuto- Tigna, Piacenti, Ceusi. Secondo la relazione, tali sodalizi mafiosi “profittando della situazione di difficoltà operativa vissuta dal clan Santapaola, hanno sviluppato una politica espansionistica volta la controllo delle iniziative criminali. Lo scenario complessivo – scosso altresì da tensioni createsi in seguito al transito di numerosi ex affiliati al clan Santapaola nel clan Cappello – risulta caratterizzato dalla ricerca costante di equilibri, invero instabili”, così come si legge nelle pagine della relazione.

UNA “COSA NOSTRA 2”: LO SCONTRO TRA SANTAPAOLA E CAPPELLO E L’INTERESSE DELLE FAMIGLIE PALERMITANE – Ma questa non sembra essere l’unica conseguenza sul territorio della crisi della storica famiglia mafiosa catanese. Infatti, sempre secondo il bilancio della propria attività della Dna, vi sarebbe l’interesse di alcune famiglie palermitane nel sostenere il tentativo di alcuni fuoriusciti santapaoliani nel creare una sorta di cosa nostra 2 catanese antagonista a quella storica dei Santapaola-Ercolano, insieme a cosche mafiose rivali gravitanti nell’orbita del clan Cappello (in particolare quella dei fratelli Bonaccorsi, intesi “Carateddi”).

Abbandonate, quindi, le comuni progettualità di governo delle attività criminali, la Cosa Nostra catanese gode di una sorta di autonomia istituzionale e gestionale e risulta, allo stato, slegata dai tradizionali vincoli associativi o federativi regionali. Ciò è conclamato, d’altra parte, dall’emersione (rectius: dal comprovato tentativo) delle nuove tendenze di alcuni gruppi catanesi (tradizionalmente distinti e distanti da Cosa Nostra) di proporsi come nuovi interlocutori. Ciò, invero, potrà generare nuove bellicose fibrillazioni sul territorio, laddove la famiglia Santapaola- Ercolano (all’interno della quale si sono accresciute le note e mai sopite vertenze per la leadership) vorrà riaffermare il proprio prestigio sia nei confronti delle cosche concorrenti sia nei confronti di chi, anche all’interno di Cosa Nostra palermitana, continua a perseguire l’intento di creare a Catania una nuova “famiglia” più allineata alle proprie esigenze strategiche”.

Una situazione che, però, i santapaoliani non sembrano di accettare di buon grado. Ed è questo uno dei principali timori dei magistrati della DNA: una nuova, cruenta, guerra di mafia tra i contendenti al controllo di Cosa Nostra a Catania e in provincia. Il ritrovamento – ed il successivo sequestro – di un enorme arsenale a Librino, in un territorio controllato dai Nizza, storici alleati dei Santapaola ha, da un lato, assestato un duro colpo alla potenza di fuoco del clan nel territorio ma, dall’altro, ha rinfocolato la paura di uno scontro a tutto campo tra le due famiglie mafiose. Si legge testualmente: “Il rinvenimento di un ricco arsenale di armi anche di uso bellico nel quartiere Librino di Catania, controllato dal gruppo dei Nizza, che costituisce all’interno del clan Santapaola l’articolazione che ha la maggiore disponibilità di denaro proveniente dal controllo della più importante piazza di spaccio delle sostanze stupefacenti – rende, quindi, assai grave e concreto il pericolo che i più autorevoli esponenti del clan Santapaola ancora in libertà possano progettare azioni criminali eclatanti”.

Anche se attualmente esisterebbe uno squilibrio tra le forze militari in campo a favore delle famiglie mafiose emergenti – Cappello e Carateddi in primis -, queste ultime non disporrebbero di un “codice genetico mafioso” (viene definito così nella relazione) che garantirebbe loro l’affermazione agli occhi delle famiglie palermitane. Codice genetico che, invece, sarebbe nelle corde degli storici capimafia catanesi.

LA TENDENZA MAFIOSA DI FARSI IMPRESA. IL PROCESSO IBLIS COME PARADIGMA – L’organigramma delle famiglie mafiose non è l’unico argomento sviluppato nella relazione della Direzione Nazionale Antimafia. Infatti, fortissima attenzione è riservata alle dinamiche economiche dei clan. Ed è qui che si legge della tendenza di Cosa Nostra a “farsi impresa”, cioè a dirottare i suoi interessi economici verso investimenti ordinari. Accanto ai tradizionali canali di approvvigionamento (definiti primari nella relazione) rappresentati da estorsioni, usura e traffico di stupefacenti, le famiglie mafiose catanesi si distinguono per la loro capacità di individuare nuovi circuiti economici e finanziari ai quali destinare i proventi delle più svariate attività delittuose col duplice scopo di incrementarli ulteriormente e nel contempo di ripulirli.

Nella relazione, il processo Iblis – che ha portato alla condanna in primo grado di Raffaele Lombardo e che ha sostanzialmente svelato l’intreccio tra politica e mafia – viene definito il “paradigma che consente di radicare il convincimento che soprattutto nella famiglia Santapaola-Ercolano sia, nel corso degli ultimi anni, intervenuta una sorta di riqualificazione o conversione strategica […] una metamorfosi lenta ed inarrestabile. Il processo Iblis che ha visto la condanna costituisce, come detto, non solo il paradigma dimostrativo della conversione strategica della famiglia di Cosa Nostra, ma anche della allarmante e radicata capacità pervasiva negli ambienti politico-amministrativi, essenziali per le associazioni criminali, in quanto, gestori di una massa rilevante di denaro pubblico, sfruttabili sotto il profilo dell’aggiudicazione di appalti, subappalti, forniture e servizi”.

Secondo gli uomini della Direziona Nazionale Antimafia la sempre più evidente veste imprenditoriale di cosa nostra sta determinando una conseguenza precisa, e cioè un inferiore ricorso alla violenza, in modo da non suscitare allarme sociale e quindi, limitare interventi repressivi da parte degli apparati dello Stato.