Lo ripetiamo ad ogni occasione: è una fase molto difficile non solo per la nostra Italia, per la nostra Catania, ma probabilmente per l’intera Civiltà occidentale. E ci sono momenti in cui alzare una voce, esprimere un pensiero, richiamare l’attenzione assume particolare rilevanza, come ci pare abbia fatto opportunamente, in maniera per niente scontata di questi tempi e al di là della fede professata, l’Arcivescovo Metropolita di Catania Salvatore Gristina che questo 17 agosto, nella messa delle 19 per l’893° anniversario della traslazione delle reliquie di Sant’Agata, si è espresso in maniera molto chiara, con un’omelia che riportiamo integralmente e sintetizziamo così: “Il volto della salvezza, qualunque essa sia, non può che essere quello di chi soffre, spera di migliorare la propria condizione e deve essere accolto.” Finiamola con tutta questa cattiveria, ripartiamo dal tornare Umani, perché se non riconosciamo il diritto dei più sfortunati a sopravvivere, non lo siamo! (PDR)

Carissimi Fratelli Presbiteri e Diaconi,
Fratelli e Sorelle nel Signore,
Distinte Autorità,

Ogni anno Catania rivive la gioia del 17 agosto 1126 quando il corpo dell’amata concittadina e Patrona Agata fece ritorno da Costantinopoli in Città ad opera dei soldati Gisliberto e Goselino.
Tale evento poneva fine al dolore dei catanesi, offesi dal generale bizantino Giorgio Maniace che, nel 1040, li aveva privati della presenza rassicurante delle reliquie della Santa Patrona.
La nostra devozione vede in questo ritorno qualcosa di più. Lo abbiamo già sottolineato nella preghiera: infatti, anche a nome di tutti voi, fratelli e sorelle, ho ringraziato il Signore perché ha conservato alla nostra venerazione il corpo di Sant’Agata, Vergine e Martire.
Grati per questo dono, e confidando nell’intercessione della nostra Patrona, abbiamo pure chiesto al Signore, come frutto di questa celebrazione, di farci crescere come tempio vivo dello Spirito per risorgere con Cristo a vita nuova.

Come sempre, il momento più importante della nostra devozione agatina deve essere la partecipazione alla Santa Messa, come sta avvenendo adesso per noi.
Ed allora, eccoci qui in Cattedrale in ascolto della Parola che il Signore ci rivolge; per annunziare la morte e la risurrezione di Gesù nella parte centrale della Messa; e per ricevere successivamente il Corpo del Signore Crocifisso e Risorto.
La Parola che è stata proclamata è quella che la Chiesa ci propone nella XX domenica del Tempo Ordinario: la prima lettura è tratta dal profeta Geremia (38,4-6.8-10), condannato a morte perché ritenuto disfattista nelle circostanze particolarmente gravi in cui si trovava Gerusalemme. Abbiamo poi ascoltato le parole dell’autore della Lettera agli Ebrei (12, 1-4) su cui ritorneremo. E si è appena conclusa la lettura della pagina di Luca (12, 49-53) in cui Gesù rivela ai discepoli i pensieri che lo animano nel compimento della missione che sta fedelmente realizzando e in cui vorrebbe coinvolgerli.

L’autore della Lettera agli Ebrei ha elogiato la fede esemplare dei padri da Abele ai profeti, che furono graditi a Dio, ma non videro la realizzazione delle promesse, cosa che avverrà con Cristo.
Ed è proprio su Gesù che l’autore della Lettera agli Ebrei ci invita a tener fisso il nostro sguardo. Questo atteggiamento deve qualificare sempre più noi cristiani, come espressione di amore, di gratitudine e di obbedienza verso “Colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”, perché ci svela il volto del Padre e perché esegue il progetto della nostra salvezza affidatagli da Lui.
Tenere fisso lo sguardo su Gesù: un programma ricco, affascinante ed esigente nello stesso tempo, per la nostra vita quotidiana. Cerchiamo perciò di comprenderlo il meglio possibile.

Io mi limito a suggerire qualche pista di riflessione e sarà quanto mai utile se spesso, personalmente ed anche comunitariamente, ci domandiamo se esiste o meno in noi questo atteggiamento.

Chiediamoci allora: dove troviamo oggi Cristo sul quale dobbiamo tenere fisso lo sguardo?

Lo troviamo Risorto che è salito al cielo e siede alla destra del Padre, come proclameremo tra poco nella professione di fede. E cosa fa Gesù? “Intercede per noi, mediatore e garante della perenne effusione dello Spirito Santo” (Prefazio dopo l’Ascensione). Questo dono del Padre e del Figlio ci permette di vivere come ci raccomanda l’autore della Lettera agli Ebrei: “deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti …”. Corriamo non disordinatamente o peggio verso il male, ma con la certezza che Gesù è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20), ci benedice sempre (cfr. Lc 24,51) ed agisce con noi (cfr. Mc 16,20).

Ciò significa che troviamo Gesù nella Chiesa, nella Chiesa di oggi, come lo è stato nella Chiesa di ieri e lo sarà nella Chiesa di sempre. Nella Chiesa Santa perché opera di Dio e nello stesso tempo sempre bisognosa di purificazione a causa dei nostri peccati, delle nostre mancanze di amore verso Dio e verso il prossimo.

Quando non amiamo il prossimo, quando ci chiudiamo in noi stessi, quando siamo cattivi verso gli altri, significa che noi non teniamo fisso lo sguardo su Gesù.
Qui, fratelli e sorelle, tocchiamo un argomento essenziale, veramente importante e fondamentale. Al riguardo, Gesù è particolarmente chiaro e noi non possiamo far finta di non capire.
Infatti, nella pagina del Vangelo di Matteo (25, 31-46), quando si parla del giudizio finale, Gesù premia o castiga a seconda dell’atteggiamento verso il prossimo.

Conosciamo le affermazioni di Gesù: “avevo fame e mi avete dato da mangiare …”.

Teniamo fisso lo sguardo su Gesù se Lo riconosciamo nell’affamato da sfamare, nell’assetato cui dare da bere, nello straniero e nel migrante da accogliere, integrare nella società, ed accompagnare nel cammino della vita, soprattutto quando si tratta di minori, di mamme, di persone particolarmente fragili. Dimostriamo di avere veramente lo sguardo fisso su Gesù se lo soccorriamo nelle persone povere, malate e carcerate.

Vuole essere segno di questa attenzione l’iniziativa “Sant’Agata non per molti ma per tutti” promossa dall’Associazione di volontariato “Come Ginestre” e dall’Associazione “Sant’Agata Basilica Cattedrale”.

Sarò particolarmente lieto, in piazza San Placido, di poter rivolgere alle sorelle ed ai fratelli disabili un gesto di affetto in nome del Signore, di Sant’Agata e di tutta Catania.
Se noi discepoli di Gesù ci comportiamo così, se teniamo fisso lo sguardo su di Lui e sulle persone in cui Egli, Gesù, ci dice di essere presente e vuole da noi essere riconosciuto tale, saremo davvero una benedizione nel nostro ambiente. Dimostreremo concretamente che tenere lo sguardo fisso su Gesù, non ci distrae dalla concretezza, gioiosa e dolorosa, della vita quotidiana in famiglia e nella comunità civile ed ecclesiale di cui facciamo parte.

Tenere lo sguardo fisso su Gesù ci dà pure la gioia di vedere vicini a Lui i fratelli e le sorelle che Lo hanno amato ed imitato in modo tale da essere per noi splendidi modelli di vera vita cristiana.

Ecco perché noi possiamo guardare con tanto affetto il bel volto di Agata.

E se lo ammiriamo con vera devozione, ci accorgiamo che Agata ci dice di non fermarci a Lei, ma di arrivare fino a Gesù, così come ha fatto Lei con l’amore di Vergine e di Martire.
Se non fosse così la nostra vicinanza a Sant’Agata sarebbe qualcosa di arido e folcloristico, perfino di inutile, non sarebbe gradita a Lei che continua a guardarci sorridente dall’altare e soprattutto non ci farebbe veri suoi devoti.

Con fiducia ci rivolgiamo a Te, Agata, nostra sorella buona e santa. Ottienici dal Padre la grazia di saper guardare con fede Gesù, per accogliere da Lui le indicazioni che ci dà affinché viviamo secondo il Vangelo, nell’onestà e nell’attenzione cordiale ed operosa nei riguardi di tutte le persone che incontriamo nel cammino della vita.
Saremo in tal modo buoni e santi pure noi, ed avremo la gioia di essere con te per sempre in Paradiso per contemplare in eterno il volto della Trinità Santissima.

Così sia per tutti noi.

✝︎ Salvatore Gristina – Arcivescovo Metropolita di Catania